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La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Domenica 19 febbraio, all’Angelus, il Papa ha esortato a rispondere al male col bene, perché la rappresaglia “non porta mai” alla risoluzione dei conflitti, neppure in famiglia, invitando ad essere artigiani di “comunione” e di “fraternità” nella vita quotidiana e in famiglia, praticando “la pazienza, il dialogo, il perdono”. Così ha pensato alle popolazioni che soffrono a causa di violenze e conflitti, in tutte le parti del mondo. Riflettendo poi sulla “rivoluzione” cristiana annunciata da Gesù che mostra “la via della vera giustizia mediante la legge dell’amore” che supera quella del “taglione”, Francesco ha notato come Gesù chieda ai discepoli di “reagire” al male non “con un altro male”, ma “con il bene”. Solo in questo modo “si spezza la catena del male: un male porta un altro male, un altro porta un altro male… Si spezza questa catena di male, e cambiano veramente le cose. Il male infatti è un ‘vuoto’, un vuoto di bene, e un vuoto non si può riempire con un altro vuoto, ma solo con un ‘pieno’, cioè con il bene. La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti”.
Ora il rifiuto della violenza non vuole dire ignorare o contraddire le esigenze della giustizia, ma l’amore cristiano, “in modo speciale” nella misericordia, rappresenta una “realizzazione superiore” della giustizia. C’è una “netta” distinzione tra giustizia e vendetta. Infatti “la vendetta non è mai giusta. Ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia. Ci è invece proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta, in quanto espressione dell’odio e della violenza”. Il “comandamento dell’amore del prossimo” comprende anche “l’amore per i nemici”: ciò non vuol dire approvare il male compiuto dal nemico, ma è l’invito a una prospettiva “superiore”, “magnanima”, perché anche il nemico “è una persona umana”, creata a immagine di Dio, sebbene “offuscata da una condotta indegna”. Se “parliamo di ‘nemici’ non dobbiamo pensare a chissà quali persone diverse e lontane da noi; parliamo anche di noi stessi, che possiamo entrare in conflitto con il nostro prossimo, a volte con i nostri familiari. Quante inimicizie nelle nostre famiglie, quante! Pensiamo a questo. Nemici sono anche coloro che parlano male di noi, che ci calunniano e ci fanno dei torti. E non è facile digerire questo. A tutti costoro siamo chiamati a rispondere con il bene, che ha anch’esso le sue strategie, ispirate dall’amore”.
Mercoledì 22 febbraio, all’Udienza generale, ha ricordato che “l’orgoglio umano sfruttando il creato, distrugge”. Riflettendo inizialmente sul passo della Lettera ai Romani, dove si parla della creazione che geme ha insegnato che rompendo “la comunione con Dio, l’uomo perde la propria bellezza originaria e finisce per sfigurare attorno a sé ogni cosa; e dove tutto prima rimandava al Padre Creatore e al suo amore infinito, adesso porta il segno triste e desolato dell’orgoglio e della voracità umani. L’orgoglio umano sfruttando il creato, distrugge”. Ha portato poi come esempio l’acqua, fonte di vita, che viene però contaminata per sfruttare i minerali. E’ un “quadro desolante” di sfruttamento, ma il Signore non lascia solo l’uomo, e offre una “prospettiva nuova di liberazione”. “Noi siamo ancora alle prese con le conseguenze del nostro peccato”, ma “sappiamo di essere stati salvati dal Signore e già ci è dato di contemplare e di pregustare in noi e in ciò che ci circonda i segni della Risurrezione, della Pasqua, che opera una nuova creazione”. Il cristiano quindi non vive fuori del mondo, sa riconoscere i segni del male nella propria vita e in ciò che lo circonda ma nello stesso tempo ha imparato a leggere la realtà “con gli occhi della Pasqua, con gli occhi di Cristo risorto”, cioè sa che “stiamo vivendo il tempo dell’attesa”. Questa è la dinamica della speranza cristiana, in cui “il Signore vuole risanare definitivamente con la sua misericordia i cuori feriti e umiliati e tutto ciò che l’uomo ha deturpato nella sua empietà, e che in questo modo Egli rigenera un mondo nuovo e una umanità nuova, finalmente riconciliati nel suo amore”.
Per questo il cristiano è “solidale” con chi “si sente disperato”, con chi piange. A volte però anche se è tentato dal pessimismo: “ancora una volta però ci viene in aiuto lo Spirito Santo, respiro della nostra speranza, il quale mantiene vivi il gemito e l’attesa del nostro cuore. Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore sta preparando per l’umanità”.
“O il Signore, o gli idoli affascinanti ma illusori. Questa scelta che siamo chiamati a compiere si ripercuote poi in tanti nostri atti, programmi e impegni.” E’ stato questo il richiamo che il Papa ha rivolto ai fedeli all’Angelus di domenica 26 febbraio. “E’ una scelta da fare in modo netto e da rinnovare continuamente, perché le tentazioni di ridurre tutto a denaro, piacere e potere sono incalzanti. Ci sono tante tentazioni per questo.” L’onore agli idoli porta a “risultati tangibili anche se fugaci”, mentre scegliere Dio “non mostra sempre immediatamente i suoi frutti”; è quindi “una decisione” che si prende nella speranza e che “lascia a Dio la piena realizzazione”.  Occorre fidarsi di Dio perché è “un Padre amoroso”, che non dimentica mai i suoi figli, di tutti gli esseri viventi; per questo Gesù ci invita a “non preoccuparci del domani”, a lasciare da parte l’angoscia che “è spesso inutile, perché non riesce a cambiare il corso degli eventi”. Affidarsi a Dio permette di affrontare i problemi “con l’animo giusto”. Infatti “Dio non è un essere lontano e anonimo: è il nostro rifugio, la sorgente della nostra serenità e della nostra pace. È la roccia della nostra salvezza, a cui possiamo aggrapparci nella certezza di non cadere; chi si aggrappa a Dio non cade mai! È la nostra difesa dal male sempre in agguato. Dio è per noi il grande amico, l’alleato, il padre, ma non sempre ce ne rendiamo conto”. Purtroppo l’uomo preferisce appoggiarsi a beni immediati e contingenti, “dimenticando, e a volte rifiutando, il bene supremo, cioè l’amore paterno di Dio”: ma “sentirlo Padre, in quest’epoca di orfanezza è tanto importante! In questo mondo orfano, sentirlo Padre. Noi ci allontaniamo dall’amore di Dio quando andiamo alla ricerca ossessiva dei beni terreni e delle ricchezze, manifestando così un amore esagerato a queste realtà”. Tutto ciò, nella “ricerca affannosa” dei beni, è motivo di infelicità. Per questo Gesù indica una regola di vita fondamentale: cercare anzitutto il Regno di Dio, cioè fidarsi di Dio che non delude mentre tanti amici “ci hanno deluso”, ed essere “amministratori fedeli dei beni” che ci ha donato, “anche quelli terreni, ma senza ‘strafare’”, come se tutto, anche la nostra salvezza, dipendesse “solo da noi”.
Gian Paolo Cassano

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