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La Parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Essere uniti fra noi ci conduce ad essere uniti con Dio”: lo evidenziato Francesco nell’udienza generale di mercoledì 30 ottobre, incentrata sulla comunione dei santi, una realtà “tra le più consolanti della nostra fede.” Facciamo infatti parte di “una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo”, che è “comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna. Questa relazione tra Gesù e il Padre è la ‘matrice’ del legame tra noi cristiani”. Se siamo intimamente inseriti in questa “matrice”, allora possiamo diventare veramente “un cuore solo e un’anima sola tra di noi, perché l’amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi” e “brucia anche i nostri peccati”. Se c‘è questo radicamento nella “sorgente dell’Amore che è Dio, allora si verifica anche il movimento reciproco: dai fratelli a Dio”: così “se noi siamo uniti, la fede viene forte”, superando “la tendenza a chiudersi nel privato”. Ora tutti possono provare “insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede”; ma “in questi momenti difficoltosi”, occorre “confidare nell’aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale” e al tempo stesso, “è importante trovare il coraggio e l’umiltà di aprirsi agli altri per chiedere aiuto, per chiedere una mano”. “In questa comunione (cioè comune unione) siamo una grande famiglia … dove tutti i componenti si aiutano e si sostengono fra loro”. Essa però va “al di là della vita terrena, va oltre la morte e dura per sempre” perché “non viene spezzata dalla morte” ma, grazie a Cristo risorto “è destinata a trovare la sua pienezza nella vita eterna”. Di qui l’invito a camminare “con fiducia, con gioia. Un cristiano dev’essere gioioso, con la gioia di avere tanti fratelli battezzati che camminano con noi, e anche con l’aiuto dei fratelli e delle sorelle che fanno questa strada per andare al Cielo, e anche con l’aiuto dei fratelli e delle sorelle che sono in Cielo e pregano Gesù per noi. Avanti per questa strada, e con gioia!”.
Nella festa di Tutti i Santi, venerdì 1 novembre, ha ricordato come “il traguardo della nostra esistenza” non sia la morte, ma il Paradiso. E’ ciò che ci richiama il pensiero dei Santi, che non sono super uomini, ma “sono come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze”. Sono gli “amici di Dio”, perché hanno vissuto “in comunione profonda con Dio”, che “nel volto dei fratelli più piccoli e disprezzati hanno veduto il volto di Dio e ora lo contemplano faccia a faccia nella sua bellezza gloriosa”. I Santi sono uomini e donne che “hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri”: ma “essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità. Tutti noi abbiamo l’eredità di poter diventare Santi nel Battesimo. E’ una vocazione per tutti. Tutti perciò siamo chiamati a camminare sulla via della santità, e questa via ha un nome. La via che porta alla santità ha un nome, ha un volto: il volto di Gesù. Lui ci insegna a diventare Santi: Gesù Cristo”. La strada ci è indicata dal Vangelo, è quella delle Beatitudini: “il Regno dei cieli è per quanti non pongono la loro sicurezza nelle cose, ma nell’amore di Dio; per quanti hanno un cuore semplice, umile, non presumono di essere giusti e non giudicano gli altri, quanti sanno soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce, non sono violenti ma misericordiosi e cercano di essere artefici di riconciliazione e di pace”. Quindi “è bella la santità. E’ una bella strada”.
Domenica 3 novembre, all’Angelus, il Pontefice, inquadrando la figura evangelica di Zaccheo, “una pecora perduta … disprezzato e scomunicato, perché è un pubblicano, … amico degli odiati occupanti romani, ladro e sfruttatore”, ha evidenziato come non ci sia “peccato o crimine” che possa “cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli … E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno”. L’incontro di Zaccheo con Gesù cambiò la sua vita per sempre; “quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome, Zaccheo, nella lingua di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: ‘Zaccheo’ infatti vuol dire ‘Dio ricorda’”. Gesù va nella casa di Zaccheo, “suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico” perché invece di visitare “le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio” da un pubblicano e porta la gioia. Poi, rivolgendosi ai fedeli, ha aggiunto: “se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti, pensa che qualcuno ti aspetta, perché mai ha smesso di ricordarti, di pensarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come aveva fatto Zaccheo; sali sull’albero della voglia di essere perdonato. Io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare.” Di qui l’invito a lasciarsi, come Zaccheo “chiamare per nome da Gesù” ed accoglierlo “con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo. Lasciati guardare da Gesù”.
Gian Paolo Cassano

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