La parola di Papa Leone

Si è concluso giovedì 23 aprile il viaggio del Papa in Africa. Sull’aereo in ritorno a Roma ha risposto alle domande di alcuni dei giornalisti al seguito, affrontando questioni di attualità come la guerra, i negoziati Usa-Iran, la questione migratoria, la pena di morte e la benedizione delle coppie omosessuali. Ha poi affermato come il senso del suo viaggio stia nel voler annunciare il Vangelo, proclamare il messaggio di Gesù, come “un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza.” E’ stato importante parlare “anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese”, vivendo ed accompagnando le popolazioni che lo hanno accolto con grande entusiasmo.
Le ultime due tappe sono state in Angola ed in Guinea equatoriale. Da sabato 18 a lunedì 20 aprile ha visitato l’Angola un “mosaico coloratissimo” che va preservato dai tentativi predatori che ne minano un armonico sviluppo improntato a giustizia e fratellanza. Ha pregato per le vittime delle inondazioni che hanno colpito soprattutto la provincia di Benguela (con migliaia di sfollati e una trentina di morti).
Ha incoraggiato a promuovere la giustizia, la pace, la tolleranza e la riconciliazione, in un paese segnato da una lunga guerra civile, come pure ad uno sviluppo armonico e fraterno, dicendo no ad una logica estrattivistica che porta con sé sofferenza, morti, catastrofi sociali e ambientali.
“Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile.” Domenica 19 si è recato come pellegrino al Santuario di Mamã Muxima, antico luogo di culto le cui origini risalgono al XVII secolo che sorge lì dove i colonizzatori portoghesi smistavano merci e persone schiavizzate per deportarle in Brasile, chiedendo di impegnarsi per “amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso” e a spendersi “specialmente dei più poveri” ed invitando i giovani a “costruire un mondo migliore”, dove non ci siano più “ingiustizie”. Nell’Omelia il Papa ha invocato per gli angolani una Chiesa che li accompagni e che raccolga “il grido dei suoi figli”, raccomandando di non mescolare con la fede “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”. A Saurimo (“città dei diamanti”, terza città angolana), Leone XIV si è recato nel Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo che accoglie circa 60 uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. “Mi piace pensare – ha assicurato il Papa – che Gesù abita anche qui, in questa casa, (…) ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà”.
Celebrando la Messa, Leone XIV ha ribadito, forte del messaggio del Vangelo, che Cristo è in grado di riscrivere la storia, quella di un Paese ricco di risorse naturali, tra i primi produttori di petrolio in Africa e con enormi riserve di diamanti, ma corroso dalle disuguaglianze che condannano alla povertà una larga parte della popolazione. Infatti “ogni forma di oppressione, violenza, sfruttamento e menzogna nega la risurrezione”. A Luanda, A Luanda, nell’incontro con vescovi, clero, religiosi ed operatori pastorali, il Papa ha evidenziato il coraggio della Chiesa angolana nel “denunciare il flagello della guerra”, impegno che non è finito! Ha quindi esortato a contribuire a costruire una società fondata su libertà ed equità e sottolineato il valore dei catechisti, “ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”.
Ulima tappa (20-23 aprile) è stata la Guinea equatoriale, l’unico Paese africano di lingua spagnola, con grandi ricchezze di petrolio ma con la maggioranza della popolazione, che vive in condizioni di estrema povertà e di emarginazione, con meno di un dollaro al giorno. Qui, parlando alle autorità, ha sottolineato che “la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli”. Ha quindi messo in guardia sul rischio di una tragica compromissione del destino dell’umanità “senza un cambio di passo nell’assunzione di responsabilità politica e senza rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali”. Ha quindi incontrato il mondo della cultura in occasione dell’inaugurazione di un nuovo Campus dell’Università Nazionale, incoraggiando a perseguire non “l’apparenza del successo”, come il
numero di laureati, ma frutti di “intelligenza” e “servizio”.
Nell’omelia della Messa, presieduta nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione di Mongomo, il Papa ha invita “tutti i battezzati” ad impegnarsi per superare le “disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati”, in un Paese benedetto da tante ricchezze naturali, esortando a tutelare la dignità dei più fragili: i poveri, le “famiglie in difficoltà”, i carcerati che vivono in “condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti”. Ha visitato infatti il carcere di Bata, accolto dai detenuti che sotto la pioggia hanno danzato per il Papa invocando libertà. “Nessuno – ha detto il Pontefice – è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Ha chiesto di accompagnarli “in un percorso di reinserimento e ricostruzione”, perché il passato non rubi loro “la speranza del futuro”. Ha poi ascoltato le testimonianze degli equato guineani riuniti allo stadio di Bata, dalla sfida delle donne nel mondo del lavoro a quella posta dal percorso matrimoniale “che cresce nella libertà”. Poi ha sottolineato la custodia dei valori familiari, anche quando giudizi, pregiudizi e stereotipi cercano di sminuirli, poiché tutto concorre a un’eredità “luminosa e impegnativa”, di cui le nuove generazioni sono chiamate a farsi presidio e fondamento.
Infine, nella Messa celebrata nello Stadio di Malabo, Leone XIV ha ricordato che quando domina la “tristezza individualista”, frutto di un cuore avaro, “è proprio l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà”. Con Dio “i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso”.
Canti, danze, salti, bandiere, striscioni, cappelli, ombrelli: tanti se ne sono visti in queste undici giornate in quattro nazioni, undici città, raggiunte attraverso diciotto voli in aereo ed elicottero, percorrendo oltre 18 mila chilometri, perché il Continente africano possa camminare a testa alta verso quel futuro di cui i suoi popoli hanno “fame”.