La parola di Papa Leone

Nel segno di papa Francesco e nel riconoscimento della dignità dei migranti si può riconoscere il tratto del viaggio apostolico che il Papa ha voluto compiere lo scorso sabato 4 luglio a Lampedusa. Qui, infatti, a Molo Favaloro (teatro degli sbarchi, come quello di venerdì sera di 17 persone dal nord Africa) Leone XIV ha benedetto la stele, segnando così un punto di svolta per l’isola con un molo intitolato al Pontefice argentino che nel 2013 fece balzare alle cronache internazionali il nome di questo lembo di terra. Così la prima parte del viaggio è segnata dal silenzio della preghiera conduce al cimitero di Cala pisana, poi alla Porta d’Europa e infine al Molo Favaloro, oggi Molo Papa Francesco. È il silenzio che raccontano le croci realizzate col legno dei barconi, senza nomi, date, volti quello che raccontano gli oggetti di uso quotidiano come le ciotole ed i cappelli, incastonati nei blocchi di ceramica e ferro zincato della Porta d’Europa, che raccontano i volti, sorridenti più o meno, dei migranti giunti sin qui, come la famiglia ivoriana che attende il Pontefice. Come il piccolo Leonardo Derek che ha in mano un foglio scritto con la sua storia ed un pallone che consegna al Papa perché lo regali ad un altro bambino che, magari, come lui qualche anno fa, può trovare nello sport la via per ricomporre una vita altrimenti spezzata. Leone lo ha abbracciato e preso per mano, insieme a Maria Emanuela (5 anni, nata nel 2021 a Lampedusa), dirigendosi insieme alla Porta realizzata dall’artista Mimmo Palladino e che il Papa ha attraversato.
Poi, al campo sportivo Arena, ha salutato la comunità dell’isola riunita per la Messa. Prima della celebrazione e dopo il saluto del sindaco, ricordando Papa Francesco, ha assicurato “che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia” ed ha invitato a rendere “il mondo di oggi e di domani sia più umano per tutti”. Non è venuto a fare discorsi, ma “a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi” che “spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione”. Lampedusa “è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti.” Leone XIV, sulle orme di papa Francesco, ha ricordato le vittime dei naufragi, ringraziato istituzioni civili, sociali ed ecclesiali per l’opera di accoglienza compiuta in questi anni e “il miracolo della compassione”. Ha poi lanciato un appello al Vecchio continente che “possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità”, perché scelga la pace e non la logica della forza, raccomandando di abbattere i muri, quelli dati dall’appartenenza religiosa o tra migranti e turisti. Il Vangelo “risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo,” ma diventa muto “dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”.
I tanti migranti morti nelle acque del Mediterraneo interpellano la coscienza di tutti e ci chiamano a farci prossimo attraverso l’amore di cui “la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato”. Il Papa ha così denunciato “chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere”. I morti in mare sono infatti “vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Infatti “il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di passare oltre”. Allora, “è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza”. Chi si lascia “portare in questa dinamica di compassione, di misericordia”, inizia “a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente”, pone, cioè, le basi per la “civiltà dell’amore” di chi ha compreso che “agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi”. Essa “non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”. Ha quindi raccomandato di abbattere i muri, quelli dati dall’appartenenza religiosa o tra migranti e turisti.