La Parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

IL VIAGGIO
Un viaggio “profetico”, quello che il Papa ha compiuto in visita tra i profughi all’isola greca di Lesbo sabato 16 aprile. Un viaggio ecumenico, perché a condividere questa visita di solidarietà sono stati il Patriarca ecumenico Bartolomeo I e l’arcivescovo ortodosso di Atene e di tutta la Grecia, Ieronymos. Un viaggio di speranza e di solidarietà che si è concluso portando in Vaticano 12 profughi, come segno concreto di accoglienza.
Qui, soprattutto nel campo profughi di Mòria, il Papa ha salutato bambini, donne, uomini raccogliendo le loro lacrime, le loro speranze, le loro richieste di aiuto ed ha levato un forte appello congiunto (insieme ai due vescovi della Chiesa ortodossa) alla comunità internazionale perché si mobiliti senza tentennamenti in difesa delle vite umane e contro le cause che alimentano le fughe di massa di intere popolazioni. Egli ha innanzitutto voluto stare con loro e dire che non sono soli. Di fronte a tutti coloro che sono i protagonisti della “catastrofe umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale”, in un viaggio “segnato dalla tristezza”, in un “un viaggio triste”, Francesco ha incontrato tanta gente che soffre, che non sa dove andare, che è dovuta fuggire, che ha attraversato un tratto di mare che è divenuto ormai un cimitero, con i tanti annegati.
Qui ha abbracciato i bambini, ha stretto le mani ai ragazzi più grandi, ha ascoltato tutti, ricevendo molti biglietti e richieste di selfie, e anche disegni, che vuole mettere sulla sua scrivania. Povera gente (cristiani e soprattutto non cristiani) che sa che chi hanno di fronte è oggi l’unica voce che si alza a difesa dei loro diritti di esseri umani.
Assai significativo poi che con Francesco ci siano stati Bartolomeo e Ieronymos; tre leader religiosi, tre vescovi cristiani che si sono spinti in questo luogo di frontiera per ricordare al mondo che non si devono chiudere gli occhi davanti alle sofferenze di chi cerca una vita migliore, di chi è stato costretto a “fuggire da situazioni di conflitto e di persecuzione”, e a farlo soprattutto per i figli. E’ “il dolore di aver lasciato dietro di voi tutto ciò che vi era caro e, quel che è forse più difficile, senza sapere che cosa il futuro avrebbe portato con sé. Anche molti altri, come voi, si trovano in campi di rifugio o in città, nell’attesa, sperando di costruire una nuova vita in questo continente”. Francesco è tra loro “semplicemente“, per stare con loro e per ascoltare le loro  storie: “siamo venuti per richiamare l’attenzione del mondo su questa grave crisi umanitaria e per implorarne la risoluzione. Come uomini di fede, desideriamo unire le nostre voci per parlare apertamente a nome vostro. Speriamo che il mondo si faccia attento a queste situazioni di bisogno tragico e veramente disperato, e risponda in modo degno della nostra comune umanità”.
Le sue parole sono un messaggio per tutti: “sappiamo per esperienza quanto è facile per alcune persone ignorare le sofferenze degli altri e persino sfruttarne le vulnerabilità”, anche queste crisi però “possono far emergere il meglio di noi”. Ha così lodato il “popolo greco, che ha generosamente risposto ai vostri bisogni pur in mezzo alle sue stesse difficoltà” e le “molte persone, specialmente giovani provenienti da tutta l’Europa e dal mondo, che sono venute per aiutarvi”. Anche al premier greco Tsipras che lo accolto ha ricordato l’impegno e la generosità del popolo ellenico che, nonostante la grave crisi economica, dimostra “solidarietà e dedizione ai valori universali”. E’ vero, resta ancora moltissimo da fare, ma “c’è sempre qualcuno – ha detto ai profughi al campo di Moria – che può tendere la mano e aiutarci”.
Il suo è un messaggio a non perdere la speranza: “il più grande dono che possiamo offrirci a vicenda è l’amore: uno sguardo misericordioso, la premura di ascoltarci e comprenderci, una parola di incoraggiamento, una preghiera. Possiate condividere questo dono gli uni con gli altri”.
Per i cristiani il modello da seguire è quello del Buon Samaritano, “a mostrare quella stessa misericordia a coloro che si trovano nel bisogno”. E’ un richiamo all’Europa, tentata di costruire muri: “possano tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle in questo continente, come il Buon Samaritano, venirvi in aiuto in quello spirito di fraternità, solidarietà e rispetto per la dignità umana, che ha contraddistinto la sua lunga storia”.
Un appello fortemente condiviso da Bartolomeo e da Ieronymos al fianco del Papa per gridare al mondo questa tragedia della crisi dei rifugiati. Chi ha paura dei rifugiati non ha guardato nei loro occhi, e nei loro volti. “Il mondo – denuncia Bartolomeo – sarà giudicato dal modo in cui vi ha trattato”. Sono voci nel denunciare ogni forma di svalutazione della persona umana – aggiunge Ieronymos – nonché la “bancarotta dell’umanità e della solidarietà” dell’Europa.

LA DICHIARAZIONE CONGIUNTA
Al termine è stata firmata (da Papa Francesco, dal Patriarca ecumenico Bartolomeo I e dall’arcivescovo ortodosso di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos) una dichiarazione congiunta in cui si afferma che la tragedia umanitaria che vivono gli immigrati richiede “una risposta di solidarietà, compassione, generosità e un immediato ed effettivo impegno di risorse” perché la “protezione delle vite umane è una priorità”.
Siamo di fronte ad una “colossale crisi umanitaria” quale il mondo non ha mai visto dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Per questo occorre muoversi con solidarietà “immediata”, soprattutto rimuovendo i motivi scatenanti (quali le guerre e le varie violenze) che hanno innescato questo gigantesco e inarrestabile movimento di massa di immigrati e profughi.
Una Dichiarazione congiunta che è scritta in certo modo con l’inchiostro della tragedia incontrata poco prima, il lento incontro col dolore senza più parole e i singhiozzi liberatori dei disperati. Francesco è l’uomo della speranza, l’unico leader mondiale che abbia voluto raggiungerli e stare con loro sotto una tenda, conoscere visi e storie e lasciando distanze di sicurezza e muri a chi pesa con la bilancia della politica anche i grammi di umanità. “La tragedia – si afferma nella Dichiarazione – della migrazione e del dislocamento forzati” richiede “una risposta di solidarietà, compassione, generosità e un immediato ed effettivo impegno di risorse. Da Lesbo facciamo appello alla comunità internazionale perché risponda con coraggio, affrontando questa enorme crisi umanitaria” e le sue cause con “iniziative diplomatiche, politiche e caritative e attraverso sforzi congiunti, sia in Medio Oriente sia in Europa”.
“Come capi delle nostre rispettive Chiese – affermano i tre firmatari – siamo uniti nel desiderio della pace e nella sollecitudine per promuovere la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e la riconciliazione”. Di qui l’appello “a tutti i responsabili politici affinché sia impiegato ogni mezzo per assicurare che gli individui e le comunità, compresi i cristiani, possano rimanere nelle loro terre natie e godano del diritto fondamentale di vivere in pace e sicurezza”.
“In modo altrettanto urgente” sono necessari “un più ampio consenso internazionale e un programma di assistenza per affermare lo stato di diritto, difendere i diritti umani fondamentali in questa situazione divenuta insostenibile, proteggere le minoranze, combattere il traffico e il contrabbando di esseri umani, eliminare le rotte di viaggio pericolose che attraversano l’Egeo e tutto il Mediterraneo, e provvedere procedure sicure di reinsediamento”.
Così si chiede “solennemente la fine della guerra e della violenza” in Medio Oriente ed una “pace giusta e duratura” e a “tutti i Paesi” perché, perdurando “la situazione di precarietà”, estendano “l’asilo temporaneo” e concedano “lo status di rifugiato a quanti ne sono idonei”, ampliando “gli sforzi per portare soccorso” e adoperandosi “insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà per una fine sollecita dei conflitti in corso”. Infine si riafferma “con fermezza e in modo accorato” la decisione di “intensificare” i rispettivi “sforzi per promuovere la piena unità di tutti i cristiani” e, citando la Charta Oecumenica del 2001, il desiderio di voler “contribuire insieme affinché venga concessa un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi e a chi cerca asilo in Europa”.
Gian Paolo Cassano

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