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La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Mercoledì 18 ottobre, all’Udienza generale, ha continuato la catechesi sulla speranza cristiana, soffermandosi in particolare sul tema: “Beati i morti che muoiono nel Signore”. Ha così invitato tutti a pensare al momento della morte: “ognuno di noi pensi alla propria morte e si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: ‘Vieni, vieni con me, alzati’. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà a ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: ‘Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!’.” Capita che spesso, quando la morte arriva “ci troviamo impreparati, privi anche di un ‘alfabeto’ adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane”. Egli ha rammentato come l’uomo sia nato con il culto dei morti, con tale “enigma” ed alcune civiltà, “prima della nostra”, abbiano avuto il coraggio di guardare la morte “in faccia”. Infatti, “contare i propri giorni”, che scorrono via “veloci”, fa sì che il cuore divenga “saggio”. Per questo “la morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano”. Ora la speranza cristiana “attinge” dall’atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana: “se essa è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene”. Riferendosi poi al racconto evangelico di Giairo, che si rivolge con fede a Gesù perché salvi la figlia malata, osserva come il Signore ci metta sul ‘crinale’ della fede. Ogni volta che la morte viene a “strappare il tessuto della vita e degli affetti”, come a Marta, la sorella di Lazzaro che piange per la morte del fratello, Gesù è una certezza. “Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. (…) Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: ‘Talità kum’, ‘Fanciulla, alzati’. Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: ‘Rialzati, risorgi’”.
Domenica 22 ottobre, all’Angelus, commentando il Vangelo domenicale, il Papa ha messo l’accento sull’appartenenza degli uomini a Dio. Gesù “dichiara che pagare la tassa non è un atto di idolatria, ma un atto dovuto all’autorità terrena; dall’altra – ed è qui che Gesù dà il colpo d’ala – richiamando il primato di Dio, chiede di rendergli quello che gli spetta in quanto Signore della vita dell’uomo e della storia”. Così “il riferimento all’immagine di Cesare, incisa nella moneta, dice che è giusto sentirsi a pieno titolo – con diritti e doveri – cittadini dello Stato; ma simbolicamente fa pensare all’altra immagine che è impressa in ogni uomo: l’immagine di Dio. Egli è il Signore di tutto, e noi, che siamo stati creati a sua immagine apparteniamo anzitutto a Lui”. Francesco poi pone un “interrogativo più radicale e vitale per ognuno di noi”, quello dell’appartenenza, ricordando che apparteniamo a Dio, vivendo “nel ri-conoscimento di questa nostra appartenenza fondamentale e nella ri-conoscenza del cuore verso il nostro Padre, che crea ognuno di noi singolarmente, irripetibile, ma sempre secondo l’immagine del suo Figlio amato, Gesù.” Di qui l’azione del cristiano ad “impegnarsi concretamente nelle realtà terrene, ma illuminando le realtà terrene con la luce che viene da Dio. L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui non comportano una fuga dalla realtà, ma anzi un rendere operosamente a Dio quello che gli appartiene. È per questo che il credente guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere la vita terrena in pienezza, e rispondere con coraggio alle sue sfide”.
Ha poi ricordato la beatificazione di sabato 21 ottobre a Barcellona di Matteo Casals, Teofilo Casajús, Fernando Saperas e 106 compagni martiri, appartenenti alla Congregazione religiosa dei Claretiani e uccisi in odio alla fede durante la guerra civile spagnola. “Il loro eroico esempio e la loro intercessione sostengano i cristiani che anche ai nostri giorni, in diverse parti del mondo, subiscono discriminazioni e persecuzioni”.
Poi l’annuncio dell’indizione di un Mese missionario straordinario nell’ottobre 2019, “al fine di risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale”. Il Papa ha così chiesto a tutti i fedeli di avere “veramente a cuore l’annuncio del Vangelo e la conversione delle loro comunità in realtà missionarie ed evangelizzatrici” affinché “si accresca l’amore per la missione, che «è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo»” come affermava San Giovanni Paolo II. 
Gian Paolo Cassano

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