Un lungo viaggio quello del Papa in Africa, dal 13 al 23 aprile toccando, in undici giorni, undici città, quattro Paesi, tenendo circa 25 tra discorsi, saluti e omelie, il terzo dopo Türkyie e Libano (27 novembre – 2 dicembre 2025) e il Principato di Monaco (28 marzo). Un viaggio ricco, intenso e certamente che ha toccato l’Algeria, il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale. Mi fermo a documentare le prime due tappe, quella in Algeria e quella in Camerun.
La prima tappa è stata l’Algeria, sulle tracce di Sant’Agostino, dicendosi “molto contento di visitare di nuovo la terra di Sant’Agostino che offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso”. Ad Algeri, prima tappa del viaggio apostolico in Africa, ha visitato il Maqam Echahid, il Memoriale dei martiri algerini, e lanciato un messaggio di speranza per un mondo lacerato dai conflitti, perché “la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia”. Il Pontefice ha poi invitato al “perdono”, ricordando che la vera ricchezza per un popolo è “amare Dio”: gli altri tipi di ricchezze “illudono e deludono” e finiscono per “corrompere il cuore e generare invidie, rivalità, conflitti”. Oltre ai vari discori istituzionale una tappa significativa, in un paese musulmano (dove i cattolici sono solo 5.000) è stata la visita nella Grande Moschea della capitale algerina, fermandosi in una riflessione silenziosa, accompagnato dal rettore Mohamed Mamoun Al Qasimi, con il quale si è intrattenuto rilanciando l’invito al “rispetto” reciproco e al rispetto “per la dignità di ogni persona umana”, oltre all’appello ad essere “promotori di pace e di perdono”. Altra tappa (il 14 aprile) è stata al sito archeologico di Annaba, l’antica Ippona, la Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri e la comunità degli Agostinaini, celebrando la S. Messa nella basilica di s. Agostino, con l’invito a testimoniare “nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo.” Una terra, l’Algeria, che per la prima volta vede un Papa: Leone ha tracciato un ponte, contro ogni odio, sfruttamento, egoismo, diseguaglianze, menzogna, un ponte capace di trasformare il deserto del Shara e il Mediterraneo, come lui stesso ha suggerito, in vie d’incontro.
La seconda tappa è stata (dal 15 al 18 aprile) in Camerun, una terra segnata da una significativa presenza cattolica e cristiana, ma attraversata da un conflitto interno tra la comunità anglofona (che chiede l’indipendenza o un’autonomia maggiore) e quella francofona maggioritaria, con circa 250 lingue locali ed etnie. Una crisi dimenticata dal mondo, che in dieci anni circa ha prodotto migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. Un questo Paese che rappresenta il cuore dell’Africa, che, allo stesso tempo, possiede una grande ricchezza e grandi opportunità, ma presenta anche la difficoltà, che riscontriamo in tutta l’Africa, di una distribuzione spesso ineguale della ricchezza. Un apese molto giovane con il presidente Paul Biya (in carica da 43 anni) più anziano del mondo e dove il 23% dei camerunesi che vive al di sotto della soglia di povertà. Intrecciandosi con le polemiche innestate dalle parole del presidente Trump, Leone XIV non ha cessato di rivolgere il suo costante appello alla pace (“Basta con la guerra. Il mondo ha bisogno di pace”). Di fronte a un “mondo a rovescio”, fatto da chi investe in armi, da chi depreda le risorse di un Paese, da chi provoca “una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine”, i poveri sono “la luce del mondo”.
A Bamenda, nel cuore della regione dilaniata dalla violenza indipendentista, Leone XIV ha parlato a tutta la società, riunita nella Cattedrale di San Giuseppe per l’incontro di pace, lanciando il suo monito “a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici”. Qui ha lodato l’opera del Movimento per la pace animato dalle comunità cristiane e musulmane nel tentativo di “mediare tra le parti avverse”. Sono coloro che portano l’annuncio di pace al mondo intero, nonostante i tentativi di strumentalizzare le religioni. “Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso.”
A Duala (capitale economica del paese) celebrando la S. Messa nello stadio Japoma, il Papa si è soffermato sui modi per rispondere alla fame, materiale e spirituale, delle popolazioni, invitando i giovani camerunensi a diventare “la buona notizia” per il proprio Paese e raccomanda loro di non cedere allo scoraggiamento: “Rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore” Nella capitale Yaoundé Leone XIV ha incontrato il mondo universitario nell’ateneo cattolico dell’Africa centrale, affermando come né “ricchezza materiale” né “abbondanza di risorse naturali” misurano la “grandezza” di una nazione. Ha poi individuato nel continente africano “il lato oscuro” delle devastazioni causate “dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare” per le tecnologie, ricordando come scienza e fede possono coesistere, anche se la competenza non può essere scambiata per adattamento “alle logiche dominanti”.
Sabato 18 aprile ha concluso la sua visita celebrando la Messa all’aeroporto di Yaoundé-Ville. Con l’invito (“Non abbiate paura!”), ha esortato, anche a livello politico, ad affrontare le sfide legate a povertà e giustizia. Se la vita di una società richiede “il coraggio di cambiare abitudini e strutture” perché si superino “disuguaglianze ed emarginazioni”, i cristiani sono chiamati ad essere “sale e luce di questa terra”.
