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LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO a cura di Gian Paolo Cassano

All’Udienza generale mercoledì 11 novembre ha proseguito la catechesi sulla preghiera, commentando l’esempio dato da Gesù di una preghiera perseverante. Egli ha riaffermato la necessità della preghiera nella nostra vita “perché se noi non preghiamo, non avremo la forza per andare avanti nella vita. La preghiera è come l’ossigeno della vita. La preghiera è attirare su di noi la presenza dello Spirito Santo che ci porta sempre avanti. Per questo, io parlo tanto sulla preghiera.” Sull’esempio di Gesù, “il dialogo costante con il Padre, nel silenzio e nel raccoglimento, è il fulcro di tutta la sua missione”. Il Pontefice, secondo il Catechismo, ha indicato tre parabole (nel Vangelo di Luca) che sottolineano questa caratteristica. Innanzitutto quella dell’ospite inopportuno che bussa alla porta dell’amico nel cuore della notte, che ci insegna che la preghiera deve essere tenace: “chi bussa con fede e perseveranza alla porta del suo cuore non rimane deluso. Dio sempre risponde, sempre,” perché “il nostro Padre sa bene di cosa abbiamo bisogno; l’insistenza non serve a informarlo o a convincerlo, ma serve ad alimentare in noi il desiderio e l’attesa”. La seconda parabola è quella dell’insistenza della vedova che si rivolge ad un giudice corrotto, per chiedere giustizia, facendoci “capire che la fede non è lo slancio di un momento, ma una disposizione coraggiosa a invocare Dio, anche a ‘discutere’ con Lui, senza rassegnarsi davanti al male e all’ingiustizia.” La terza è quella del fariseo e del pubblicano che vanno al Tempio a pregare, poiché “non c’è vera preghiera senza spirito di umiltà. E’ proprio l’umiltà quello che ci porta a chiedere, a pregare”. Al riguardo “l’insegnamento del Vangelo è chiaro: si deve pregare sempre, anche quando tutto sembra vano, quando Dio ci appare sordo e muto e ci pare di perdere tempo. Anche se il cielo si offusca, il cristiano non smette di pregare. La sua orazione va di pari passo con la fede. E la fede, in tanti giorni della nostra vita, può sembrare un’illusione, una fatica sterile. Ci sono dei momenti bui nella nostra vita e lì la preghiera sembra un’illusione. Ma praticare la preghiera significa anche accettare questa fatica. (…) Ma dobbiamo andare avanti, con questa fatica dei momenti brutti, dei momenti che non sentiamo nulla.” E’ l’esempio di tanti santi e sante che “hanno sperimentato la notte della fede e il silenzio di Dio” e sono stati perseveranti. Anche in questi momenti nessuno è solo perché Gesù prega con noi, “ci accoglie nella sua preghiera, perché noi possiamo pregare in Lui e attraverso di Lui. E questo è opera dello Spirito Santo”. In Cristo si compiono le parole colme di fiducia dei salmi. “Senza Gesù, le nostre preghiere rischierebbero di ridursi a degli sforzi umani, destinati il più delle volte al fallimento. Ma Lui ha preso su di sé ogni grido, ogni gemito, ogni giubilo, ogni supplica… ogni preghiera umana. E non dimentichiamo lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo prega in noi. E’ Colui che ci porta a pregare, ci porta da Gesù: è il Dono.” Per questo “il cristiano che prega non teme nulla”, con l’aiuto dello “Spirito Santo, Maestro di preghiera” che ci insegna la strada della preghiera.
Domenica 15 novembre, celebrando la IV giornata mondiale dei poveri in san Pietro, il Papa ha invitato al coraggio dell’amore. Nell’omelia, riferendosi alla parabola evangelica dei talenti, ha inviato a guardare al bene che abbiamo e ai doni che Dio ci ha fatto fidandosi di noi, sperando che ciascuno possa utilizzare quanto ha ricevuto impegnando bene il tempo presente. Ha poi messo in rilievo la fedeltà dei servi, in questa parabola, corrisponde alla capacità di rischiare, perché essere fedeli a Dio vuol dire lasciarsi sconvolgere la vita dalle esigenze del servizio, osservando come sia “triste quando un cristiano gioca sulla difensiva, attaccandosi solo all’osservanza delle regole e al rispetto dei comandamenti”. E’ il servizio che dà senso alla vita ! Ha poi messo in evidenza come siano i poveri quei “banchieri”, di cui parla la parabola “in grado di procurare un interesse duraturo”. (…) I poveri sono al centro del Vangelo. Il Vangelo non si capisce senza i poveri. I poveri sono nella stessa personalità di Gesù, che essendo ricco annientò sé stesso. (…) I poveri ci garantiscono una rendita eterna e già ora ci permettono di arricchirci nell’amore. Perché la più grande povertà da combattere è la nostra povertà d’amore.” Di qui l’invito (nello slogan della giornata) a tendere la mano a chi ha bisogno, essere operosi nell’amore, sull’esempio di “tanti servi fedeli di Dio”, come don Roberto Malgesini, il sacerdote di Como che ha speso la sua vita nel servizio quotidiano ai poveri perché semplicemente in loro vedeva Gesù, offrendo alla fine della sua esistenza una “limpida testimonianza del Vangelo”. Così avvicinandoci al Natale chiedersi: “cosa posso dare agli altri, per essere come Gesù, che ha dato sé stesso e nacque proprio in quel presepio?” Chi non fa così spreca la sua vita e alla fine “resterà povero”, perché “alla fine della vita (…) sarà svelata la realtà: tramonterà la finzione del mondo, secondo cui il successo, il potere e il denaro danno senso all’esistenza, mentre l’amore, quello che abbiamo donato, emergerà come la vera ricchezza. (…) Se non vogliamo vivere poveramente, chiediamo la grazia di vedere Gesù nei poveri, di servire Gesù nei poveri.”
All’Angelus, il Papa, continuando a ripetere il tema della Giornata, si è volto col pensiero a coloro che nel mondo subiscono anche le conseguenze di guerre e disastri ambientali, pensando oggi alla Filippine, colpite dal tifone, alla riconciliazione nella Costa d’avorio, al rogo dell’ospedale in Romania. Riferendosi al vangelo domenicale, ha spiegato come la parabola dei talenti sia un insegnamento per tutti, ma in particolare per i cristiani. Il patrimonio che Dio ha affidato a ciascuno all’inizio della vita va fatto fruttare, non va nascosto come ha fatto il terzo dei servi della parabola che, in un atteggiamento che si riscontra in molti, “accusa gli altri, accusa il padrone per giustificarsi. (…) Questa è un’abitudine che noi, anche, abbiamo: noi ci difendiamo, tante volte, accusando gli altri. Ma loro non hanno colpa: la colpa è nostra, il difetto è nostro.” Bisogna invece usare il nostro patrimonio per operare il bene in questa vita “come servizio a Dio e ai fratelli,” iniziando dalle nostre città dove, se non abbiamo lo sguardo egoista, vediamo quante persone hanno bisogno di noi. Non basta non fare il male, bisogna fare del bene. “Noi dobbiamo fare del bene, uscire da noi stessi e guardare, guardare coloro che hanno più bisogno. C’è tanta fame, anche nel cuore delle nostre città, e tante volte noi entriamo in quella logica dell’indifferenza: il povero è lì, e guardiamo da un’altra parte.” Per questo Gesù “ci ha insegnato a parlare ai poveri”, perché “è venuto per i poveri. Tendi la tua mano al povero. Hai ricevuto tante cose, e tu lasci che tuo fratello, tua sorella muoia di fame?”

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