E’ tornata dopo aver vissuto un anno di Servizio Civile Universale in Kenia, a Nairoibi (anche se la sede della sua ong era nella vicina contea di Kiambu), l’occimianese Olimpia Deambrosis, che l’ha portata ad incontrare alcune realtà povere del mondo, un’esperienza forte e profonda. Tre lauree, uno a Torino, una in Usa (Columbia University) ed uno nel Regno unito (Edimburgo), parla 5 lingue, oltre all’italiano. L’ho incontrata, ponendole alcune domande
- Perché ha deciso di fare questo servizio?
“Volevo mettermi alla prova nel campo della cooperazione internazionale e della gestione di progetti. Volevo mettere in pratica quanto appreso durante i miei studi accademici e sperimentare il lavoro nel settore dello sviluppo.
- Perché proprio in Africa?
“Sentivo un richiamo profondo, forse nato dai racconti di tante persone che ci avevano vissuto e lavorato. Tra tutte, la cara Flavia Debeernardis, occimianese, che ha dedicato anni ad aiutare bambini e famiglie in Congo. La passione per la terra, per il lavoro e per i suoi frutti – che ho respirato fin da piccola nella mia famiglia di contadini, dal nonno a mio padre – si è intrecciata, negli anni universitari, con un forte interesse per i sistemi alimentari. È stato questo percorso a spingermi a cercare un progetto di sviluppo rurale. Così sono arrivata a Nairobi, dove ho lavorato per un anno e mezzo, prima in qualità di civilista, poi di Communication & Project Officer, a “Caffè Corretto”, un progetto di CELIM Milano che promuove una filiera del caffè in Kenya più sostenibile, inclusiva e innovativa. Il progetto lavora con quattro cooperative di caffè, due nella contea di Kiambu e due nella contea di Embu, per un totale di circa 10000 coltivatori e coltivatrici.”
- Cosa è stata la cosa più bella che ha vissuto?
“Impossibile identificare una cosa bella. Attraverso le tante cose belle vissute, il Kenya e le sue persone mi hanno insegnato l’importanza di mettere sempre in prospettiva la nostra realtà, a rallentare, a essere presenti qui ed ora. Ho dovuto scardinare e riorganizzare il mio modo di rapportarmi con le persone e sul lavoro, affinare l’arte della pazienza e imparare ad apprezzare le piccole cose, che poi tanto piccole non sono. Tra i ricordi più belli, la gentilezza ed ospitalità di tanti coltivatori e coltivatrici di caffè che mi hanno accolto nelle loro case; i safari con le mie amiche, all’insegna del continuo stupore per una vita in cui è normale vedere una giraffa al lato della strada; i traguardi raggiunti nel lavoro, prova tangibile di un impegno costante.”
- Ci sono state difficoltà e prove?
“Molte. Nairobi può essere una città intensa in cui vivere, e la sicurezza non è mai da dare per scontata. Le abitudini e le dinamiche di come si vive una città, si lavora, ci si approccia all’altro, per forza di cose, si sono dovute modificare ed adattare ad un contesto molto diverso da quello italiano o occidentale. Avere una rete di supporto e sostegno fa la differenza, che si debba affrontare un piccolo malanno, o una giornata difficile, o un periodo di spaesamento. Sa, ci sono lati positivi e negativi del rendere un posto “casa”. Da un lato, se si vuole vivere bene, si deve investire in persone e luoghi, e se un posto è ‘casa la vita diventa molto più semplice e bella. Dall’altro, questo rende più difficile lasciarla. Nairobi era casa mia, ma posso ritenermi fortunata di avere tante case nel mondo, che sono con le persone che mi hanno accompagnata e che mi porto sempre dentro al cuore. Da Occimiano, dove ho le mie radici, passando per Madrid, Edimburgo, New York, Milano e Nairobi (esperienze che ho fatto), ho lasciato parte di me in ognuno di questi posti e allo stesso tempo mi sono portata dietro tanti insegnamenti, esperienze e amicizie.”
- Potrebbe descrivere come si è articolato il suo impegno?
“Per un anno di servizio civile universale ho svolto una funzione di supporto alle attività del progetto ‘Caffè Corretto’ e di Celim Kenya (la mia ong), dal monitoraggio, alla stesura report e scrittura progetti, al procurement. In particolare, ho creato e gestito la strategia di comunicazione della ong. Durante i mesi di servizio, ho potuto vedere con mano come lavora una ong all’estero e come si implementa un progetto di cooperazione, e accrescere esponenzialmente le mie conoscenze e competenze, grazie ad un team di lavoro estremamente disponibile e competente. Mi è dunque stato proposto di continuare per altri 6 mesi nella capacità di Communication & Project Officer, per contribuire a mettere in piedi una serie di attività di progetto prima della sua conclusione. Per citarne alcune, mi sono occupata della creazione di brand per 4 cooperative di caffè, che ora hanno i loro pacchetti di caffè personalizzati e possono diversificare i loro guadagni inserendosi sul mercato locale; la realizzazione di una mostra fotografica dedicata al ruole delle donne nella filiera del caffè, dalla piantagione agli uffici governativi, inserita all’interno di una serie di eventi volti a promuovere il mercato locale, migliorandone l’accesso per produttori e consumatori. Ho anche certamente avuto l’occasione di imparare, fuori dai libri, come funzionano i sistemi alimentari globali, in particolare quello del caffè, e sperimentare con mano le sue dinamiche, connessioni e problematiche. Il caffè è in Kenya un settore molto politico e politicizzato, ad esempio. Paradossalmente, pur essendo considerato ‘l’oro nero’ del Paese, la maggior parte viene esportato ai mercati europei e americani, tramite un’asta nazionale i cui prezzi vengono determinati, appunto, da mercati internazionali. In Kenya, e in particolar modo al singolo coltivatore, rimane ben poco, al punto che negli anni molti hanno sradicato le piante, giudicandole poco redditizie, e la popolazione non ne apprezza il gusto mostrando invece una predisposizione per il più dolce chai. Continuo, tuttora, a seguire il progetto promuovendo una maggiore consapevolezza verso le dinamiche del mondo di cui facciamo parte e nel ribadire l’importanza di conoscere cosa si cela dietro il cibo che consumiamo. E’, infatti, un oggetto economico e sociale frutto di lavoro, spesso veicolo di sfruttamento o soggetto a decisioni economiche e politiche, ma anche di forte cultura e tradizione. Penso poi al famoso caffè italiano, che fa così profondamente parte della nostra italianità: di italiano ha ben poco. In Italia viene importato, torrefatto, raffinato, impacchettato e venduto come ‘italiano’, spesso dimenticandosi di segnalare dove sia cresciuto veramente. E dei pacchetti di caffè, tenendo a mente i pochi euro spesi per comprarli, pochissimi centesimi sono effettivamente finiti nelle tasche del contadino che li ha prodotti. “
- Consiglierebbe ad un/una giovane oggi di fare questa esperienza?
“Assolutamente sì. Non solo può essere un’esperienza altamente professionalizzante, come lo è stato per me, ma permette anche di fare esperienze di vita immersi in contesti ai quali non si avrebbe accesso altrimenti. Infine, il Servizio Civile Universale è anche un modo per condividere valori di pace, cooperazione e solidarietà e portare l’Italia nel mondo.”
- Quali progetti per il futuro?
“Qualcosa di molto bello bolle in pentola!”




