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La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

Chi vive realmente la Messa – ha ricordato Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì 12 febbraio - non può non preoccuparsi di chi ha bisogno di aiuto. Così Il Pontefice ha chiesto: “Io che vado a Messa come vivo questo? Mi preoccupo di aiutare, di avvicinarmi, di pregare per coloro che hanno questi problemi? O sono un po’ indifferente? O forse mi preoccupo di chiacchierare: ‘Hai visto come era vestita quella o come è vestito quello’?… Alle volte, si fa questo dopo la Messa o no? Si fa! E quello non si deve fare! Dobbiamo preoccuparci per i nostri fratelli e sorelle che hanno un bisogno, una malattia, un problema”.
E’ questo il primo dei tre “segnali” che “ci dicono se noi viviamo bene l’Eucaristia o non la viviamo tanto bene” cioè “il nostro modo di guardare e considerare gli altri”, se cioè simile o meno all’atteggiamento di Gesù, che amava stare con le persone e “condividere” i loro desideri o problemi. Poi ha individuato concretamente un paio di categorie di persone che certamente hanno bisogno di aiuto: le vittime dell’alluvione e dei problemi sociali del lavoro: “chiediamo a Gesù, a questo Gesù che noi riceviamo nell’Eucaristia, che ci aiuti ad aiutarli”.
Il secondo indizio è il perdono; si va a Messa per la grazia “di sentirsi perdonati e pronti a perdonare”. L’Eucaristia non è la liturgia per chi si “ritiene o vuole apparire migliore degli altri”, ma di chi ha bisogno “di essere accolto e rigenerato dalla misericordia di Dio”. Infatti “se ognuno di noi non si sente bisognoso della misericordia di Dio, non si sente peccatore, ma meglio che non vada a Messa! Perché noi andiamo a Messa perché siamo peccatori e vogliamo ricevere il perdono di Gesù, partecipare alla sua redenzione, al suo perdono. Quel ‘Confesso’ che diciamo all’inizio non è un ‘pro forma’, è un vero atto di penitenza! Io sono peccatore e confesso! Così inizia la Messa”.
C’è poi un terzo ed ultimo segnale che riguarda il rapporto tra la celebrazione eucaristica e “la vita delle nostre comunità cristiane”. L’Eucaristia è un dono, “un’azione di Cristo”, non una commemorazione umana di ciò che Lui ha fatto. Di qui sgorga “la missione e l’identità stessa della Chiesa”, il che comporta una responsabilità. Così “una celebrazione può risultare anche impeccabile dal punto di vista esteriore, bellissima, ma se non ci conduce all’incontro con Gesù, rischia di non portare alcun nutrimento al nostro cuore e alla nostra vita. Attraverso l’Eucaristia, invece, Cristo vuole entrare nella nostra esistenza e permearla della sua grazia, così che in ogni comunità cristiana ci sia coerenza tra liturgia e vita: questa coerenza tra liturgia e vita”.
Venerdì 14 febbraio, poi, incontrando oltre 25.000 fidanzati di tutto il mondo (nel contesto dell’incontro “La gioia del Sì per sempre”, promosso nel giorno di San Valentino dal Pontificio Consiglio per la Famiglia), ha risposto alle domande di alcune coppie ed ha fatto un quadro della società contemporanea.
“Tante persone hanno paura di fare scelte definitive, per tutta la vita, sembra impossibile”, in un mondo in cui “tutto cambia rapidamente, niente dura a lungo”. Ma l’amore è una relazione, “è una realtà che cresce (…) che si costruisce come una casa. E la casa si costruisce assieme, non da soli”. Di qui l’invito: “cari fidanzati, voi vi state preparando a crescere insieme, a costruire questa casa, per vivere insieme per sempre. Non volete fondarla sulla sabbia dei sentimenti che vanno e vengono, ma sulla roccia dell’amore vero, l’amore che viene da Dio. La famiglia nasce da questo progetto d’amore che vuole crescere come si costruisce una casa che sia luogo di affetto, di aiuto, di speranza, di sostegno. Ma tutti insieme: affetto, aiuto, speranza, sostegno! Come l’amore di Dio è stabile e per sempre, così anche l’amore che fonda la famiglia vogliamo che sia stabile e per sempre. Per favore non dobbiamo lasciarci vincere dalla “cultura del provvisorio”! ”
Di fronte alla “paura del ‘per sempre’”, la “cura” giorno per giorno è quella di affidarsi “al Signore Gesù in una vita che diventa un cammino spirituale quotidiano, fatto di passi, di crescita comune, di impegno a diventare donne e uomini maturi nella fede”. Perché il “per sempre” non è solo una questione di durata: “un matrimonio non è riuscito solo se dura, ma è importante la sua qualità. Stare insieme e sapersi amare per sempre è la sfida degli sposi cristiani”.
Ha poi ricordato anche ai giovani fidanzati le tre piccole regole che aveva proposto incontrando le famiglie: permesso, grazie, scusa !
Quindi, una riflessione sulla festa per le nozze, con l’invito a fare in modo “che sia una vera festa, una festa cristiana, non una festa mondana”, perché ciò che rende “pieno e profondamente vero” il matrimonio è “la presenza del Signore che si rivela e dona la sua grazia”. È “Lui il segreto della gioia piena, quella che scalda il cuore veramente”: “è bene che il vostro matrimonio sia sobrio e faccia risaltare ciò che è veramente importante. Alcuni sono più preoccupati dei segni esteriori, del banchetto, delle fotografie, dei vestiti e dei fiori… Sono cose importanti in una festa, ma solo se sono capaci di indicare il vero motivo della vostra gioia: la benedizione del Signore sul vostro amore”.
Domenica 16 febbraio, all’Angelus, si è soffermato sul quinto comandamento del decalogo, ‘Non uccidere’: “Gesù ci ricorda che anche le parole possono uccidere! Quando si dice di una persona che ha la lingua di serpente, cosa si vuol dire? Che le sue parole uccidono! Pertanto, non solo non bisogna attentare alla vita del prossimo, ma neppure riversare su di lui il veleno dell’ira e colpirlo con la calunnia”.
La raccomandazione del Pontefice è stata quella di non “sparlare”: “niente chiacchiere”, perché anch’esse “possono uccidere,(…) uccidono la fama delle persone”. Forse “all’inizio, può sembrare una cosa piacevole, anche divertente, come una caramella. Ma alla fine ci riempie il cuore di amarezza e avvelena anche noi. Ma, vi dico la verità: sono convinto che se ognuno di noi facesse il proposito di evitare le chiacchiere, alla fine diventerà santo”. Infatti “la perfezione dell’amore” che Gesù ci propone è “un amore la cui unica misura è di non avere misura, di andare oltre ogni calcolo”, anzi “che il nostro rapporto con Dio non può essere sincero se non vogliamo fare pace con il prossimo”.
Così “per ottenere comportamenti buoni e onesti non bastano le norme giuridiche, ma occorrono delle motivazioni profonde, espressione di una sapienza nascosta, la Sapienza di Dio, che può essere accolta grazie allo Spirito Santo. E noi, attraverso la fede in Cristo, possiamo aprirci all’azione dello Spirito, che ci rende capaci di vivere l’amore divino”.
Gian Paolo Cassano

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