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LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO a cura di Gian Paolo Cassano

All’udienza generale di mercoledì 6 marzo il Pontefice ha ripreso il ciclo di catechesi dedicate al “Padre Nostro”, centrando la meditazione sulla seconda invocazione con cui ci rivolgiamo a Dio: “Venga il tuo Regno” (Mt 6,10). Dopo “aver pregato perché il suo nome sia santificato, il credente esprime il desiderio che si affretti la venuta del suo Regno”, parole che sono “un lieto annuncio, un messaggio di gioia”. Vogliono “dire: “abbiamo bisogno di Te, Gesù; abbiamo bisogno che ovunque e per sempre Tu sia Signore in mezzo a noi!” Il Papa è partito dalla constatazione che “il mondo è ancora segnato dal peccato, popolato da tanta gente che soffre, da persone che non si riconciliano e non perdonano, da guerre e da tante forme di sfruttamento”, per provare “che la vittoria di Cristo non si è ancora completamente attuata: tanti uomini e donne vivono ancora con il cuore chiuso. È soprattutto in queste situazioni che sulle labbra del cristiano affiora la seconda invocazione del Padre nostro: Venga il tuo regno!” Una parola da regalare “alle persone sconfitte e piegate dalla vita, a chi ha assaporato più odio che amore, a chi ha vissuto giorni inutili senza mai capire il perché. Doniamola a coloro che hanno lottato per la giustizia, a tutti i martiri della storia, a chi ha concluso di aver combattuto per niente e che in questo mondo domina il male.”
Ora “Dio ci precede sempre, Dio ci sorprende sempre” ed è grazie a Lui che “dopo la notte del Venerdì santo c’è un’alba di Risurrezione capace di illuminare di speranza il mondo intero”. Poiché il suo “stile” è la “mitezza”, il “peggior errore sarebbe di voler intervenire subito estirpando dal mondo quelle che ci sembrano erbe infestanti”. Si tratta di “una grande forza, la più grande che ci sia, ma non secondo i criteri del mondo; per questo sembra non avere mai la maggioranza assoluta. È come il lievito che si impasta nella farina: apparentemente scompare, eppure è proprio esso che fa fermentare la massa (cfr Mt 13,33). Oppure è come un granello di senape, così piccolo, quasi invisibile, che però porta in sé la dirompente forza della natura, e una volta cresciuto diventa il più grande di tutti gli alberi dell’orto (cfr Mt 13,31-32).”
Domenica 10 marzo, all’Angelus, il Papa ha ricordato che la vita interiore, la fede in Dio e la certezza del suo amore sono i rimedi contro le tentazioni: “l’avidità di possesso, la gloria umana, la strumentalizzazione di Dio”, che “sono strade per ingannarci”. Il Pontefice ha fatto riferimento alla “logica insidiosa del diavolo” che “parte dal naturale e legittimo bisogno di nutrirsi, di vivere, di realizzarsi, di essere felici, per spingerci a credere che tutto ciò è possibile senza Dio, anzi, persino contro di Lui.” Gesù invece afferma di volersi abbandonare con piena fiducia alla provvidenza del Padre e si oppone, sapendo che “si può perdere ogni dignità personale, ci si lascia corrompere dagli idoli del denaro, del successo e del potere, pur di raggiungere la propria autoaffermazione. E si gusta l’ebbrezza di una gioia vuota che ben presto svanisce.” Così per la terza volta Gesù oppone “la ferma decisione di rimanere umile e fiducioso di fronte al Padre”, respingendo la “tentazione forse più sottile: quella di voler ‘tirare Dio dalla nostra parte’, chiedendogli grazie che in realtà servono a soddisfare il nostro orgoglio.”
Le strade che ci vengono messe davanti “con l’illusione di poter così ottenere il successo e la felicità” sono però “del tutto estranee al modo di agire di Dio; anzi, di fatto ci separano da Lui, perché sono opera di Satana”. Egli “affrontando in prima persona queste prove, vince per tre volte la tentazione per aderire pienamente al progetto del Padre. E ci indica i rimedi: la vita interiore, la fede in Dio, la certezza del suo amore, la certezza che Dio ci ama, che è Padre, e con questa certezza vinceremo ogni tentazione.” Gesù non entra in dialogo con il tentatore, “ma risponde alle tre sfide soltanto con la Parola di Dio. Questo ci insegna che con il diavolo non si dialoga, non si deve dialogare, soltanto gli si risponde con la Parola di Dio. Approfittiamo dunque della Quaresima, come di un tempo privilegiato per purificarci, per sperimentare la consolante presenza di Dio nella nostra vita.”

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