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La Parola di Papa Benedetto

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Il Concilio è “un forte appello a riscoprire ogni giorno la bellezza della nostra fede”. E’ stata infatti dedicata all’assise conciliare l’udienza generale di mercoledì 10 ottobre. Così Benedetto XVI ha tracciato un “grande affresco”, un “dipinto” davanti al quale mettersi, o rimettersi, per scoprire, o riscoprire, la “straordinaria ricchezza” dei “frammenti”, dei “tasselli”, dei “particolari passaggi” di quella che Papa Wojtyla, definì “la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo”: il Concilio Vaticano II.
I suoi documenti “sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta”.
Il prof. Joseph Ratzinger che fu al Concilio con la qualifica di “perito”, ha ricordato come a differenza del passato non ci fossero “particolari errori di fede da correggere”, ma si trattava di trovare un “modo rinnovato”, “incisivo”, di mettere in dialogo la fede con un mondo che se ne sta allontanando.
Così da una “seria, approfondita riflessione sulla fede, doveva essere delineato in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l’età moderna, tra il Cristianesimo e certi elementi essenziali del pensiero moderno, non per conformarsi ad esso, ma per presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza”.
Oggi, più che mai, in un mondo “segnato da una dimenticanza e sordità nei confronti di Dio” occorre “imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il Cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio, che è Amore trinitario, e nell’incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue”.
Dopo aver ricordato i “quattro punti cardinali” della bussola del Vaticano II (le Costituzioni conciliari Sacrosanctum Concilium, Lumen gentium, Dei Verbum e Gaudium et spes), il Papa ha auspicato che l’eredità del Concilio aiuti i cristiani a “riscoprire ogni giorno la bellezza” della fede: quando questa manca “crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo”.
Domenica 14 ottobre, all’Angelus, commentando il Vangelo del “giovane ricco” ha spiegato come la ricchezza non dia la felicità sulla terra né la vita eterna.
Citando S. Clemente di Alessandria ha messo in rilievo come “la parabola insegni ai ricchi che non devono trascurare la loro salvezza come se fossero già condannati, né devono buttare a mare la ricchezza né condannarla come insidiosa e ostile alla vita, ma devono imparare in quale modo usare la ricchezza e procurarsi la vita”.
Così “la storia della Chiesa è piena di esempi di persone ricche, che hanno usato i propri beni in modo evangelico, raggiungendo anche la santità”, come S. Francesco, S. Elisabetta d’Ungheria, S. Carlo Borromeo o i Beati (proclamati solennemente sabato 13 ottobre a Praga) Federico Bachstein e tredici Confratelli dell’Ordine dei Frati Minori uccisi nel 1611 a causa della loro fede.
“Sono i primi Beati dell’Anno della fede, e sono martiri: ci ricordano che credere in Cristo significa essere disposti anche a soffrire con Lui e per Lui”.
Gian Paolo Cassano

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