“Una fedeltà che genera futuro”. E’ questo il titolo della Lettera apostolica che Leone XIV ha scritto a 60 anni dai Decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum Ordinis, su identità e funzione del presbitero (firmata l’8 dicembre). Di essi il Papa ne parla come “una pietra miliare della riflessione circa la natura e la missione del ministero pastorale” (n. 2), da rileggere con freschezza e attualità considerando quella radice che è il legame ineludibile tra Cristo e la Chiesa, con l’auspicio che, celebrando le due ricorrenze, si generi una “rinnovata Pentecoste vocazionale“. N. 27)
Optatam totius (pubblicato 28 ottobre 1965) è dedicato allaformazione dei sacerdoti, evidenziando l’importanza di una preparazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale solida. Presbyterorum Ordinis (pubblicato il 7 dicembre 1965) riflette sulministero e sulla vita dei sacerdoti, evidenzia la conformazione a Cristo e il servizio al Popolo di Dio. La chiave di lettura della Lettera Apostolica sta nella fedeltà alla vocazione sacerdotale. Per questo è importante che ci sia un’autentica formazione sacerdotale, che comprenda la crescita umana e spirituale dei seminaristi e dei presbiteri.“Nei sei decenni trascorsi dal Concilio – scrive il Papa – l’umanità ha vissuto e sta vivendo cambiamenti che richiedono costante verifica (…). Di pari passo, la Chiesa è stata condotta dallo Spirito Santo a sviluppare la Dottrina del Concilio secondo la forma sinodale e missionaria” (n.4). La fedeltà è “grazia di Dio e cammino costante di conversione” per corrispondere gioiosamente alla vocazione che nasce dall’incontro personale con Cristo. Essa viene scandita nelle dimensioni del servizio (n.5-13), della fraternità (n.14-19), della sinodalità (n.20-22), della missione (n. 23-26), in rapporto al futuro (n. 27-29). Un servizio che ha sua radice nella voce del Maestro che chiama a seguirlo; per questo “la fedeltà alla vocazione, soprattutto nei momenti di prova e di tentazione, si fortifica quando non ci dimentichiamo di quella voce, quando siamo capaci di ricordare con passione il suono della voce del Signore che ci ama, ci sceglie e ci chiama” (n. 5), accompagnati da chi è esperto. La vocazione è “un dono libero e gratuito di Dio” (n.6) da custodire “con fedeltà in una dinamica di conversione permanente” che si costruisce “ogni giorno attraverso l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti, l’evangelizzazione, la vicinanza agli ultimi e la fraternità presbiterale” (n. 7).
Così il Papa incoraggia ad una formazione continua che non si fermi al momento del seminario (cfr OT 22), che costituisca un dinamismo di costante “rinnovamento umano, spirituale, intellettuale e pastorale”. E’ ricordarsi che il prete, prima di essere pastore, è un discepolo “con l’anelito costante a configurarsi a Cristo” Per questo è necessaria una formazione integrale, sia dal punto della maturità umana, sia per una solida vita spirituale che è centrale anche per far fronte al fenomeno dell’abbandono del ministero. “L’obiettivo è un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà e la plasma a immagine del Buon Pastore.” Il presbitero è radicalmente al servizio degli uomini; è servo di Cristo perché la sua vita (come ricordava papa Benedetto XVI) “è configurato a Cristo ontologicamente (…) egli è in Cristo, per Cristo e con Cristo al servizio degli uomini”.
Il Papa, poi, sottolinea, citando Presbyterorum ordinis, che “i presbiteri sono fratellimembra dello stesso ed unico Corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti.” Perciò invita a “corrispondere alla grazia della fraternità” (n. 15), una dimensione relazionale e comunionale da rendere visibile. Essa “va considerata pertanto come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, (come ricorda la Ratio fundamentalis Institutionis sacerdotalis) non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con rinnovato vigore.” (n. 16) Così Leone XIV parla di perequazione economica tra parrocchie povere e più benestanti e di attenzione verso i confratelli più soli ed isolati, come a “promuovere forme possibili di vita comune.” (n. 17) Qui pone un richiamo anche alla figura del diacono permanente, “un ministero e un dono da conoscere, valorizzare e sostenere”, che in collaborazionecon il presbitero è unito dalla stessa passione per il Vangelo e diventa una testimonianza luminosa di comunione; un ministro che “è un dono da conoscere, valorizzare e sostenere.” (n. 18) Assai eloquente, al riguardo, è l’icona di S. Ignazio di Antiochia che parla del presbiterio “in perfetto accordo con il vescovo, come le corde di una cetra.” Ricorda poi come Presbyterorum ordinis metta in luce il legame con il sacerdozio e la missione di Gesù Cristo (cfr. n. 2) sottolineando tre coordinate fondamentali: ilrapporto con il vescovo (in una relazione fraterna ed amichevole), la comunione sacramentale e la fraternità con gli altri sacerdoti (lavorando per la stessa causa, pur con mansioni differenti), il rapporto con i fedeli laici (non assumendo tutti i compiti pastorali o concentrando su di sé tutte le responsabilità). In una Chiesa sinodale e missionaria, la corresponsabilità dei laici è considerata importante per riconoscere e valorizzare i doni e i carismi distribuiti dallo Spirito. Di qui l’incoraggiamento a compiere passi decisivi nel cammino sinodale, familiarizzando con le direttrici indicate nel Documento finale della XVI assemblea sinodale, che evidenzia come “in una Chiesa sempre più sinodale e missionaria, il ministero sacerdotale non perde la sua importanza e la sua rilevanza, ma può, al contrario, concentrarsi maggiormente sui suoi compiti specifici.” (n. 22)
Ora l’identità dei presbiteri “si costituisce intorno al loro essere per ed è inseparabile dalla loro missione” (n. 23), vissuta nella fedeltà. Infatti occorre non dimenticare che “la vocazione sacerdotale si sviluppa tra le gioie e le fatiche di un umile servizio ai fratelli, di cui il mondo spesso non è consapevole, ma di cui ha una profonda sete: trovare testimoni credenti e credibili dell’Amore fedele e misericordioso di Dio costituisce un mezzo primario di evangelizzazione” (n.23).
Per questo il Pontefice mette in guardia da due tentazioni contro la fedeltà alla missione in un mondo frenetico e iperconnesso. Si rischia innanzitutto di cadere in “una mentalità dell’efficienza secondo il quale il valore di una persona si misura in base alle prestazioni, ossia al numero di attività e progetti realizzati”. In secondo luogo occorre guardarsi da un tipo di quietismo, per cui, spaventati dal contesto, si diventa egocentrici, rifiutando la sfida dell’evangelizzazione e adottando un approccio pigro e disfattista. Tentazioni che si superano vivendo un ministero gioioso e fecondo rimanendo fedeli alla missione ricevuta “cioè al dono di grazia trasmesso dal Vescovo durante l’Ordinazione sacerdotale”, perché (scriveva nella Pastores Dabo vobis San Giovanni Paolo II, al n. 23) “la carità pastorale unifica la vita del presbitero. E’ la dimensione pasquale da assumere come centrale nel mistero, perché la donazione senza riserve non può comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità, ma è “l’orizzonte in cui tutto è compreso nella misura in cui è orientato al Signore Gesù.” (n.25) Ciò richiede una valutazione sapiente dell’esposizione mediatica, perché, come ricordava S. Paolo, “tutto mi è lecito! Sì, ma non tutto giova” (1Cor 6, 12). Per questo è necessaria “una vera e propria conversione missionaria che orienti le comunità cristiane, sotto la guida dei loro pastori” (n. 26)
Guardando al futuro, Leone XIV invita a tenere presente “la prospettiva vocazionale in ogni ambito pastorale”, perché “non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!” (n. 28) Conclude la lettera con l’affidamento a Maria, Madre del Buon Consiglio e a San Giovanni Maria Vianney (patrono dei parroci e dei sacerdoti, che diceva che “il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”, che è “così forte da dissipare le nubi dell’abitudine, dello sconforto e della solitudine, un amore totale che ci è donato in pienezza nell’Eucarestia. Amore eucaristico, amore sacerdotale.” (n. 29)
