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La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

E’ stato un incontro storico, tra fratelli, quello che venerdì 12 febbraio, all’aeroporto José Martì dell’Avana, a Cuba, ha visto l’abbraccio tra Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, con la firma della Dichiarazione comune, perché (come aveva detto in precedenza il Papa) “l’unità si costruisce camminando insieme”. Un incontro in cui sentire “la consolazione nello Spirito di questo dialogo”, perché “abbiamo parlato come fratelli (ha detto Francesco) abbiamo lo stesso Battesimo, siamo Vescovi, abbiamo parlato delle nostre Chiese, ci siamo trovati d’accordo che l’unità si costruisce nel cammino, abbiamo parlato chiaramente senza mezze parole”.
La Dichiarazione comune (5 pagine divise in 30 punti) è testo semplice e forte: “con gioia – affermano Francesco e Kirill - ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore a cuore”. Il testo deplora “la perdita dell’unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato” e nella consapevolezza “della permanenza di numerosi ostacoli” si augura che questo incontro “possa contribuire al ristabilimento” dell’unità voluta da Dio. Lo scopo è rispondere “insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario”. “Il nostro sguardo – affermano Francesco e Kirill - si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione”, testimoni di unità nella sofferenza e nel martirio. Si ribadisce la necessità del dialogo interreligioso e l’appello a non rimanere indifferenti “alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei Paesi ricchi” e del rispetto del creato. Si esprime poi la preoccupazione per la crisi della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna: “ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità … viene estromesso dalla coscienza pubblica”. La Dichiarazione auspica che l’incontro “possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi”, escludendo ogni forma di proselitismo. “Non siamo concorrenti ma fratelli – concludono Francesco e Kirill - e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore”. 
L’arrivo a Città del Messico è stato un vero e proprio bagno di folla, in un paese caratterizzato da una povertà che colpisce quasi la metà della popolazione. Ma in realtà il Papa viene in primo luogo per pregare di fronte all’immagine  della Nostra Signora di Guadalupe, quel mistero, come ha detto, per il quale non ci sono spiegazioni umane. L’icona è in uno dei santuari più visitati dell’America Latina, meta di pellegrinaggi da tutto il continente. Il Santuario sorge laddove nel 1531 l’indio Juan Diego, convertito al cristianesimo, ebbe cinque apparizioni della Madonna. e l’immagine della Vergine è dipinta su un mantello di tela di fibre di un cactus che normalmente resisterebbe non più di vent’anni. Ancora oggi non c’è spiegazione scientifica per la sua esistenza.
Una storia che ci fa capire come anche i più umili possono essere un mezzo per costruire “il santuario di Dio”. Tutto “questo ci dà la certezza che le lacrime di coloro che soffrono non sono sterili. Sono una preghiera silenziosa che sale fino al cielo e che in Maria trova sempre posto sotto il suo manto. In lei e con lei, Dio si fa fratello e compagno di strada, porta con noi le croci per non lasciarci schiacciare da nostri dolori”. La Madre di Dio ci invita ad essere suoi messaggeri, ad accompagnare tante vite, asciugare tante lacrime. E poi a soccorrere “i prigionieri”, perdonare “chi ti ha fatto del male”, consolare “chi è triste”, avere “pazienza con gli altri”. Tutte doti da esercitare nell’Anno della Misericordia.
Ma il Papa è venuto anche per invitare la Chiesa locale a rinnovarsi, ad uscire per  rafforzare l’opera di evangelizzazione. Così sabato 13 febbraio, parlando ai vescovi messicani, ha esortato a non aver paura della trasparenza, ad essere vicini alla gente, testimoni del Signore e non prìncipi: a loro ha affidato i giovani, il rispetto e la riconoscenza per i popoli indigeni e i migranti, da seguire anche oltre le frontiere. Forte l’appello del Pontefice alla lotta al narcotraffico con un serio e qualificato progetto pastorale che includa tutti. Ha centrato la sua attenzione sul modello della Madonna di Guadalupe che “ci insegna che l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, bensì la debolezza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia”. Con un profondo sguardo spirituale, il Papa ha raccomandato alla Chiesa messicana, che ha di fronte una coraggiosa conversione pastorale, di cercare, generare e nutrire i discepoli odierni di Gesù. Prossimità e vicinanza sono le parole chiave, ancora una volta sul modello della vergine Morenita che custodisce e riflette il volto di chi la incontra: “solo una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che vanno a bussare alla sua porta è capace di parlare loro di Dio. Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci accorgiamo dei loro bisogni, nulla potremo offrire”. No dunque al clericalismo e all’autoreferenzialità. Importante è il ruolo che il Papa affida ai vescovi per il futuro del Messico, a tessete con pazienza come Dio ha fatto, sul manto di Juan Diego, “quell’uomo nuovo che il vostro Paese attende”: fatelo con condiscendenza e umiltà. In particolare uno sguardo di delicatezza il Papa lo chiede per i popoli indigeni e le loro culture “non di rado massacrate” che aspettano ancora che venga riconosciuta effettivamente la “ricchezza del loro contributo e la fecondità della loro presenza per ereditare quella identità che vi fa diventare una Nazione unica e non solamente una tra le altre”. 
Per questo ha volto recarsi in mezzo tra gli indios e nelle situazioni di emarginazione, segnate soprattutto dalla violenza e dal narcotraffico. Così ad Ecatepec, domenica 14 febbraio, davanti a centinaia di migliaia di persone, nella prima domenica di Quaresima il Papa è tornato a parlare delle “tre tentazioni che cercano di degradarci”, ricordando, all’Angelus, che questa terra non deve più “piangere uomini e donne, giovani e bambini che finiscono distrutti nelle mani dei trafficanti della morte (…) dove non ci sia bisogno di emigrare per sognare; dove non ci sia bisogno di essere sfruttato per lavorare; dove non ci sia bisogno di fare della disperazione e della povertà di molti l’opportunismo di pochi”.  Nell’omelia, il Papa ha parlato della conversione quaresimale, con un no forte ad una società per pochi: “quante volte sperimentiamo nella nostra carne, o nella nostra famiglia, in quella dei nostri amici o vicini, il dolore che nasce dal non sentire riconosciuta quella dignità che tutti portiamo dentro. Quante volte abbiamo dovuto piangere e pentirci, perché ci siamo resi conto di non aver riconosciuto tale dignità negli altri. Quante volte, e lo dico con dolore, siamo ciechi e insensibili davanti al mancato riconoscimento della dignità propria e altrui”. Le tre tentazioni cercano di rovinare la verità alla quale siamo chiamati: l’attaccamento alla ricchezza, “impossessandoci di beni che sono stati dati per tutti, utilizzandoli solo per me o per i ‘miei’”; la vanità, ovvero “quella ricerca di prestigio basata sulla squalifica continua e costante di quelli che ‘non sono nessuno’”; l’orgoglio, “ossia il porsi su un piano di superiorità di qualunque tipo, sentendo che non si condivide la ‘vita dei comuni mortali’”. Ora, col demonio non si dialoga, ma occorre scegliere Cristo.
Gian Paolo Cassano

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