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La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Domenica 22 gennaio il Papa Francesco all’Angelus ha parlato dell’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. Dalla Galilea, una terra abitata “in massima parte da pagani”, “geograficamente periferica” rispetto a Gerusalemme “e religiosamente impura” per “la mescolanza con quanti non appartenevano a Israele” si diffonde “la luce di Cristo”. Infatti “il messaggio di Gesù ricalca quello del Battista, annunciando il «regno dei cieli». Questo regno non comporta l’instaurazione di un nuovo potere politico, ma il compimento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo che inaugurerà una stagione di pace e di giustizia. Per stringere questo patto di alleanza con Dio, ognuno è chiamato a convertirsi, trasformando il proprio modo di pensare e di vivere. E’ importante questo: convertirsi non è soltanto cambiare il modo di vivere, ma anche il modo di pensare. E’ una trasformazione del pensiero. Non si tratta di cambiare gli abiti, ma le abitudini!”. A differenziare Gesù da Giovanni il Battista è lo stile e il metodo: “Gesù sceglie di essere un profeta itinerante. Non sta ad aspettare la gente, ma si muove incontro ad essa. Gesù è sempre per la strada! Le sue prime uscite missionarie avvengono lungo il lago di Galilea, a contatto con la folla, in particolare con i pescatori. Lì Gesù non solo proclama la venuta del regno di Dio, ma cerca i compagni da associare alla sua missione di salvezza”. Qui incontra due coppie di fratelli e li invita a seguirlo: “la chiamata li raggiunge nel pieno della loro attività di ogni giorno”: infatti ”il Signore si rivela a noi non in modo straordinario o eclatante, ma nella quotidianità della nostra vita.” Oggi noi abbiamo la gioia di proclamare e testimoniare la nostra fede perché c’è stato quel primo annuncio, “perché ci sono stati quegli uomini umili e coraggiosi che hanno risposto generosamente alla chiamata di Gesù. Sulle rive del lago, in una terra impensabile, è nata la prima comunità dei discepoli di Cristo”.
Mercoledì 25 gennaio, all’udienza generale, facendo riferimento alla figura biblica di Giuditta, donna coraggiosa e di fede che indica il cammino della fiducia in Dio e che libera il suo popolo dall’assedio dell’esercito del Re. Si tratta di una situazione drammatica, tanto che gli abitanti vogliono arrendersi ai nemici: “la capacità di fidarsi di Dio si è esaurita. E quante volte noi arriviamo a situazioni di limite dove non sentiamo neppure la capacità di avere fiducia nel Signore”.
Allora entra in scena Giuditta che rimprovera il popolo invitandolo ad attendere la salvezza da Dio che ha pieno potere “di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere dai nemici”: ella “è donna di fede perché sa che è salvezza liberare dai nemici, ma, nei piani di Dio impenetrabili, può essere salvezza anche consegnare alla morte”. E il Papa ha lodato il coraggio di Giuditta e delle donne perché spesso sono “più coraggiose degli uomini”. Quindi Francesco ha chiesto di non mettere “mai condizioni a Dio”, perché “fidarsi di Dio vuol dire entrare nei suoi disegni senza nulla pretendere, anche accettando che la sua salvezza e il suo aiuto giungano a noi in modo diverso dalle nostre aspettative. Noi chiediamo al Signore vita, salute, affetti, felicità; ed è giusto farlo, ma nella consapevolezza che Dio sa trarre vita anche dalla morte, che si può sperimentare la pace anche nella malattia, e che ci può essere serenità anche nella solitudine e beatitudine anche nel pianto”. Proprio Giuditta ci indica il “cammino della speranza”: ella “ha pregato tanto”, è stata “coraggiosa nella fede e nelle opere”. Bisogna fare “senza facili rassegnazioni”, quanto è “nelle nostre possibilità”, ma sempre “rimanendo nel solco della volontà del Signore”. Sono le parole sagge delle donne umili, delle nonne che hanno l’esperienza della vita, hanno sofferto e si sono affidate a Dio: “sono parole delle saggezza di Dio (….) perché hanno l’esperienza della vita, hanno sofferto tanto, si sono affidate a Dio e il Signore dà questo dono di darci il consiglio di speranza”.
Domenica 29 gennaio, all’Angelus commentando il passo evangelico di Matteo delle Beatitudini, spiega Francesco, è la chiave di volta del Nuovo Testamento, in cui Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Un messaggio rivolto soprattutto ai poveri, agli oppressi e i maltrattati. Ora “il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta, ‘poveri in spirito’, ‘afflitti’, ‘affamati di giustizia’, “perseguitati’ (….), ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il ‘regno’ annunciato da Gesù”. La realtà di disagio e di afflizione è vista in una prospettiva nuova: “non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio”. Francesco si è soffermato poi sulla prima beatitudine, dove il “povero in spirito è colui che non si ribella, ma sa essere umile, docile, disponibile alla grazia di Dio. E la felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: innanzitutto nei confronti dei beni materiali che vanno utilizzati con sobrietà…” Ha parlato così dell’opacità “della consumazione vorace. Più ho, più voglio; più ho, più voglio: questa è la consumazione vorace. E questo uccide l’anima”. La povertà in spirito si manifesta nella lode a Dio e il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane”. La povertà in senso evangelico è la strada privilegiata verso la meta del Regno dei Cieli, una strada che privilegia la condivisione al possesso.
Al termine Francesco ha salutato i circa tremila ragazzi dell’Azione Cattolica di Roma, presenti in Piazza San Pietro, due dei quali si sono affacciati con il Pontefice dal Palazzo Apostolico.
Gian Paolo Cassano

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