“In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». (…) Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». (…) Gesù le dice: (…) «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».” (Gv 4,5-7.9-15. 21a. 24-26)

Il brano evangelico dell’incontro al pozzo di Gesù e la Samaritana assume un profondo significato battesimale. Per questo la liturgia (del ciclo festivo dell’anno A) lo colloca nel cammino quaresimale dei catecumeni e per tutti nella presa di coscienza della grazia del battesimo ricevuto. Mi fermo sull’opera di Artemisia Gentileschi, uno dei pochi esempi di artiste nel corso della storia dell’arte; Artemisia aveva respirato la bellezza in famiglia a partire dal padre Orazio Lomi Gentileschi, pittore pisano, facendo propria la lezione artistica di Caravaggio. Un’opera di valore simbolico (in cui si riflette la sua vita), della sete di verità, di dignità riconquistata, della forza femminile e della consapevolezza artistica che la Gentileschi aveva conquistato.
Qui nell’olio su tela del 1636/37 (ora nel Museo Palazzo Blu di Pisa) Gesù e la donna occupano tutta la scena. E’ interessante osservare come Artemisia elevi la Samaritana (a sinistra) ad un’interlocutrice attiva e intelligente, ritratta intenta ad ascoltare Cristo con attenzione e tensione narrativa, sporgendosi in avanti parlando con Gesù, in contrasto con la rappresentazione della donna seduta ad ascoltare passivamente.
Vestita con una profonda scollatura, tiene il braccio sinistro appoggiato alla brocca posta sopra il pozzo. Gesù (con i classici colori iconografici) è ritratto sulla destra mentre spiega alla Samaritana che “chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno.” (Gv 4,13) “Sorpresa, confusa, affascinata – commenta Francesca Greco – come la Samaritana del dipinto, l’artista invita lo spettatore a comprendere e a fare proprio il messaggio del maestro.” Sullo sfondo si vede una città fortificata ed i discepoli che tornano dalla città dove erano andati a fare provviste.
