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LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO a cura di Gian Paolo Cassano

Mercoledì 16 gennaio, all’Udienza generale, il Papa ha proseguito la catechesi sul Padre nostro, riflettendo sulla lettera paolina ai Romani e assicurando che, nella preghiera al Signore, Dio “non ci nasconderà il suo volto”, né “si chiuderà nel silenzio”, perché “mai ci ha persi di vista”. Egli è sempre “fedele al suo amore per noi”, perché “Dio è non solo un padre, è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura. D’altra parte, c’è una ‘gestazione’ che dura per sempre, ben oltre i nove mesi di quella fisica; è una gestazione che genera un circuito infinito d’amore. Per un cristiano, pregare è dire semplicemente ‘Abbà’, dire ‘Papà’, dire ‘Babbo’, dire ‘Padre’ ma con la fiducia di un bambino.” E’ un’espressione che è la “novità del Vangelo”. Infatti “dopo aver conosciuto Gesù e ascoltato la sua predicazione, il cristiano non considera più Dio come un tiranno da temere, non ne ha più paura ma sente fiorire nel suo cuore la fiducia in Lui: può parlare con il Creatore chiamandolo ‘Padre’. L’espressione è talmente importante per i cristiani che spesso si è conservata intatta nella sua forma originaria: Abbà”. Il Pontefice ha poi spiegato che nelle parole aramaiche sia rimasta come “registrata” la voce di Gesù. Così, nella prima parola del “Padre nostro” si può trovare la radicale novità della preghiera cristiana, non solo la figura del padre, “da legare al mistero di Dio”, bensì di avere “tutto il mondo di Gesù travasato nel proprio cuore”. Dire “Abbà” è qualcosa di molto “più intimo, più commovente” che semplicemente chiamare Dio “Padre”. Qui si spiega “perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria ‘Abbà’ con ‘Papà’ o “Babbo’. Invece di dire ‘Padre nostro’, dire ‘Papà, Babbo’. Noi continuiamo a dire ‘Padre nostro’, ma con il cuore siamo invitati a dire ‘Papà’, ad avere un rapporto con Dio come quello di un bambino con il suo papà, che dice ‘papà’ e dice ‘babbo’”. Sono espressioni che evocano “affetto” e “calore”, un “qualcosa che ci proietta nel contesto dell’età infantile”, all’immagine di un bambino “completamente avvolto dall’abbraccio di un padre che prova infinita tenerezza per lui”. Di qui l’invito “per pregare bene (…) ad avere un cuore di bambino. Non un cuore sufficiente: così non si può pregare bene. Come un bambino nelle braccia di suo padre, del suo papà, del suo babbo.” Il “Padre nostro” prende “senso e colore” se impariamo a pregarlo dopo aver letto la parabola del padre misericordioso, “che non ricorda le parole offensive” rivoltegli ma fa capire “semplicemente quanto gli sia mancato”. Infatti “il padre di quella parabola ha nei suoi modi di fare qualcosa che molto ricorda l’animo di una madre. Sono soprattutto le madri a scusare i figli, a coprirli, a non interrompere l’empatia nei loro confronti, a continuare a voler bene, anche quando questi non meriterebbero più niente.”
Domenica 20 gennaio, all’Angelus, Francesco ha esortato “tutta la Chiesa” ad ascoltare e mettere in pratica la parola del Signore, sull’esempio di Maria. Riferendosi al brano evangelico delle nozze di Cana, l’inizio dei “segni” compiuti da Gesù, il “primo dei miracoli” che fece “per rivelare l’amore del Padre”, ha mostrato come in Lui Dio abbia “sposato l’umanità: è questa la buona notizia, anche se quelli che l’hanno invitato non sanno ancora che alla loro tavola è seduto il Figlio di Dio e che il vero sposo è Lui. In effetti, tutto il mistero del segno di Cana si fonda sulla presenza di questo sposo divino, Gesù, che comincia a rivelarsi. Gesù si manifesta come lo sposo del popolo di Dio, annunciato dai profeti, e ci svela la profondità della relazione che ci unisce a Lui: è una nuova Alleanza di amore.” In questo contesto di Alleanza si comprende “pienamente” il senso del simbolo del vino, al centro del miracolo. “Trasformando in vino l’acqua delle anfore utilizzate ‘per la purificazione rituale dei Giudei’ (era l’abitudine: prima di entrare in casa, purificarsi) Gesù compie un segno eloquente: trasforma la Legge di Mosè in Vangelo, portatore di gioia.”
Come non cogliere poi nelle parole di Maria ai servitori (“Qualsiasi cosa vi dica, fatela”) una “preziosa eredità” che la “nostra Madre” ci ha lasciato ? “In queste nozze, davvero viene stipulata una Nuova Alleanza e ai servitori del Signore, cioè a tutta la Chiesa, è affidata la nuova missione: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela’. Servire il Signore significa ascoltare e mettere in pratica la sua parola. È la raccomandazione semplice, essenziale della Madre di Gesù, è il programma di vita del cristiano.” Anche noi dovremmo imparare, “quando siamo in situazioni difficili, quando avvengono problemi che noi non sappiamo come risolvere, quando sentiamo tante volte ansia e angoscia, quando ci manca la gioia”, ad “andare dalla Madonna e dire: ‘Non abbiamo vino. E’ finito il vino: guarda come sto, guarda il mio cuore, guarda la mia anima’. Dirlo alla Madre. E lei andrà da Gesù a dire: ‘Guarda questo, guarda questa: non ha vino’. E poi, tornerà da noi e ci dirà: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela’”. Per ognuno di noi “attingere dall’anfora equivale ad affidarsi alla Parola e ai Sacramenti” per sperimentare la grazia di Dio “nella nostra vita”.

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