La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Il cosmo non verrà annientato alla fine dei tempi, ma la redenzione di Dio trasformerà non solo l’uomo ma anche la terra in un luogo di verità, giustizia e bellezza. Lo ha affermato Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì 26 novembre.
Da sempre l’uomo cerca di squarciare il velo del mistero di ciò che sarà, dell’inizio che comincerà dopo la fine di tutto. La risposta della Chiesa è che nessuno lo sa con certezza e chiarezza, come ricorda il Vaticano II (nella “Gaudium et spes”), dove si afferma che grazie alla Rivelazione di Gesù Dio prepara, in vista di quel giorno, “una terra nuova”, una terra di “giustizia” e di “felicità”.
Ora “più che di un luogo, si tratta di uno ‘stato’ dell’anima in cui le nostre attese più profonde saranno compiute in modo sovrabbondante e il nostro essere, come creature e come figli di Dio, giungerà alla piena maturazione. Saremo finalmente rivestiti della gioia, della pace e dell’amore di Dio in modo completo, senza più alcun limite, e saremo faccia a faccia con Lui! E’ bello pensare questo, pensare al Cielo… Ma, tutti noi ci troveremo … lassù, tutti. E’ bello, dà forza all’anima”.
Allora “in questa prospettiva, è bello percepire come ci sia una continuità e una comunione di fondo tra la Chiesa celeste che è nel Cielo e quella ancora in cammino sulla terra (…) Sì, perché nella prospettiva cristiana la distinzione non è più tra chi è già morto e chi non lo è ancora, ma tra chi è in Cristo e chi non lo è! Questo è l’elemento determinante, veramente decisivo per la nostra salvezza e per la nostra felicità”.
Il Pontefice si è poi fermato a considerare l’aspetto “nuovo” che avrà la terra redenta, cioè nel fatto che anche “l’universo” nella sua totalità “verrà liberato una volta per sempre da ogni traccia di male e dalla stessa morte”.
E’ stata anche una settimana segnata da due importanti visite. La prima martedì 25 novembre al Parlamento europeo di Strasburgo, dove ha parlato ad un’Assemblea che ha accolto calorosamente il suo intervento che ha centrato il tema di un’Europa come una “famiglia di popoli” chiamata a prendersi cura “della fragilità dei popoli e delle persone”, a lavorare per dare “dignità” all’uomo in quanto “persona” e non come “soggetto economico”. Il Papa ha esortato a rifiutare la “cultura dello scarto” e quegli stili di vita di “un’opulenza ormai insostenibile” ed “indifferente” specie verso i più poveri, creando le condizioni per il lavoro, la difesa della difendere famiglia e dell’ambiente.
All’Europa che oggi è “nonna e meno vitale” ma anche “più ampia e influente del passato”, ha rivolto l’invito ad essere “prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità” e a “riscoprire la dignità dell’uomo persona, e non solo cittadino o soggetto economico”. Si può parlare di dignità “quando manca la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero o di professare senza costrizione la propria fede religiosa?” O di fronte al sopruso, alla discriminazione, alla mancanza di cibo e di lavoro ? Ha ricordato che “il Cristianesimo non è un pericolo” ed i Padri fondatori hanno pensato un’Europa su valori concreti: dignità dell’uomo, solidarietà, sussidiarietà … Sono le radici cristiane: “le fonti lontane che vengono dalla Grecia e da Roma, da substrati celtici, germanici e slavi e dal Cristianesimo che li ha plasmati”. Tutto ciò sta in duemila anni di rapporto tra territorio europeo e cristianesimo. “In questo senso ritengo fondamentale non solo il patrimonio che il cristianesimo ha lasciato nel passato alla formazione socioculturale del continente, bensì soprattutto il contributo che intende dare oggi e nel futuro alla sua crescita. Tale contributo non costituisce un pericolo per la laicità degli Stati e per l’indipendenza delle istituzioni dell’Unione, bensì un arricchimento”.
Sul lavoro il Papa ha chiesto di “coniugare flessibilità del mercato con stabilità e certezza delle prospettive lavorative”, sulle migrazioni, “politiche corrette, coraggiose, concrete e non di interesse”, ma anche considerazione per la famiglia, rispetto per l’ambiente, per il creato, facendo appello alla “creatività europea” da alimentare, puntando sull’educazione e la formazione, e fa un esempio concreto: scoperte nuove sulle fonti alternative di energia….
Quindi gli inviti rivolti agli eurodeputati: “a voi legislatori spetta il compito di custodire e far crescere l’identità europea, affinché i cittadini ritrovino fiducia nelle istituzioni dell’Unione e nel progetto di pace e amicizia che ne è il fondamento. (…) vi esorto [perciò] a lavorare perché l’Europa riscopra la sua anima buona”.
Il secondo è stato il viaggio interreligioso ed ecumenico in Turchia in occasione della festa di S. Andrea, patrono di Costantinopoli (dal 28 al 30 novembre). La prima tappa è stata ad Ankara, la capitale turca, dedicata all’incontro con le autorità del Paese, invitando a non rassegnarsi ai conflitti, ma a ad avere il coraggio della pace e chiedendo ai credenti di tutte le fedi di unirsi per contrapporsi al fanatismo e al fondamentalismo, “alle fobie irrazionali che incoraggiano incomprensioni e discriminazioni”. “A tal fine, è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani – tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione –, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri. Essi in tal modo più facilmente si riconosceranno come fratelli e compagni di strada, allontanando sempre più le incomprensioni e favorendo la collaborazione e l’intesa. La libertà religiosa e la libertà di espressione, efficacemente garantite a tutti, stimoleranno il fiorire dell’amicizia, diventando un eloquente segno di pace”.
Sabato 29 poi è arrivato ad Istanbul con due momenti importanti. Il primo è stato quello della celebrazione della S. Messa per la piccola comunità cattolica con i rappresentanti delle Chiese cristiane. Forte è stato l’invito all’unità, a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo che “crea l’unità tra i credenti: di molti fa un corpo solo, il corpo di Cristo. Tutta la vita e la missione della Chiesa dipendono dallo Spirito Santo”: è Lui infatti che “suscita la preghiera nel cuore. Quando spezziamo il cerchio del nostro egoismo, usciamo da noi stessi e ci accostiamo agli altri per incontrarli, ascoltarli, aiutarli, è lo Spirito di Dio che ci ha spinti. …” E’ “solo lo Spirito Santo” che “può suscitare la diversità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità, (…) perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa”. Allora “nel nostro cammino di fede e di vita fraterna, più ci lasceremo guidare con umiltà dallo Spirito del Signore, più supereremo le incomprensioni, le divisioni e le controversie e saremo segno credibile di unità e di pace. Segno credibile che il nostro Signore è risorto, è vivo”. Il secondo momento è stato quello della visita alla Grande Moschea blu, dove, accolto dal Gran Muftì, si è fermato a pregare silenzioso, in raccoglimento, di “adorazione silenziosa”, “non solo lodare e glorificare, ma anche adorare”.
Domenica 30 novembre ha partecipato alla Divina liturgia nella chiesa di San Giorgio al Phanar. Francesco, rivolto al patriarca Bartolomeo, ha chiesto agli ortodossi di rispondere insieme, in unità, alle richieste di aiuto dei poveri, delle vittime della guerra, e dei giovani, con un abbraccio prolungato. “Incontrarci, guardare il volto l’uno dell’altro, scambiare l’abbraccio di pace, pregare l’uno per l’altro sono dimensioni essenziali di quel cammino verso il ristabilimento della piena comunione alla quale tendiamo. Tutto ciò precede e accompagna costantemente quell’altra dimensione essenziale di tale cammino che è il dialogo teologico. Un autentico dialogo è sempre un incontro tra persone con un nome, un volto, una storia…” Il Papa ha ricordato il 50° dell’avvio del percorso di riconciliazione tra cattolici e ortodossi, segnato dall’abbraccio di Atenagora e Paolo VI, a Gerusalemme e  la promulgazione della Unitatis redintegratio,  il decreto del Concilio Vaticano II “con il quale è stata aperta una nuova strada per l’incontro tra i cattolici e i fratelli di altre Chiese e Comunità ecclesiali”. Riguardo al cammino ecumenico ha ribadito come “non significa né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo intero il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo dello Spirito Santo”. La Chiesa cattolica non vuole dettare condizioni per il raggiungimento dell’unità “se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e dell’esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze: l’unica cosa che la Chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità”, è la comunione con le Chiese ortodosse”.
Infatti l’unità tra cristiani è sempre più fondamentale anche per rispondere a quelle voci  “che domandano alle nostre Chiese di vivere fino in fondo l’essere discepoli del Signore Gesù Cristo”, ed, in primis, quella dei poveri “che soffrono per grave malnutrizione, per la crescente disoccupazione, per l’alta percentuale di giovani senza lavoro e per l’aumento dell’esclusione sociale, che può indurre ad attività criminali e perfino al reclutamento di terroristi. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte alle voci di questi fratelli e sorelle”. Essi chiedono soprattutto di “difendere la loro dignità di persone umane”, per ritrovare le energie e “tornare ad essere protagonisti delle loro storie” ed il compito dei cristiani è quello di lottare contro quelle che sono “le cause strutturali della povertà: la disuguaglianza, la mancanza di un lavoro degno, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi” e “a sconfiggere insieme quella globalizzazione dell’indifferenza che oggi sembra avere la supremazia e a costruire una nuova civiltà dell’amore e della solidarietà”. Anche la voce delle vittime dei conflitti “ci spinge a procedere speditamente nel cammino di riconciliazione e di comunione tra cattolici ed ortodossi”.
Sono poi i giovani ad interpellare le coscienze dei cristiani: “le nuove generazioni  non potranno mai acquisire la vera saggezza e mantenere viva la speranza se noi non saremo capaci di valorizzare e trasmettere l’autentico umanesimo, che sgorga dal Vangelo e dall’esperienza millenaria della Chiesa”, sollecitando a fare passi in avanti verso la piena comunione. “E ciò non perché essi ignorino il significato delle differenze che ancora ci separano, ma perché sanno vedere oltre, sono capaci di cogliere l’essenziale che già ci unisce”.
E’ stata anche l’occasione per firmare una “Dichiarazione Congiunta” in cui il Papa e il Patriarca Bartolomeo I hanno riaffermato con forza la volontà di “continuare a camminare insieme al fine di superare, con amore e fiducia, gli ostacoli” che ancora dividono le due Chiese e di “intensificare i nostri sforzi per la promozione della piena unità tra tutti i cristiani e soprattutto tra cattolici e ortodossi”. Di qui l’invito ai fedeli di elevare la comune invocazione di Gesù “che tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda” (Gv. 17,21).Francesco e Bartolomeo hanno espresso poi la “comune preoccupazione” per il Medio Oriente, uniti “nel desiderio di pace e di stabilità e nella volontà di promuovere la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e la riconciliazione”. Hanno anche riaffermato il valore dell’ecumenismo della sofferenza: “come il sangue dei martiri è stato seme di forza e di fertilità per la Chiesa, così anche la condivisione delle sofferenze quotidiane può essere uno strumento efficace di unità. La terribile situazione dei cristiani e di tutti coloro che soffrono in Medio Oriente richiede non solo una costante preghiera, ma anche una risposta appropriata da parte della comunità internazionale”. Nel documento poi si ribadisce l’importanza “della promozione di un dialogo costruttivo con l’Islam, basato sul mutuo rispetto e sull’amicizia” e si lancia un appello per la pace in Ucraina.
Gian Paolo Cassano

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