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La Parola di Papa Benedetto

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Un grande successo (sia dal punto di vista spirituale, sia umano) è stato il viaggio che Benedetto XVI ha intrapreso in Libano dal 14 al 16 settembre, in un periodo difficile segnato da forti tensioni in Medio Oriente, con un’accoglienza che dimostrava il desiderio da parte di tutti (cristiani e musulmani) di ricevere un messaggio di pace, di stima e di incoraggiamento da parte del Papa, per la convivenza delle sue diverse componenti.
“La pace – ha commentato p. Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, alla Radio Vaticana - era il tema principale di questo viaggio…. ed è bello che il Papa abbia avuto il coraggio di venire a dare questo messaggio di speranza proprio in un momento in cui invece c’erano preoccupazioni particolari.”
“Vengo in Libano – ha detto il Papa al suo arrivo a Beirut, accolto dal presidente Michel Suleiman, dalle autorità dello stato e dal calore delle gente che lo ha compagnato in tutto il suo soggiorno – come pellegrino di pace, come amico di Dio e come amico degli uomini, qualunque sia la loro appartenenza e il loro credo”.
L’occasione è stata data dalla promulgazione dell’Esortazione “Ecclesia in Medio Oriente” che raccoglie quanto emerso dal Sinodo speciale per il Medio Oriente, svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2010 e dedicato al tema della comunione e testimonianza.
Nelle sue tre parti il documento guarda anzitutto al contesto mediorientale, un mosaico che richiede uno sforzo notevole per rafforzare la testimonianza cristiana: essenziale, quindi, sia l’unità ecumenica sia il dialogo interreligioso con ebrei e musulmani che, come i cristiani, credono in un unico Dio, condannando qualsiasi atto (giustificato in nome della religione) di intolleranza, discriminazione, emarginazione o persecuzione. In essa si ricorda che la presenza dei cristiani in Medio Oriente non è casuale, ma storica e che essi hanno contribuito alla formazione della cultura locale ed il richiamo alla tutela della libertà religiosa per cui ognuno possa scegliere il proprio Credo e manifestarlo pubblicamente, senza rischiare la vita. Il Papa si sofferma su due nuove realtà: la laicità e il fondamentalismo. La prima, se vissuta in modo sano, implica distinzione e collaborazione tra politica e religione, nel rispetto reciproco; riguardo poi al fondamentalismo religioso, il Papa chiede a tutti i responsabili religiosi del Medio Oriente di sradicare questo fenomeno, minaccia mortale per tutti i credenti.
Come non pensare in questo contesto all’esodo dei cristiani dai Paesi della regione: disperati, vittime di conflitti, umiliati, sono costretti ad emigrare: un Medio Oriente senza o con pochi cristiani non è più Medio Oriente ! L’Esortazione presenta, inoltre, alcune proposte concrete: una traduzione comune del Padre Nostro nelle lingue locali della regione; l’indizione di un Anno Biblico, lo sviluppo delle nuove forme di comunicazione, un accordo ecumenico sul riconoscimento del battesimo tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese con cui è in dialogo teologico, il libero acceso, senza restrizioni, per i fedeli che si recano in pellegrinaggio ai Luoghi Santi.
Momento culminante del viaggio apostolico è stata la Messa sul lungomare di Beirut, con un’immensa folla di oltre 350.000 (o forse mezzo milione) di persone, non solo cristiani domenica 16 settembre.
Benedetto XVI ha chiesto a Dio “il dono della pace dei cuori, il silenzio delle armi e la cessazione di ogni violenza”. “Chi vuole costruire la pace – ha sottolineato all’Angelus - deve smettere di vedere nell’altro un male da eliminare. Non è facile vedere nell’altro una persona da rispettare e da amare, eppure bisogna farlo, se si desidera costruire la pace, se si vuole la fraternità … qualunque sia l’origine e la convinzione religiosa”.
Nell’omelia della Messa, il Papa ha sottolineato che soltanto chi accetta di seguire Gesù “sulla sua via, di vivere in comunione con lui nella comunità dei discepoli, può averne una conoscenza autentica”. Parlando della realtà delle croce, “Gesù vuol far loro comprendere” che Egli è “un Messia sofferente, un Messia servo, e non un liberatore politico onnipotente”. Per cui “porsi alla sequela di Gesù significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino”. Un “cammino scomodo” che “non è quello del potere o della gloria terrena, ma quello che conduce necessariamente a rinunciare a se stessi, a perdere la propria vita per Cristo e il Vangelo, al fine di salvarla”. Accompagnare Gesù “esige un’intimità sempre più grande con Lui, ponendosi all’ascolto attento della sua Parola per attingervi l’ispirazione del nostro agire”. Ha ricordato poi l’inizio, il prossimo 11 ottobre, dell’Anno della fede, per “approfondire” la riflessione “sulla fede per renderla più consapevole e per rafforzare” l’adesione a Cristo Gesù: è “servire, come il Signore stesso ha fatto, gratuitamente e per tutti, senza distinzione”. E’ lo spirito che deve animare tutti i battezzati “specialmente con un impegno effettivo accanto ai più poveri, agli emarginati, a quanti soffrono”, per “servire la giustizia e la pace”, in un mondo segnato dalla violenza, “è un’urgenza al fine di impegnarsi per una società fraterna, per costruire la comunione!” Ha concluso con la preghiera al Signore perché dia “a questa regione del Medio Oriente dei servitori della pace e della riconciliazione, perché tutti possano vivere pacificamente e con dignità”. E’ una “testimonianza essenziale che i cristiani debbono dare qui, in collaborazione con tutte le persone di buona volontà. Vi chiamo tutti ad operare per la pace”.
Incontrando il presidente della Repubblica Michel Suleiman con le autorità civili e religiose (cristiani e musulmani) sabato 15 settembre ha parlato della libertà religiosa come realtà indispensabile per la pace e la convivenza tra i popoli. “Professare e vivere liberamente la propria religione senza mettere in pericolo la propria libertà deve essere possibile a chiunque”. La perdita o l’indebolimento di questa libertà, ha rimarcato “priva la persona del sacro diritto ad una vita integra sul piano spirituale”.
“In Libano – ha detto il Pontefice - la Cristianità e l’Islam abitano lo stesso spazio da secoli. Non è raro vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni”; allora “perché non dovrebbe esserlo a livello dell’intera società?”.
E’ un dialogo che “è possibile solamente nella consapevolezza che esistono valori comuni a tutte le grandi culture, perché sono radicate nella natura della persona umana”. Ha così evidenziato la centralità della libertà religiosa (“il diritto fondamentale da cui molti altri dipendono”) per la costruzione della pace. Essa “ha una dimensione sociale e politica indispensabile alla pace”, promuovendo una coesistenza ed una vita armoniose attraverso l’impegno comune “al servizio della verità che non si impone con la violenza”. Ha quindi esortato tutti i libanesi ad essere un esempio, a testimoniare con coraggio che “Dio vuole la pace, difendendo la vita”. Senza la difesa della dignità dell’uomo “non è possibile costruire l’autentica pace”. Ha così ricordato gli attentati alla vita che sono la povertà, il terrorismo, la disoccupazione, lo sfruttamento, la logica economica che vuole far prevalere l’avere sull’essere, stando attenti a quelle ideologie che “mettendo in causa” il valore inalienabile di ogni persona e della famiglia “minano le basi della società”. “Oggi – ha detto – le differenze culturali, sociali, religiose, devono approdare a vivere un nuovo tipo di fraternità, dove appunto ciò che unisce è il senso comune della grandezza di ogni persona”. Qui, ha soggiunto, “si trova la via della pace.” “Si tratta - ha spiegato – di dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti”, perché solo il perdono “pone le fondamenta durevoli della riconciliazione e della pace di tutti. Il dialogo, ha concluso, “è possibile solamente nella consapevolezza che esistono valori comuni a tutte le grandi culture perché sono radicate nella natura della persona umana”.
Incontrando i giovani (sabato 15), oltre 25.000, tra cui anche tanti giovani musulmani (una “presenza importante”), il Papa esprimendo anche la sua vicinanza al popolo siriano travolto dalla guerra civile, ha detto: “voi siete con i giovani cristiani il futuro di questo meraviglioso Paese e dell’insieme del Medio Oriente. Cercate di costruirlo insieme”. E quando sarete adulti, “continuate a vivere la concordia nell’unità con i cristiani”, (in questa simbiosi c’è la bellezza del Libano) perché “l’intero Medio Oriente, guardando voi, comprenda che i musulmani e i cristiani, l’Islam e il Cristianesimo, possono vivere insieme senza odio, nel rispetto del credo di ciascuno, per costruire insieme una società libera e umana”.
Ha riconosciuto che i giovani libanesi “sono la speranza e l’avvenire” del loro Paese., invitandoli ad essere “accoglienti e aperti come Cristo vi chiede e come il vostro Paese vi insegna”.
Gian Paolo Cassano

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