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La Parola di Papa Benedetto

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO

a cura di Gian Paolo Cassano

Il dramma dell’innocente perseguitato (letto in chiave cristologica) è strato letto dal papa attraverso il salmo 22 (21) a cui è stato dedicato nell’udienza generale di mercoledì 14 settembre. E’ una preghiera “accorata e toccante” che ci porta ai piedi della Croce di Gesù “per rivivere la sua passione e condividere la gioia feconda della risurrezione” nell’implorazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (v.2)

Qui si alternano “la realtà angosciante del presente” e la “memoria consolante del passato”: “Dio tace, e questo silenzio lacera l’animo dell’orante, che incessantemente chiama, ma senza trovare risposta. I giorni e le notti si succedono, in una ricerca instancabile di una parola, di un aiuto che non viene; Dio sembra così distante, così dimentico, così assente”.

Il salmista sa che Dio non lo può abbandonare e cerca “una relazione che possa donare conforto e salvezza”. E’ il grido di Gesù morente sulla Croce: “esso esprime tutta la desolazione del Messia, Figlio di Dio, che sta affrontando il dramma della morte, una realtà totalmente contrapposta al Signore della vita. Abbandonato da quasi tutti i suoi, tradito e rinnegato da discepoli, attorniato da chi lo insulta, Gesù è sotto il peso schiacciante di una missione che deve passare per l’umiliazione e l’annichilimento. Perciò grida al Padre, e la sua sofferenza assume le parole dolenti del Salmo”.

Ma, come per il salmista, non è un grido disperato:la preghiera straziante di Gesù, pur mantenendo la sua carica di indicibile sofferenza, si apre alla certezza della gloria… Nella sua passione, in obbedienza al Padre, il Signore Gesù attraversa l’abbandono e la morte per giungere alla vita e donarla a tutti i credenti”.

All’apparente assenza di Dio si contrappone una presenza e una vicinanza che accompagna tutta la vita dell’uomo; allora il lamento diventa supplica di fronte ad avversari che sembrano invincibili, come “animali feroci e pericolosissimi”. E’ la violenza che ha sempre in sé qualcosa di bestiale e solo l’intervento salvifico di Dio può restituire l’uomo alla sua umanità”.

E di nuovo, impellente, si fa forte il grido del salmista che “proclama una fede, una certezza che va al di là di ogni dubbio, di ogni buio e di ogni desolazione. E il lamento si trasforma, lascia il posto alla lode nell’accoglienza della salvezza”. Si apre così al rendimento di grazie, “al grande inno finale che coinvolge tutto il popolo, i fedeli del Signore” perché “il Signore è accorso in aiuto, ha salvato il povero e gli ha mostrato il suo volto di misericordia.” È la vittoria della fede, che può trasformare “la morte in dono della vita, l’abisso del dolore in fonte di speranza”.

Domenica 18 settembre, all’Angelus ha evidenziato come oggi “viviamo in un’epoca di nuova evangelizzazione” in cui si aprono vasti orizzonti “all’annuncio del Vangelo, mentre regioni di antica tradizione cristiana sono chiamate a riscoprire la bellezza della fede“, poiché il Vangelo trasforma il mondo.

Vivendo in “comunione con Gesù Cristo vivente” si scopre “un nuovo senso della vita, dell’esistenza umana”. Per questo ha invitato tutti a questo impegno: “persone, famiglie, comunità che accettano di lavorare nella vigna del Signore, secondo l’immagine del Vangelo di questa domenica” nello stile delle gratuità, lieti “di partecipare alla missione di Gesù e della Chiesa.”

Gian Paolo Cassano

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