La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Martedì 20 giugno il Papa si è fatto pellegrino “sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio”. Sono Don Primo Mazzolari, a Bozzolo, e Don Lorenzo Milani a Barbiana, colui che difese e promosse la dignità dei poveri dando loro la parola.
A Bozzolo, ha invitato la Chiesa a non ignorare più pastori come Don Primo Mazzolari, sacerdote “scomodo” perché vicino ai poveri e sempre alla ricerca dei “lontani” e di cui il prossimo 18 settembre (come ha annunciato il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni) partirà il processo di Beatificazione. Una vista privata che è diventata una “festa di popolo”, il popolo di Don Mazzolari. Il fermarsi in preghiera sulla tomba di Don Primo è stato un gesto semplice e al tempo stesso fortissimo perché ha rappresentato l’abbraccio del Successore di Pietro ad un sacerdote a volte incompreso, perché profetico. Francesco ha riconosciuto che la traccia lasciata da sacerdoti come lui è “luminosa, (…) per quanto scomoda” ed ha ribadito che “i parroci”, quando “sono i volti di un clero non clericale”, sono “la forza della Chiesa in Italia”. E’ stato giustamente per questo definito il “parroco d’Italia”, declinando l’attualità del suo messaggio da tre “scenari che ogni giorno riempivano” gli occhi e il suo cuore: “il fiume, la cascina e la pianura”.
Il fiume: infatti “la sua parola, predicata o scritta attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo” celebrato “in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito”. Egli “non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente”, ma ha cercato di cambiare il mondo e la Chiesa senza rimpianti per il passato “attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.” Il Papa ha quindi indicato tre strade che sviano dalla direzione evangelica. Innanzitutto il “lasciar fare”, il “non sporcarsi le mani” guardando il mondo dalla finestra, che “mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano”. Il secondo metodo sbagliato è quello dell’“attivismo separatista”, per cui “ci si impegna a creare istituzioni cattoliche” come banche e cooperative, ma si rischia di ritrovarsi con “una comunità cristiana elitaria” che favorisce “interessi e clientele con un’etichetta cattolica”. Il terzo errore è il “soprannaturalismo disumanizzante”, la tentazione dello spiritualismo che preferisce le devozioni all’apostolato.  Don Mazzolari è stato il “parroco dei lontani” perché li ha sempre cercati con amore; egli è stato un parroco convinto che “i destini del mondo si maturano in periferia”, e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il “parroco dei lontani”, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato “non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo”. 
Il secondo scenario è quello della cascina che a qual tempo era una “famiglia di famiglie”, che indica “l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari”; egli “pensava a una Chiesa in uscita”, quando diceva ai sacerdoti che “bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più”.
Di qui lo sguardo misericordioso del parroco di Bozzolo nel chiedere di non massacrare “le spalle della povera gente”, esortando così i sacerdoti italiani e di tutto il mondo. “E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza la viveva in piedi, da adulto, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare”. 
Il terzo scenario “è quello della vostra grande pianura”, dove bisogna inoltrarsi senza paura, perché è in mezzo alla gente che si “incarna la misericordia di Dio”. Di qui l’incoraggiamento “ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù.” Ecco la testimonianza di Don Mazzolari che ha vissuto “da prete povero, non da povero prete”. Infatti “la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa”. Ha quindi esortato a fare tesoro della lezione di Don Mazzolari: “se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa Madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni”. 
Recandosi quindi a Barbiana ha ricordato che don Lorenzo Milani (a 50 anni dalla morte) ha saputo “ridare la parola ai poveri perché senza parola non c’è dignità. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società mediante il lavoro e la piena appartenenza alla Chiesa con una fede consapevole”. Egli ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli promuovendo la loro dignità di persone. La scuola per Don Milani non era un discorso diverso dalla missione di prete ma il modo concreto di svolgere quella missione. “Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”. 
Tutto in Don Lorenzo nasce dall’essere prete che ha radice nella sua fede, perché aveva sete di assoluto; così “Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa (…), con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni ma mai fratture, abbandoni”.
Gian Paolo Cassano

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