Nessuno ne parla (o quasi)

In Yemen continua una guerra, spesso dimenticata e che non fa notizia (tranne per i missili lanciati dagli Houti). All’inizio di settembre si calcolano in circa 120 morti negli scontri tra filogovernativi (che controllano il sud) e gli Houthi (stanziati al nord, compresa la capitale Sanaa). Lo hanno riferito fonti di entrambe le parti, mentre si teme una nuova escalation dei combattimenti nel Paese. Gli scontri sono esplosi dopo un’offensiva di terra lanciata dagli Houthi, sostenuta dal lancio di razzi e dall’impiego di droni, in alcune aree vicine alla costa del Mar Rosso e nella regione di Taiz, puntando a conquistare posizioni strategiche nell’area che si affaccia sullo Stretto di Bab el-Mandeb che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e rappresenta una rotta fondamentale per i traffici marittimi tra l’Asia e l’Europa attraverso il Canale di Suez.

È la più pesante escalation militare dal 2022: tutto ciò ha provocato il panico tra la popolazione civile sotto i bombardamenti e dei colpi di mortaio contro le aree urbane. Secondo i dati aggiornati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il totale delle persone internamente sfollate nello Yemen ha superato la drammatica quota di 5,2 milioni di individui. Il fuoco incrociato colpisce anche i campi profughi preesistenti, costringendo famiglie già vulnerabili a una seconda, drammatica evacuazione sotto le bombe. L’emergenza umanitaria – già definita dalle Nazioni Unite come una delle peggiori del pianeta – è precipitata in un baratro. L’80% degli abitanti è sotto la soglia di povertà e più del 49% della popolazione yemenita soffre di insicurezza alimentare acuta, mentre la metà delle strutture sanitarie del Paese è parzialmente o totalmente inutilizzabile.