La parola di Papa Leone

È stata dedicata al rapporto tra fede e cultura la catechesi di Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 28 ottobre 2026, continuando la lettura di Gaudium et Spes (in particolare nei numeri 53 – 62). L’attenzione ai rapporti tra cultura e fede è sempre stata oggetto di attenzione da parte della Chiesa, “con l’istituzione di scuole di ogni tipo, finalizzate ad accrescere la formazione” di tutti, a partire dalle università medievali nate “dal cuore della Chiesa”. Ora “il progresso della cultura e delle conoscenze” pone interrogativi che stimolano i credenti a dare “ragione della loro fede”. (cfr. 1 Pt 3,15-17) e, aprendo le menti alle domande fondamentali, preparano “ad accogliere il Vangelo di Gesù Cristo.” È nell’Incarnazione l’origine del rapporto tra fede e cultura. Dal momento che la Parola divina è diventata carne, la fede si intrecciata con la cultura in cui è immessa, Anzi è chiamata diventare cultura, perché “una fede che non diventa cultura – diceva san Giovanni Paolo II – è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta” (Discorso al MEIC, 16-1-1982).

La fede non si identifica con le culture, ma le plasma secondo la “forma” di Gesù, cogliendo in esse ciò che c’è di buono, di giusto e vero; così, fedele alla sua tradizione e missione universale, “può entrare in comunione con le diverse forme di cultura” (GS, 58), in un arricchimento reciproco.

Di cui l’impegno della Chiesa a promuovere “la cultura perché essa è un bene in sé, un servizio all’essere umano e al compimento della sua vocazione sulla terra.” Per questo il Concilio chiede l’impegno di tutti per avere un accesso ai beni culturali fondamentali, superando l’analfabetismo e la mancanza di istruzione. È necessario offrire a tutti la possibilità di accedere agli studi superiori come pure la partecipazione delle donne nella vita culturale. (cfr. GS, 60)

Anche se le condizioni mutate lo rendono più difficile, i cristiani sono impegnati per orientare l’insegnamento verso l’unità del sapere, “prima di tutto in loro stessi.” Coscienti che la Rivelazione offre “le risposte alle grandi domande dell’esistenza”, i cristiani non si sentono “dispensati da una paziente formazione intellettuale e culturale”, con un impegno di approfondimento secondo l’età e il livello degli studi. In particolare il Concilio invita i teologi a collaborare con tutti gli altri studiosi perché “la ricerca teologica, mentre persegue la conoscenza profonda della verità rivelata non trascuri il contatto con il proprio tempo”, per aiutare gli uomini a una “più piena conoscenza della fede.” (GS, 62). Per questo GS raccomanda di “non vivere la fede in uno spirito di contrapposizione o di ostilità nei confronti del mondo, della cultura,” ma esorta ad essere uniti e a sforzarsi di penetrare il “modo di pensare e di sentire” del proprio tempo. Si tratta di “giungere a una sintesi matura e responsabile tra fede e cultura”, per una perseveranza cristiana e per “testimoniare la fede al mondo e comunicarla agli altri in modo credibile.”

Chiediamoci:

  • Accolgo l’invito della GS a vivere in strettissima unione con gli uomini del loro tempo e a confrontarsi con loro?
  • Capisco come la fede sia una realtà incarnata?
  • Mi sento stimolato dal progresso della cultura e delle conoscenze a dare ragione della mia fede?
  • Mi impegno perché la fede diventi cultura?
  • Penso alla fede in comunione con le diverse forme di cultura?
  • Comprendo che una fede che non diventa cultura, sia una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta?
  • Colgo nelle diverse culture ciò che vi è di buono, di bello e di vero, per incarnare e trasmettere il messaggio del Vangelo?
  • Faccio mio l’impegno perché tutti abbiano un accesso ai beni culturali fondamentali?
  • Vivo l’impegno ad orientare l’insegnamento verso l’unità del sapere?
  • Vivo la fede in uno spirito di contrapposizione o di ostilità nei confronti del mondo
  • Oppure sono unito e mi sforzo di penetrare il modo di pensare e di sentire del tempo?