“In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. (….) Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».” (Mt 5,1-4. 10-11)

Il tema del discorso della montagna e delle beatitudini non è particolarmente rappresentato nella storia dell’arte. Mi ferma sull’interpretazione moderna che ne da Pietro Annigoni, uno dei protagonisti dell’arte contemporanea italiana, tra i maggiori dell’Italia di metà Novecento, appartenente al gruppo dei “pittori moderni della realtà”, grande ritrattista, ha saputo rappresentare gli uomini e le donne del suo tempo (come la regina Elisabetta II, papa Giovanni XXIII, J.F. Kennedy…), ritraendo non solo i loro volti ma anche le loro anime.
Nel Sermone della montagna (1953), grande tela (m. 3 x 4) dipinta Collegio Ghislieri per il di Pavia, l’artista rilegge la scena in chiave moderna, collocandola in un paesaggio spoglio, arido, dal cielo plumbeo, con la montagna sullo sfondo. Lo spazio è affollato da uomini (con abiti semplici, contemporanei all’autore) soprattutto poveri, miseri (si noti l’uomo con le stampelle sulla sinistra) dall’atteggiamento compassato. Gesù non emerge immediatamente, ma quasi bisogna cercarlo, per riconoscerlo: è il personaggio dal mantello col cappuccio nero, attorniato da alcuni apostoli. Quello che dovrebbe essere il fulcro dell’intera tela non è sottolineato da luci particolari: è l’osservatore a dover cercare il Maestro, che tiene un dito puntato verso l’alto. Bisogna lasciarsi illuminare dalla luce della coscienza per percepire la presenza di Cristo e poter ascoltare il suo messaggio. Questo è quello che Annigoni vuole dire con la sua opera così insolita. Un messaggio rafforzato dal fatto che, mentre nelle raffigurazioni quattrocentesche del soggetto prevaleva la dimensione metafisica e Cristo veniva rappresentato più grande rispetto agli altri personaggi.
