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La parola di Papa Francesco

Mercoledì 12 Luglio 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nel mese di luglio sono sospese le udienza generali. Continua invece l’appuntamento coi i fedeli all’Angelus domenicale. Domenica 9 luglio, riflettendo sull’invito del Vangelo matteano (“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”) il Papa ha incoraggiato ad uscire da sé stessi e seguire il Signore, che ci rende forti. E’ l’invito ad aprire la vita a Cristo senza fermarci a mete spesso “illusorie” che “promettono ristoro e distraggono solo un poco, assicurano pace e danno divertimento, lasciando poi nella solitudine di prima, sono fuochi d’artificio”. Ecco perché occorre ascoltare l’invito di Cristo: “non dimentichiamo di aprirci a Lui e di raccontargli la vita, di affidargli le persone e le situazioni. Forse ci sono delle ‘zone’ della nostra vita che mai abbiamo aperto a Lui e che sono rimaste oscure, perché non hanno mai visto la luce del Signore.”
Gesù sa quanto la vita possa essere “pesante”, sa che sono molte le cose che “affaticano il cuore”: delusioni, ferite, torti, ma anche incertezze e preoccupazioni. Gesù ci invita “a muoversi e reagire”, perché “lo sbaglio, quando le cose vanno male, è restare dove si è, coricato lì. (….) Allora si arriva persino a familiarizzare con la tristezza, che diventa di casa: quella tristezza ci prostra, è una cosa brutta questa tristezza. Gesù invece vuole tirarci fuori da queste ‘sabbie mobili’ e perciò dice a ciascuno: ‘Vieni!’ – ‘Chi?’ - ‘Tu, tu, tu…’. La via di uscita è nella relazione, nel tendere la mano e nell’alzare lo sguardo verso chi ci ama davvero”. Il Signore “ci aspetta” non per risolverci “magicamente” i problemi, ma per renderci forti in essi; non ci leva i pesi dalla vita, ma “l’angoscia dal cuore”; non ci toglie la croce, ma la porta “con noi”. E con Lui ogni peso diventa “leggero”, perché Lui è il “ristoro” che cerchiamo. “Quando nella vita entra Gesù, arriva la pace, quella che rimane anche nelle prove, nelle sofferenze. Andiamo a Gesù, diamogli il nostro tempo, incontriamolo ogni giorno nella preghiera, in un dialogo fiducioso, e personale; familiarizziamo con la sua Parola, riscopriamo senza paura il suo perdono, sfamiamoci del suo Pane di vita”; così ci sentiremo amati e consolati.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Francesco

Martedì 4 Luglio 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

All’Udienza generale di mercoled 28 giugno il Papa ha parlato della speranza cristiana, intesa come forza dei martiri evidenziando che il martirio non l’ideale supremo della vita cristiana, perch al di sopra di esso vi la carit, cio l’amore verso Dio e verso il prossimo. Ripugna ai cristiani l’idea che gli attentatori suicidi possano essere chiamati ‘martiri’: () non sono martiri, non c’ nulla nella loro fine che possa essere avvicinato all’atteggiamento dei figli di Dio. A volte, leggendo le storie di tanti martiri di ieri e di oggi - che sono pi dei martiri dei primi tempi - rimaniamo stupiti di fronte alla fortezza con cui hanno affrontato la prova. Questa fortezza segno della grande speranza che li animava: la speranza certa che niente e nessuno li poteva separare dall’amore di Dio donatoci in Ges Cristo. Quando Ges invia i discepoli in missione, non li illude con miraggi di facile successo ma li avverte che l’annuncio del Regno di Dio comporta sempre una opposizione; infatti i cristiani amano, ma non sempre sono amati, cio in una misura pi o meno forte la confessione della fede avviene in un clima di ostilit. Per questo il cristiano controcorrente’. E’ normale: poich il mondo segnato dal peccato, che si manifesta in varie forme di egoismo e di ingiustizia, chi segue Cristo cammina in direzione contraria. Se Ges indica la via della povert, un cristiano che non sia umile e povero e cos distaccato dalle ricchezze e dal potere e soprattutto da s non assomiglia a Ges. Ma occorre non cadere nella tentazione della vendetta e della violenza, rispondendo al male col male. Ges ci dice: ‘Io vi mando come pecore in mezzo a lupi’. () Per sconfiggere il male, non si possono condividere i metodi del male. L’unica forza del cristiano il Vangelo. E nelle difficolt si deve credere che Ges sta davanti a noi e non cessa di accompagnarci. La persecuzione non una contraddizione al Vangelo, ma ne fa parte, proprio perch Ges stato perseguitato. Nessuna delle sofferenze dell’uomo, nemmeno le pi minute e nascoste, sono invisibili agli occhi di Dio. Dio vede, e sicuramente protegge; e doner il suo riscatto. C’ infatti in mezzo a noi Qualcuno che pi forte del male, pi forte delle mafie, delle trame oscure, di chi lucra sulla pelle dei disperati, di chi schiaccia gli altri con prepotenza. Ecco lo stile dei cristiani, scelto da Dio: non persecutori, ma perseguitati; non arroganti, ma miti; non venditori di fumo, ma sottomessi alla verit; non impostori, ma onesti. Questa fedelt allo stile di Ges, che uno stile di speranza, fino alla morte, verr chiamata dai primi cristiani con un nome bellissimo: ‘martirio’, che significa ‘testimonianza’. C’erano tante altre possibilit, offerte dal vocabolario: lo si poteva chiamare eroismo, abnegazione, sacrificio di s. E invece i cristiani della prima ora lo hanno chiamato con un nome che profuma di discepolato.
In precedenza, ricevendo i delegati del congresso della CISL nell’Aula Paola VI, il Papa ha detto di no alle pensioni d’oro, e ha rilanciato un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, il primo patrimonio di una societ. la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta. Infatti una societ stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti. Invitando il sindacato ad essere ci gli spetta e non assomigliare troppo alla politica, ha chiesto che l’economia sia sempre e solo al servizio dell’uomo: diciamo economia sociale di mercato, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II: economia sociale di mercato. L’economia ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti.
Nella solennit degli apostoli Pietro e Paolo, il 29 giugno ha colto nella confessione, persecuzione, preghiera i tratti distintivi nella vita degli santi apostoli. Concelebrando con i neo cinque cardinali, ha benedetto i Palli degli arcivescovi metropoliti nominati nell’ultimo anno ed ha evidenziato che “a poco serve conoscere gli articoli di fede se non si confessa Ges Signore della propria vita. Infatti Egli ci guarda negli occhi e chiede: ‘Chi sono io per te?’ Come a dire: ‘Sono ancora io il Signore della tua vita, la direzione del tuo cuore, la ragione della tua speranza, la tua fiducia incrollabile?’ Di qui l’invito a chiedersi se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo. Perch chi confessa Ges non tenuto soltanto “a dare pareri, ma a dare la vita; sa che non pu credere in modo tiepido e che nella vita non pu ‘galleggiare’ o adagiarsi nel benessere, la sua via passa anche attraverso la croce e le persecuzioni. Ha indicato poi un’altra parola essenziale nella vita dell’apostolo: ‘preghiera’, acqua indispensabile che nutre la speranza e fa crescere la fiducia, perch la preghiera ci fa sentire amati e ci permette di amare. Ci fa andare avanti nei momenti bui, perch accende la luce di Dio. Nella Chiesa la preghiera che ci sostiene tutti e ci fa superare le prove.
All’Angelus ha ricordato che Pietro e Paolo hanno suggellato con il proprio sangue la testimonianza resa a Cristo con la predicazione e il servizio alla nascente comunit cristiana. Il Papa ha voluto rassicurare che il Signore non ci abbandona mai e specialmente nel momento della prova, Dio ci tende la mano, viene in nostro aiuto e ci libera dalle minacce dei nemici. Occorre ricordarsi per che il nostro vero nemico il peccato, e il Maligno che ci spinge ad esso, invitando a riconciliarsi con Dio specie con il sacramento della penitenza, per essere gioiosi annunciatori e testimoni del Vangelo.
Domenica 2 luglio, all’Angelus, ha sottolineato due aspetti essenziali per la vita del discepolo missionario, cio il legame con Ges che pi forte di qualunque altro legame ed il fatto che il missionario non porta s stesso, ma Ges, e mediante Lui l’amore del Padre celeste. Infatti chi si lascia attrarre in questo vincolo di amore e di vita con il Signore Ges diventa un suo rappresentante, un suo ‘ambasciatore’, soprattutto con il modo di essere, di vivere. L’importante non avere il cuore doppio, ma un cuore “semplice, unito; che non tenga il piede in due scarpe, ma sia onesto con s stesso e con gli altri. La doppiezza non cristiana. Ora c’ una reciprocit anche nella missione: se tu lasci tutto per Ges la gente riconosce in te il Signore; ma nello stesso tempo ti aiuta a convertirti ogni giorno a Lui, a rinnovarti e purificarti dai compromessi e a superare le tentazioni. Quanto pi un sacerdote vicino al popolo di Dio - ha soggiunto - tanto pi si sentir prossimo a Ges, e quanto pi un sacerdote vicino a Ges, tanto pi si sentir prossimo al popolo di Dio”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Francesco

Martedì 27 Giugno 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Essere santi si può perché ci aiuta il Signore”. E’ l’incoraggiamento del Papa all’Udienza generale di mercoledì 21 giugno, mettendo in evidenza la santità come testimonianza e compagnia di speranza. La santità passa nella quotidianità, perché essere santi significa fare il proprio dovere sempre e dovunque, con il cuore aperto a Dio. I santi testimoniano che “la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile”. Essi hanno conosciuto le “nostre stesse fatiche”, perché non hanno creduto “che le forze negative e disgreganti possano prevalere. L’ultima parola sulla storia dell’uomo non è l’odio, non è la morte, non è la guerra”. La nostra vita è nelle mani di Dio e “la Chiesa è fatta di innumerevoli fratelli, spesso anonimi, che ci hanno preceduto e che per l’azione dello Spirito Santo sono coinvolti nelle vicende di chi ancora vive quaggiù”.  Ecco l’intercessione dei santi, “la moltitudine di testimoni” di cui parla la Lettera agli Ebrei che è stata proclamata in questa occasione. “Dio non ci abbandona mai”; è vero che siamo “polvere che aspira al cielo”, che siamo “deboli” , ma potente è il mistero della grazia. Di qui l’auspicio che il Signore “doni a tutti noi la speranza di essere santi”, nella vita di tuti i giorni: “occorre fare tutto con il cuore aperto verso Dio, in modo che il lavoro, anche nella malattia e nella sofferenza, anche nelle difficoltà, sia aperto a Dio. E così si può diventare santi. Che il Signore ci dia la speranza di essere santi. Non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che santi! No. Si può essere santi perché ci aiuta il Signore; è Lui che ci aiuta”. Che i cristiani possano “diventare immagine di Cristo per questo mondo”, persone “che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri”. C’è bisogno di ‘mistici’, persone che rifiutano il dominio e aspirano, invece, alla carità: “senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza”.
Domenica 25 giugno, all’Angelus, ha lasciato risuonare l’invito di Gesù a non avere paura, quando istruisce e prepara i suoi discepoli “ad affrontare le prove e le persecuzioni che dovranno incontrare.” Infatti “l’invio in missione da parte di Gesù non garantisce ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo da fallimenti e sofferenze. Essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, sia quella della persecuzione. Questo spaventa un po’, ma è la verità”.
Il cristiano è “chiamato a conformare la propria vita a Cristo, che è stato perseguitato dagli uomini, ha conosciuto il rifiuto, l’abbandono e la morte in croce”, perché “non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità; le difficoltà e le tribolazioni fanno parte dell’opera di evangelizzazione,…” Tutto questo diventa occasione “per verificare l’autenticità della nostra fede e del nostro rapporto con Gesù”, certi che Dio “non abbandona i suoi figli nell’ora della tempesta”, ma sono “sempre assistiti dalla sollecitudine premurosa del Padre.” Il pensiero è andato quindi all’odierna “persecuzione contro i cristiani”, invitando a pregare per loro perché continuino “a testimoniare con coraggio e fedeltà la loro fede”. C’è però un’altra “forma di prova che può essere anche l’assenza di ostilità e di tribolazioni”, di chi “non vuole essere svegliata dal torpore mondano, che ignora le parole di Verità del Vangelo, costruendosi delle proprie effimere verità”. Bisogna non aver paura di chi  deride e maltratta, di chi ignora o davanti onora ma dietro combatte il Vangelo.  “Gesù non ci lascia soli perché siamo preziosi per Lui”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Francesco

Martedì 27 Giugno 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Martedì 20 giugno il Papa si è fatto pellegrino “sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio”. Sono Don Primo Mazzolari, a Bozzolo, e Don Lorenzo Milani a Barbiana, colui che difese e promosse la dignità dei poveri dando loro la parola.
A Bozzolo, ha invitato la Chiesa a non ignorare più pastori come Don Primo Mazzolari, sacerdote “scomodo” perché vicino ai poveri e sempre alla ricerca dei “lontani” e di cui il prossimo 18 settembre (come ha annunciato il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni) partirà il processo di Beatificazione. Una vista privata che è diventata una “festa di popolo”, il popolo di Don Mazzolari. Il fermarsi in preghiera sulla tomba di Don Primo è stato un gesto semplice e al tempo stesso fortissimo perché ha rappresentato l’abbraccio del Successore di Pietro ad un sacerdote a volte incompreso, perché profetico. Francesco ha riconosciuto che la traccia lasciata da sacerdoti come lui è “luminosa, (…) per quanto scomoda” ed ha ribadito che “i parroci”, quando “sono i volti di un clero non clericale”, sono “la forza della Chiesa in Italia”. E’ stato giustamente per questo definito il “parroco d’Italia”, declinando l’attualità del suo messaggio da tre “scenari che ogni giorno riempivano” gli occhi e il suo cuore: “il fiume, la cascina e la pianura”.
Il fiume: infatti “la sua parola, predicata o scritta attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo” celebrato “in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito”. Egli “non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente”, ma ha cercato di cambiare il mondo e la Chiesa senza rimpianti per il passato “attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.” Il Papa ha quindi indicato tre strade che sviano dalla direzione evangelica. Innanzitutto il “lasciar fare”, il “non sporcarsi le mani” guardando il mondo dalla finestra, che “mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano”. Il secondo metodo sbagliato è quello dell’“attivismo separatista”, per cui “ci si impegna a creare istituzioni cattoliche” come banche e cooperative, ma si rischia di ritrovarsi con “una comunità cristiana elitaria” che favorisce “interessi e clientele con un’etichetta cattolica”. Il terzo errore è il “soprannaturalismo disumanizzante”, la tentazione dello spiritualismo che preferisce le devozioni all’apostolato.  Don Mazzolari è stato il “parroco dei lontani” perché li ha sempre cercati con amore; egli è stato un parroco convinto che “i destini del mondo si maturano in periferia”, e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il “parroco dei lontani”, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato “non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo”. 
Il secondo scenario è quello della cascina che a qual tempo era una “famiglia di famiglie”, che indica “l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari”; egli “pensava a una Chiesa in uscita”, quando diceva ai sacerdoti che “bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più”.
Di qui lo sguardo misericordioso del parroco di Bozzolo nel chiedere di non massacrare “le spalle della povera gente”, esortando così i sacerdoti italiani e di tutto il mondo. “E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza la viveva in piedi, da adulto, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare”. 
Il terzo scenario “è quello della vostra grande pianura”, dove bisogna inoltrarsi senza paura, perché è in mezzo alla gente che si “incarna la misericordia di Dio”. Di qui l’incoraggiamento “ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù.” Ecco la testimonianza di Don Mazzolari che ha vissuto “da prete povero, non da povero prete”. Infatti “la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa”. Ha quindi esortato a fare tesoro della lezione di Don Mazzolari: “se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa Madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni”. 
Recandosi quindi a Barbiana ha ricordato che don Lorenzo Milani (a 50 anni dalla morte) ha saputo “ridare la parola ai poveri perché senza parola non c’è dignità. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società mediante il lavoro e la piena appartenenza alla Chiesa con una fede consapevole”. Egli ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli promuovendo la loro dignità di persone. La scuola per Don Milani non era un discorso diverso dalla missione di prete ma il modo concreto di svolgere quella missione. “Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”. 
Tutto in Don Lorenzo nasce dall’essere prete che ha radice nella sua fede, perché aveva sete di assoluto; così “Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa (…), con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni ma mai fratture, abbandoni”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Francesco

Lunedì 19 Giugno 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Il bisogno di amore che c’è in ogni essere umano e la certezza dell’amore incondizionato di Dio per ciascuno sono stati oggetto della catechesi all’udienza generale di mercoledì 14 giugno. “Tante persone oggi cercano una visibilità solo per colmare un vuoto interiore: come se fossimo persone eternamente bisognose di conferme. Però, ve lo immaginate un mondo dove tutti mendicano motivi per suscitare l’attenzione altrui, e nessuno invece è disposto a voler bene gratuitamente a un’altra persona?” Infatti “un mondo senza la gratuità del voler bene” sarebbe in realtà un inferno. Il Pontefice ha ricordato che non esistono persone del tutto cattive, ma infelici. E Dio ci guarda per primo: “Dio non ci ama perché in noi c’è qualche ragione che suscita amore. Dio ci ama perché Egli stesso è amore, e l’amore tende per sua natura a diffondersi, a donarsi. Dio non lega neppure la sua benevolenza alla nostra conversione: semmai questa è una conseguenza dell’amore di Dio”.
Il suo è un amore incondizionato, anche quando eravamo sbagliati, come padre o una madre, come le tante mamme che a Buenos Aires facevano la fila per entrare in carcere: “non si vergognavano. Il figlio era in carcere, ma era il loro figlio”. Così fa Dio con noi: “ma può essere che Dio abbia alcuni figli che non ami? No. Tutti siamo figlia amati di Dio. Non c’è alcuna maledizione sulla nostra vita, ma solo una benevola parola di Dio, che ha tratto la nostra esistenza dal nulla. La verità di tutto è quella relazione di amore che lega il Padre con il Figlio mediante lo Spirito Santo, relazione in cui noi siamo accolti per grazia. In Lui, in Cristo Gesù, noi siamo stati voluti, amati, desiderati. C’è Qualcuno che ha impresso in noi una bellezza primordiale, che nessun peccato, nessuna scelta sbagliata potrà mai cancellare del tutto”. Ora la medicina per cambiare il cuore di una persona infelice è l’amore. Per questo bisogna abbracciarla, “farle sentire che è desiderata, che è importante, e smetterà di essere triste. Amore chiama amore, in modo più forte di quanto l’odio chiami la morte. Gesù non è morto e risorto per sé stesso, ma per noi, perché i nostri peccati siano perdonati. È dunque tempo di risurrezione per tutti: tempo di risollevare i poveri dallo scoraggiamento, soprattutto coloro che giacciono nel sepolcro da un tempo ben più lungo di tre giorni”.
All’Angelus domenica 18 giugno, nella Solennità del Corpus Domini, ha lanciato un appello ad accogliere i rifugiati senza paura e vincendo ideologie distorte, in vista della Giornata mondiale del rifugiato (del 20 giugno). “Le loro storie di dolore e di speranza possono diventare opportunità di incontro fraterno e di vera conoscenza reciproca. Infatti, l’incontro personale con i rifugiati dissipa paure e ideologie distorte, e diventa fattore di crescita in umanità, capace di fare spazio a sentimenti di apertura e alla costruzione di ponti”. Poi ha messo l’accentro sulla forza che il cristiano trova nell’Eucaristia, sottolineando che nutrirci di Gesù Eucaristia “significa anche abbandonarci con fiducia a Lui e lasciarci guidare da Lui”. Qui Gesù ci dà forza per aiutare il prossimo; così “l’amore gratuito ricevuto da Cristo nella Comunione eucaristica, con l’opera dello Spirito Santo alimenta il nostro amore per Dio” e per i fratelli che “incontriamo nel cammino di ogni giorno”. La sua presenza solidale “è dappertutto: nelle città e nelle campagne, nel Nord e nel Sud del mondo, nei Paesi di tradizione cristiana e in quelli di prima evangelizzazione. E nell’Eucaristia Egli offre sé stesso come forza spirituale per aiutarci a mettere in pratica il suo comandamento, amarci come Lui ci ha amato, costruendo comunità accoglienti e aperte alle necessità di tutti, specialmente delle persone più fragili, povere e bisognose.”
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Francesco

Martedì 13 Giugno 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

All’udienza generale mercoledì 7 giugno ha invitato cristiani, ebrei e musulmani a pregare per la pace in Medio Oriente. Nella catechesi incentrata sulla speranza cristiana, il Pontefice si era soffermato in particolare sulla “Paternità di Dio sorgente della nostra speranza”. Il “Padre Nostro”, infatti, è la “preghiera cristiana per eccellenza”, quella insegnata da Gesù ai suoi discepoli e con loro a tutti noi. “Tutto il mistero della preghiera cristiana si riassume qui, in questa parola: avere il coraggio di chiamare Dio con il nome di Padre”. Infatti chiamare Dio Padre è la grande rivoluzione del cristianesimo. Lo afferma anche la liturgia “quando, invitandoci alla recita comunitaria della preghiera di Gesù, utilizza l’espressione ‘osiamo dire’” Ora “chiamare Dio col nome di ‘Padre’ non è per nulla un fatto scontato. Saremmo portati ad usare i titoli più elevati, che ci sembrano più rispettosi della sua trascendenza. Invece, invocarlo come ‘Padre’ ci pone in una relazione di confidenza con Lui, come un bambino che si rivolge al suo papà, sapendo di essere amato e curato da lui. Questa è la grande rivoluzione che il cristianesimo imprime nella psicologia religiosa dell’uomo”. E’ “il mistero di Dio, che sempre ci affascina e ci fa sentire piccoli” e che “non fa più paura, non ci schiaccia, non ci angoscia”. Soffermandosi sulla “parabola del padre misericordioso” ha rilevato che “Dio è Padre, dice Gesù, ma non alla maniera umana, perché non c’è nessun padre in questo mondo che si comporterebbe come il protagonista di questa parabola. Dio è Padre alla sua maniera: buono, indifeso davanti al libero arbitrio dell’uomo, capace solo di coniugare il verbo ‘amare’. Quando il figlio ribelle, dopo aver sperperato tutto, ritorna finalmente alla casa natale, quel padre non applica criteri di giustizia umana, ma sente anzitutto il bisogno di perdonare, e con il suo abbraccio fa capire al figlio che in tutto quel lungo tempo di assenza gli è mancato, è dolorosamente mancato al suo amore di padre”.
La certezza che Dio è un Padre che ci guarda e non ci abbandona “è la sorgente della nostra speranza, che troviamo custodita in tutte le invocazioni del Padre nostro”. Possiamo chiedere al Padre con fiducia. “Tutte le nostre necessità, da quelle più evidenti e quotidiane, come il cibo, la salute, il lavoro, fino a quella di essere perdonati e sostenuti nelle tentazioni, non sono lo specchio della nostra solitudine: c’è invece un Padre che sempre ci guarda con amore, e che sicuramente non ci abbandona” .Di qui l’invito a pregare il Padre ogni volta che abbiamo dei problemi, delle necessità, pensare al Padre “che non può essere senza di noi, e che in questo momento ci sta guardando”.
All’Angelus nella festa della S.S. Trinità domenica 11 giugno il Papa ha detto: “Gesù ci ha manifestato il volto di Dio. Dio è tutto e solo Amore, in una relazione che tutto crea, redime e santifica: Padre e Figlio e Spirito Santo”.
Riferendosi alle letture della solennità ed in particolare al testo della benedizione di San Paolo alla comunità di Corinto, frutto della sua esperienza personale dell’amore di Dio, rivelatogli da Cristo  e che ha trasformato la sua vita facendolo apostolo delle genti, ha considerato come “la comunità cristiana, pur con tutti i limiti umani” possa “diventare un riflesso della comunione della Trinità, della sua bontà e bellezza.” Tutto questo “passa necessariamente attraverso l’esperienza della misericordia di Dio, del suo perdono”. Così Dio si era presentato anche a Mosè proclamando il proprio nome: «Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà», un nome che “esprime che Dio non è lontano e chiuso in sé stesso, ma è Vita che vuole comunicarsi, è apertura, è Amore che riscatta l’uomo dall’infedeltà.” Dio è “misericordioso”, è “pietoso” e “ricco di grazia” e questa rivelazione giunge al suo compimento in Cristo che “ci ha manifestato il volto di Dio, Uno nella sostanza e Trino nelle persone; Dio è tutto e solo Amore, in una relazione sussistente che tutto crea, redime e santifica: Padre e Figlio e Spirito Santo”. Nel Vangelo poi Nicodemo, il cercatore di Dio, comprende finalmente di essere già cercato e atteso da Dio e che Dio può offrirgli la vita eterna, che “è l’amore smisurato e gratuito del Padre che Gesù ha donato sulla croce, offrendo la sua vita per la nostra salvezza. Questo amore con l’azione dello Spirito Santo ha irradiato una luce nuova sulla terra e in ogni cuore umano che lo accoglie; una luce che rivela gli angoli bui, le durezze che ci impediscono di portare i frutti buoni della carità e della misericordia”.
Francesco ha anche ricordato la beatificazione, avvenuta sabato 10 a La Spezia, di Itala Mela che compì un percorso mistico centrato sul mistero della Santissima Trinità: la sua testimonianza “ci incoraggi durante le nostre giornate, a rivolgere spesso il pensiero a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che abita nella cella del nostro cuore.”
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Francesco

Martedì 6 Giugno 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Mercoledì 31 maggio, all’udienza generale, il Papa ha tracciato il legame fra Spirito Santo e speranza cristiana che è come una vela che “raccoglie il vento dello Spirito e lo trasforma in forza motrice che spinge la barca”. Lo Spirito Santo dà speranza perché dona la testimonianza interiore che siamo figli di Dio e permette quindi di sperare contro ogni speranza, come Abramo e la Vergine Maria. E’ una speranza che non delude “perché c’è lo Spirito Santo dentro che ci spinge ad andare avanti, sempre avanti”. E’ Lui che ci rende capaci di seminare speranza, essere come Lui consolatori e difensori dei fratelli: il cristiano è uno che “semina olio di speranza, semina profumo di speranza e non aceto di amarezza e di dis-speranza”. Occorre essere consolatori e donare conforto ad immagine del Paraclito (come insegnava il Beato card. Newman), in modo da “sprecare speranza” con i più bisognosi. Infatti “sono soprattutto i poveri, gli esclusi, i non amati ad avere bisogno di qualcuno che si faccia per loro ‘paraclito’, cioè consolatore e difensore, come lo Spirito Santo si fa per ognuno di noi (…) consolatore e difensore. Noi dobbiamo fare lo stesso per i più bisognosi, per i più scartati, per quelli che hanno più bisogno, quelli che soffrono di più. Difensori e consolatori”. Lo Spirito Santo poi alimenta la speranza nell’intero creato. Tutto ciò chiede rispetto perché “non si può imbrattare un quadro senza offendere l’artista che lo ha creato”.
E’ necessaria “la gioia di sperare e non sperare di avere gioia”, perché “gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere e dello Spirito Santo per sperare”. 
Sabato 3 giugno, alla Veglia di preghiera di Pentecoste, al Circo Massimo , nel 50° del Rinnovamento Carismatico cattolico, presenti carismatici provenienti da tutto il mondo anche evangelici e pentecostale, ha messo in evidenza l’urgenza dell’unità dei cristiani. “uniti per opera dello Spirito Santo, nella preghiera e nell’azione per i più deboli”. Nella sua meditazione il Papa ha ricordato la Pentecoste e l’impegno a dimostrare che la pace è possibile, anche se non è facile dimostrarlo al mondo di oggi; ma in nome di Gesù si può fare. Abbiamo differenze, ma desideriamo essere “una diversità riconciliata”. Quindi si è soffermato sull’ecumenismo del sangue, evidenziando che “oggi ci sono più martiri dei primi tempi”. Amarci e camminare insieme sono i binari indicati da Francesco. Quindi ha ricordato l’importanza della lode, lasciando un mandato: “condividere con tutti nella Chiesa il Battesimo nello Spirito Santo, lodare il Signore senza sosta, camminare insieme con i cristiani di diverse Chiese e comunità cristiane nella preghiera e nell’azione per i più bisognosi. Servire i più poveri e gli infermi.”
Presiedendo la S. Messa di Pentecoste domenica 4 giugno il Papa ha parlato dello Spirito Santo che è il primo dono di Gesù risorto per perdonare i peccati. Egli ha ricordato che lo Spirito Santo “crea la diversità e l’unità” e “plasma un popolo nuovo, variegato e unito, la Chiesa universale”, facendo fiorire, in ogni tempo “carismi nuovi e vari.” Lo “Spirito realizza l’unità: collega, raduna, ricompone l’armonia”, quella vera, “secondo Dio” che “non è uniformità, ma unità nella differenza”. Di qui l’invito ad evitare “due tentazioni ricorrenti. La prima è quella di cercare la diversità senza l’unità”. E’ ciò che “succede quando ci si vuole distinguere, quando si formano schieramenti e partiti, quando ci si irrigidisce su posizioni escludenti, quando ci si chiude nei propri particolarismi, magari ritenendosi i migliori o quelli che hanno sempre ragione. Sono i cosiddetti custodi della verità. Allora si sceglie la parte, non il tutto, l’appartenere a questo o a quello prima che alla Chiesa; si diventa ‘tifosi’ di parte anziché fratelli e sorelle nello stesso Spirito; cristiani ‘di destra o di sinistra’ prima che di Gesù; custodi inflessibili del passato o avanguardisti del futuro prima che figli umili e grati della Chiesa”. All’opposto “è quella di cercare l’unità senza la diversità”: così “l’unità diventa uniformità, obbligo di fare tutto insieme e tutto uguale, di pensare tutti sempre allo stesso modo. Così l’unità finisce per essere omologazione e non c’è più libertà. Ma, dice San Paolo, «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2 Cor 3,17)”.
Occorre chiedere allo Spirito Santo “la grazia di accogliere la sua unità, uno sguardo che abbraccia e ama, al di là delle preferenze personali, la sua Chiesa, la nostra Chiesa; di farci carico dell’unità tra tutti, di azzerare le chiacchiere che seminano zizzania e le invidie che avvelenano, perché essere uomini e donne di Chiesa significa essere uomini e donne di comunione; è chiedere anche un cuore che senta la Chiesa nostra madre e nostra casa: la casa accogliente e aperta, dove si condivide la gioia pluriforme dello Spirito Santo”. Ora “lo Spirito è il primo dono del Risorto e viene dato anzitutto per perdonare i peccati. Ecco l’inizio della Chiesa, ecco il collante che ci tiene insieme, il cemento che unisce i mattoni della casa: il perdono. Perché il perdono è il dono all’ennesima potenza, è l’amore più grande, quello che tiene uniti nonostante tutto, che impedisce di crollare, che rinforza e rinsalda. Il perdono libera il cuore e permette di ricominciare: il perdono dà speranza, senza perdono non si edifica la Chiesa”. Lo Spirito del perdono “ci esorta invece a percorrere la via a doppio senso del perdono ricevuto e del perdono donato, della misericordia divina che si fa amore al prossimo, della carità come «unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato» (Isacco della Stella, Discorso 31). Chiediamo la grazia di rendere sempre più bello il volto della nostra Madre Chiesa rinnovandoci con il perdono e correggendo noi stessi: solo allora potremo correggere gli altri nella carità”.
Al Regina Coeli, dopo la Messa di Pentecoste, Papa Francesco ha chiesto preghiere per le vittime degli attentati terroristici avvenuti sabato 3 giugno a Londra: “lo Spirito doni pace al mondo intero; guarisca le piaghe della guerra e del terrorismo, che anche questa notte, a Londra, ha colpito civili innocenti: preghiamo per le vittime e i familiari”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Francesco

Martedì 30 Maggio 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Ricordando le vittime della strage dei pellegrini copti, al Regina Coeli nel giorno dell’Ascensione domenica 28 maggio il Papa ha chiesto che “accolga nella sua pace questi coraggiosi testimoni, questi martiri, e converta i cuori dei terroristi”, pregando anche per le vittime dell’”orribile attentato” di Manchester.
In precedenza, soffermandosi sul significato dell’Ascensione, Francesco ha ripercorso il Vangelo di Matteo che racconta del commiato “definitivo del Risorto dai suoi discepoli” che lascia ai suoi discepoli il “compito immenso di evangelizzare il mondo”, insegnando e battezzando. “Da questo momento, infatti, dal momento dell’Ascensione, la presenza di Cristo nel mondo è mediata dai suoi discepoli, da quelli che credono in Lui e lo annunciano. Questa missione durerà fino alla fine della storia e godrà ogni giorno dell’assistenza del Signore risorto, il quale assicura: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt.28, 20)”. La presenza di Cristo “porta fortezza nelle persecuzioni”, ma anche “conforto nelle tribolazioni, sostegno nelle difficoltà” di questa missione. “L’Ascensione ci ricorda questa assistenza di Gesù e del suo Spirito che dà fiducia, dà sicurezza alla nostra testimonianza cristiana nel mondo. Ci svela perché esiste la Chiesa: la Chiesa esiste, esiste per annunciare il Vangelo, solo per quello! E anche, la gioia della Chiesa è annunciare il Vangelo. La Chiesa siamo tutti noi battezzati. Oggi siamo invitati a comprendere meglio che Dio ci ha dato la grande dignità e la responsabilità di annunciarlo al mondo, di renderlo accessibile all’umanità. Questa è la nostra dignità, questo è il più grande onore di ognuno di noi, battezzati tutti !” Di qui l’incoraggiamento a rafforzare i nostri passi per proseguire la missione consapevoli che non dipende da noi, “da capacità organizzative e risorse umane. Soltanto con la luce e la forza dello Spirito Santo noi possiamo adempiere efficacemente la nostra missione di far conoscere e sperimentare sempre più agli altri l’amore e la tenerezza di Gesù”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Francesco

Martedì 23 Maggio 2017

Domenica 14 maggio al Regina Coeli il Papa ha ricordato il suo pellegrinaggio a Fatima, rimarcando il “bisogno di preghiera e di penitenza” per mettere fine alle guerre. Il Pontefice ha messo in luce che la santità di Francesco e Giacinta “non è conseguenza delle apparizioni, ma della fedeltà e dell’ardore con cui essi hanno corrisposto al privilegio ricevuto di poter vedere la Vergine Maria”. Con la loro canonizzazione ha “voluto proporre a tutta la Chiesa di avere cura dei bambini”. Così l’esempio di Francesco e Giacinta, che a quel tempo pregavano per la fine della Prima Guerra Mondiale, è valido tutt’ora “per implorare la grazia della conversione, per implorare la fine di tante guerre che sono dappertutto nel mondo e che si allargano di più, come pure la fine degli assurdi conflitti grandi e famigliari, piccoli, e delle violenze che sfigurano il volto dell’umanità”. Francesco ha affidato a Maria, Regina della pace, “la sorte delle popolazioni afflitte da guerre e conflitti, in particolare in Medio Oriente”. Infatti “tante persone innocenti sono duramente provate, sia cristiane, sia musulmane, sia appartenenti a minoranze come gli yazidi, i quali subiscono tragiche violenze e discriminazioni”: di qui l’incoraggiamento a “quanti si impegnano a sovvenire ai bisogni umanitari. Incoraggio le diverse comunità a percorrere la strada del dialogo e della riconciliazione amicizia sociale per costruire un futuro di rispetto, di sicurezza e di pace, lontano da ogni sorta di guerra”.
Dio “non è inerte” ma “sogna la trasformazione del mondo” nel mistero della Risurrezione. E’ quanto ha spiegato il Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì 17 maggio, soffermandosi sulla figura di Maria Maddalena, nella riflessione sulla speranza cristiana. Infatti, come per Maria Maddalena, l’incontro con Gesù risorto trasforma la nostra tristezza in gioia. Intorno a Gesù tante persone cercano Dio ma la realtà più prodigiosa è che è anzitutto Dio che ci cerca: “ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio. Ognuno di noi Dio chiama con il proprio nome: ci conosce per nome, ci guarda, ci aspetta, ci perdona, ha pazienza con noi.” I Vangeli descrivono la felicità di Maria Maddalena nell’incontro con il Risorto, perché la Risurrezione non è data col “contagocce” ma è una cascata che investe tutta la vita. “Gesù non è uno che si adatta al mondo, tollerando che in esso perdurino la morte, la tristezza, l’odio, la distruzione morale delle persone… Il nostro Dio non è inerte, ma il nostro Dio – mi permetto la parola – è un sognatore: sogna la trasformazione del mondo, e l’ha realizzata nel mistero della Risurrezione”. Poi Maria Maddalena è invitata a portare l’annuncio ai fratelli, diventando “apostola della nuova e più grande speranza”. Ha cambiato vita perché ha visto il Signore! “Questa è la nostra forza e questa è la nostra speranza”. Lei ci insegna a perseverare nel cercare l’incontro con il Risorto, “a non permettere all’amarezza della morte ‎e ‎del lutto di spegnere in noi il desiderio di incontrare Gesù; e a lasciare che il ‎Suo ‎incontro trasformi la nostra tristezza in gioia e a trasformarci in suoi testimoni. ‎L’incontro con il Risorto ci risuscita e ci ‎aiuta a far risuscitare gli altri dai sepolcri oscuri dell’incredulità”. ‎‏
Domenica 21 maggio, al Regina Coeli, ha invitato i cristiani ad amarsi, sull’esempio del Signore, ricordando il sanguinoso conflitto in atto nella Repubblica Centrafricana, chiedendo che si fermi lo scontro armato. Ora “non è mai facile, non è mai scontato”, neanche per i cristiani, saper amare, volere bene “sull’esempio del Signore e con la sua grazia”, ma questo è il più grande comandamento del Vangelo. Riflettendo sul Vangelo domenicale, “meditando queste parole di Gesù, noi oggi percepiamo con senso di fede di essere il popolo di Dio in comunione col Padre e con Gesù mediante lo Spirito Santo. In questo mistero di comunione, la Chiesa trova la fonte inesauribile della propria missione, che si realizza mediante l’amore”. E’ l’amore che ci fa conoscere Gesù, e “l’amore a Dio e al prossimo è il più grande comandamento del Vangelo”; così “il Signore ci chiama a corrispondere generosamente alla chiamata evangelica all’amore, ponendo Dio al centro della nostra vita e dedicandoci al servizio dei fratelli, specialmente i più bisognosi di sostegno e di consolazione”. Ma “se c’è un atteggiamento che non è mai facile, non è mai scontato anche per una comunità cristiana, è proprio quello di sapersi amare, di volersi bene sull’esempio del Signore e con la sua grazia. A volte i contrasti, l’orgoglio, le invidie, le divisioni lasciano il segno anche sul volto bello della Chiesa. Una comunità di cristiani dovrebbe vivere nella carità di Cristo, e invece è proprio lì che il maligno ‘ci mette lo zampino’ e noi a volte ci lasciamo ingannare”. A fare le spese di questo atteggiamento “sono le persone spiritualmente più deboli”, che si allontanano perché non si sentono “accolte, capite e amate”. Saper amare non è mai un dato acquisito una volta per tutte, ma “ogni giorno si deve imparare l’arte di amare, ogni giorno si deve seguire con pazienza la scuola di Cristo, ogni giorno si deve perdonare e guardare Gesù, e questo con l’aiuto di questo avvocato di questo consolatore che Gesù ci ha inviato che è lo Spirito Santo”.
Il Papa ha poi annunciato che il prossimo 28 giugno nominerà cinque nuovi cardinali, provenienti da diverse parti del mondo: Mons. Jean  Zerbo (arcivescovo di Bamako, nel Mali), Mons. Juan José Omella (arcivescovo di Barcellona, Spagna), Mons. Anders Arborelius (vescovo di Stoccolma, Svezia), Mons. Luis Marie-Ling Mangkhanekhoun (vescovo titolare di Acque Nuove di Proconsolare, vicario apostolico di Paksé, nel Laos) e Mons. Gregorio Rosa Chávez (vescovo titolare di Mulli, ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador, a El Salvador). “La loro provenienza da diverse parti del mondo manifesta la cattolicità della Chiesa diffusa in tutta la terra e l’assegnazione di un titolo o una diaconia nell’urbe esprime l’appartenenza dei cardinali alla diocesi di Roma che, secondo la nota espressione di Sant’Ignazio,  ‘presiede alla carità di tutte le Chiese’”.

La Parola di Papa Francesco

Martedì 16 Maggio 2017

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Continuando la catechesi sulla speranza cristiana, mercoledì 10 maggio il Pontefice ha riflettuto su Maria, “madre di speranza” che ci insegna a guardare avanti anche quando tutto appare privo di senso. “Non siamo orfani: abbiamo una Madre in cielo”, che “ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto appare privo di senso: lei sempre fiduciosa nel mistero di Dio, anche quando Lui sembra eclissarsi per colpa del male del mondo. Nei momenti di difficoltà, Maria, la Madre che Gesù ha regalato a tutti noi, possa sempre sostenere i nostri passi, possa sempre dirci al cuore: ‘Alzati. Guarda avanti. Guarda l’orizzonte’, perché Lei è Madre di speranza”.
Maria è una Donna silenziosa, “una donna che ascolta”, perché “c’è sempre un grande rapporto tra la speranza e l’ascolto”. Ella “accoglie l’esistenza così come essa si consegna a noi, con i suoi giorni felici, ma anche con le sue tragedie che mai vorremmo avere incrociato. Fino alla notte suprema di Maria, quando il suo Figlio è inchiodato al legno della croce”. Ella “stava nel buio più fitto, ma ‘stava’. Non se ne è andata”, perché “Maria è lì, fedelmente presente, ogni volta che c’è da tenere una candela accesa in un luogo di foschia e di nebbie.” Era lì per fedeltà al piano di Dio e anche “per il suo istinto di madre, che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione”.  
Francesco ha ricordato anche il ruolo di Maria nella Chiesa dei primi inizi, dove la troviamo “in mezzo a quella comunità di discepoli così fragili: uno aveva rinnegato, molti erano fuggiti, tutti avevano avuto paura.” Così “ritroviamo” Maria come “madre di speranza”, nella prima Chiesa avvolta dalla luce della Risurrezione ma anche dal tremore dei primi passi che doveva compiere nel mondo. “Maria semplicemente stava lì, nel più normale dei modi, come se fosse una cosa del tutto naturale.” “Per questo tutti noi la amiamo come Madre”; infatti “non siamo orfani: abbiamo una Madre in cielo, che è la Santa Madre di Dio”, che “ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto appare privo di senso” e lo stesso Dio “sembra eclissarsi per colpa del male del mondo”.
Gian Paolo Cassano