La parola di Papa Leone

Occorre assumere “uno stile evangelico” senza contrapporsi “frettolosamente con giudizi arroganti”; è questo il cuore del Messaggio che il Papa ha rivolto ai fedeli all’Angelus di domenica 19 luglio 2026, a Castel Gandolfo, dove sta trascorrendo un periodo estivo di riposo e preghiera. 
Tre sono le immagini di cui si serve Gesù, dopo la parabola del seminatore: il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina. Con esse richiama non solo l’arrivo del Regno di Dio nella storia, ma “il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro”. Così ci aiuta a non pensare a Dio come “a una figura potente,
che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante”, perché “Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo”, che si fa “strada anche in mezzo alla zizzania”, agendo “in modo nascosto e invisibile” come il piccolo seme di senape “e lievita dentro la pasta senza fare rumore.” 
Così capiamo “qualcosa di importante sul modo in cui Dio opera nella nostra vita e nella storia”. Non con qualcosa di clamoroso, come “un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male” o “un Dio forte e potente” a cui adeguiamo anche il modo “di essere cristiani e di essere Chiesa”.  Il Regno di Dio, invece, “si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito.” È come il più piccolo dei semi, con “la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria”, come il lievito che nella farina “cresce in modo invisibile”. Così “ci libera dallo scoraggiamento, avendo “fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente”, perché “ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi.”
Di qui l’invito perché lo stile di Dio diventi “il modo in cui, sia come singoli sia come Chiesa, abitiamo la realtà che ci circonda”, quello del Vangelo che non si contrappone “frettolosamente con giudizi arroganti,” non si impone “con il potere e con la forza”, avendo “fiducia nell’opera di Dio.” Si tratta di sottomettersi alla “logica del seme”, che “non è quella del successo e della grandezza” ma chiede di farsi “piccoli e di servire la vita delle persone” (come diceva ai catechisti e agli insegnanti di Religione l’allora card. Ratzinger il 10 dicembre 2000). Così diventeremo “un piccolo seme di Vangelo che germoglia” ed “un lievito di amore che trasforma la pasta del mondo.” Ha poi rivolto ancora un appello per quei “Paesi lacerati dalla guerra e dalla violenza” e ad unire “al generoso impegno per la pace, (…) anche la nostra costante preghiera.”
Chiediamoci:
 So cogliere l’agire di Dio nella vita degli uomini?
 Vedo il suo modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro?
 Penso a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che arriva in modo trionfante?
 Oppure accolgo lo stile di Do che predilige la piccolezza?
 Chiedo il dono di uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità?
 Attendo prima di giudicare tutto e subito?
 Ho la pazienza di saper accompagnare i processi, nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria?
 Ho fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente, sapendo che suo amore è sempre all’opera per noi?
 So farmi piccolo e servire la vita delle persone?
 Mi impegno per la pace anche con una costante preghiera?