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La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Ravvivare l’alleanza tra la famiglia e la comunità cristiana”, è quanto ha chiesto il Papa, all’udienza generale di mercoledì 9 settembre. Egli ha ribadito che le chiese devono essere case accoglienti con le porte aperte, altrimenti diventano musei, esortando a rafforzare il legame tra famiglie e chiese contro i “centri di potere” della nostra società. Ora “i grandi eventi delle potenze mondane – ha esordito il Papa - si scrivono nei libri di storia e lì rimangono. Ma la storia degli affetti umani si scrive direttamente nel cuore di Dio; ed è la storia che rimane in eterno”. C’è un “legame naturale” tra Chiesa e famiglia, “perché la Chiesa è una famiglia spirituale e la famiglia è una piccola Chiesa” ed anche Gesù imparò la storia umana per questa via, “accogliendola nella sua comunione con il Padre e nella sua stessa missione apostolica”. Poi, iniziando la sua vita pubblica formò intorno a sé una comunità, un’assemblea di persone (questo è il “significato della parola chiesa”) che ha la “forma di una famiglia ospitale, non di una setta esclusiva, chiusa”. Gesù non “cessa di accogliere e di parlare con tutti” e questa “è una lezione forte per la Chiesa”. Si potrebbe dire “che la famiglia e la parrocchia sono i due luoghi in cui si realizza quella comunione d’amore che trova la sua fonte ultima in Dio stesso. Una Chiesa davvero secondo il Vangelo non può che avere la forma di una casa accogliente, con le porte aperte, sempre. Le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei!” Oggi, tra famiglie e chiese c’è “un’alleanza cruciale contro i centri di potere ideologici, finanziari, politici”. Occorre riporre la nostra speranza “nei centri dell’amore”, che sono le famiglie, “ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione”, con “una fede generosa per ritrovare l’intelligenza e il coraggio per rinnovare questa alleanza”. C’è il rischio di scoraggiarsi, di tirarsi indietro, “dicendo di non essere all’altezza.” Ora “senza la grazia di Dio, non potremmo fare nulla. Tutto ci viene dato, gratuitamente dato! E il Signore non arriva mai in una nuova famiglia senza fare qualche miracolo”. Naturalmente, “anche la comunità cristiana deve fare la sua parte”, cercando “di superare atteggiamenti troppo direttivi e troppo funzionali” e, contemporaneamente occorre che “le famiglie prendano l’iniziativa e sentano la responsabilità di portare i loro doni preziosi per la comunità”, perché “la fede cristiana si gioca sul campo aperto della vita condivisa con tutti”.
All’Angelus domenica 13 settembre il Pontefice ha evidenziato come per seguire Cristo e il Vangelo, in una vita “rinnovata e autentica”, occorra rifiutare quella mentalità mondana che pone il proprio ‘io’ e i propri interessi al centro dell’esistenza. E’ un cammino “scomodo”, che non è quello “del successo o della gloria passeggera”, ma quello che conduce alla “vera libertà”. Vuol dire “operare un netto rifiuto di quella mentalità mondana che pone il proprio ‘io’ e i propri interessi al centro dell’esistenza: no, quello non è quello che Gesù vuole da noi! Invece, Gesù ci invita a perdere la propria vita per Lui, per il Vangelo, per riceverla rinnovata, realizzata e autentica”. E’ la strada che conduce “alla vita piena e definitiva con Dio” seguendo “Lui, il nostro Maestro e Signore che si è fatto Servo di tutti”, ascoltandolo “attentamente nella sua Parola”. Ora Cristo comprende che in “ciascuno di noi (…) alla grazia del Padre” si oppone “la tentazione del Maligno che vuole distoglierci dalla volontà di Dio”, dichiarando “che chi vuole essere suo discepolo deve accettare di essere servo, come Lui si è fatto servo”. Ha poi invitato i giovani ad avvertire “la voglia di sentire Gesù più da vicino”: “pensate. Pregate. E lasciate che il Signore vi parli”. E il Signore parlò e guidò Samuel Benedict Daswa, beatificato domenica in Sudafrica: “appena 25 anni fa” fu ucciso nel 1990 “per la sua fedeltà al Vangelo”; nella sua vita dimostrò sempre “grande coerenza”, assumendo coraggiosamente atteggiamenti cristiani e rifiutando abitudini “mondane e pagane”. Così “la sua testimonianza si unisce alla testimonianza di tanti fratelli e sorelle nostre, giovani, anziani, ragazzi, bambini, perseguitati, cacciati via, uccisi per confessare Gesù Cristo. Tutti questi martiri, Samuel Benedict Daswa e tutti loro, ringraziamo per la loro testimonianza e chiediamo loro di intercedere per noi”. Un pensiero poi è andato al mondo del lavoro in difficoltà (salutando gli insegnati precari giunti dalla Sardegna), auspicando “che i problemi del mondo del lavoro siano affrontati tenendo concretamente conto della famiglia e delle sue esigenze”.
Gian Paolo Cassano

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