“Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso.»” (Es 22,20-26)

La Parola di Dio di questa domenica ci porta al cuore della legge che Gesù esprime nel comandamento dell’amore vero Dio e verso il prossimo e che il testo di Esodo 22 (il cosiddetto Codice dell’Alleanza) ci presenta nella prima grande applicazione pratica del Decalogo. Mi fermo allora a cogliere la figura dei Mosè con le tavole della legge, nella presentazione che ne dà Guido Reni, nella replica leggermente variata (databile intorno al 1620 – 25) di quella custodita alla Galleria Borghese di Roma e che lo stesso artista fa (attualmente conservata presso la sede del Gruppo Credem di Reggio Emilia).
Mosè domina tutta la scena in un primissimo piano serrato sul volto drammatico e sullo sfondo un’atmosfera plumbea, un perfetto connubio tra la teatralità barocca e la composta dignità classica tipiche dello stile del maestro bolognese. Non è un semplice fondale decorativo, ma un espediente psicologico, perché il tumulto della natura riflette fedelmente il suo tumulto interiore. È ritratto con una fluente barba, le rughe profonde della fronte, le vene delle mani; porta con sé le tavole della Legge, ricevute sul Sinai, una innalzata con la destra e l’altra mostrata sull’altra mano. La figura di Mosé, illuminata dalla luce che proviene da sinistra, campeggia con grande forza nel dipinto e la sua monumentalità è accentuata dalla rigida scelta cromatica, orchestrata in un sapiente variare di grigi e di bruni, ma poi arditamente smentita dalle note squillanti del mantello rosso, in netto contrato con il resto dell’impianto cromatico.
È un tipico capolavoro della maturità di Reni in cui la ricerca dell’ideale di bellezza classica non spegne la forza emotiva, ma la nobilita all’interno di una monumentale e severa architettura visiva.
