Nessuno ne parla (o quasi)

Si continua a morire di fame nel mondo e questa, in molti dei contesti di crisi, la fame uccide più delle bombe e dei droni. È una condanna silenziosa, un’arma invisibile che devasta intere generazioni laddove i conflitti distruggono l’agricoltura, bloccano i mercati e recidono l’accesso ai beni fondamentali. Non è solo una carenza di cibo ma è una conseguenza strutturale della violenza. È ciò che emerge dalla nuova “Mappa delle 10 principali crisi alimentari globali 2026”, presentata a Milano da Azione Contro la Fame in occasione del World Food Day (che si celebra il 16 ottobre). “Sono numeri allarmanti che ci interrogano e ci sollecitano ad agire – ha detto a Vatican news Simone Garroni, direttore della ONG – e il fatto che in un decennio siano raddoppiati, vuol dire che è un fenomeno che si sta acutizzando e certamente anche concentrando. Le ragioni principali restano i conflitti e le violenze, ma ci sono anche gli shock climatici, entrambi fattori che portano a numerosi sfollamenti all’interno di questi Paesi, il che vuol dire ovviamente perdita dei mezzi di sussistenza, perdita di tutti i beni, e l’esposizione a una fragilità estrema”.

Ciò che allarma di più è l’estrema polarizzazione di questa crisi, poiché la fame a si concentra ferocemente: 177 milioni di persone (quasi i due terzi del totale mondiale) si trovano stipate in appena dieci Paesi. Al vertice di questa lista nera figurano Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Solo nei primi due si contano 82,9 milioni di persone in crisi, equivalenti al 31,2% del totale globale, una quota in netto aumento rispetto al 28,1% dell’anno precedente. C’è iòl caso grave del Sud Sudan con 7,8 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare e bisognose di assistenza umanitaria. La guerra rimane il motore trainante della deprivazione. Tra le crisi che hanno registrato gli incrementi più consistenti nel numero di persone colpite figurano il Myanmar (+2,3 milioni), la Repubblica Democratica del Congo (+2,1 milioni), l’Afghanistan (+1,6 milioni) e lo Yemen (+1,4 milioni).