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La parola di Papa Francesco

LA PAROLA DI PAPA FRANCESCO
a cura di Gian Paolo Cassano

E’ tornato ancora una volta ad Assisi, a 30 anni da quell’incontro profetico che S. Giovanni Paolo II volle nella città umbra, riunendo i rappresentanti delle religioni di tutto il mondo a pregare per la pace. E’ stato così martedì 20 settembre, a conclusione della tre giorni organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla diocesi dei assi e dai Francescani sul tema: “Sete di Pace: religioni e culture in dialogo”. Nell’appello per la pace letto davanti ad oltre 500 leader religiosi si mette in rilievo come preghiera ed impegno siano i cardini per la costruzione di una famiglia di popoli, ribadendo solennemente che la violenza e il terrorismo si oppongono al vero spirito religioso.
Infatti “chi invoca il nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza e la guerra, non cammina nella Sua strada: la guerra in nome della religione diventa una guerra alla religione stessa. Con ferma convinzione, ribadiamo dunque che la violenza e il terrorismo si oppongono al vero spirito religioso”. L’appello è stato consegnato fisicamente ai bambini dai leader religiosi venuti da ogni parte del mondo, un mandato al dialogo, all’incontro da portare a tutte le nazioni, affinché “si apra” “un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli”.
E il Papa nel suo discorso, alla cerimonia conclusiva, ha detto che tutti “abbiamo sete di pace, abbiamo il desiderio di testimoniare la pace, abbiamo soprattutto bisogno di pregare per la pace, perché la pace è dono di Dio e a noi spetta invocarla, accoglierla e costruirla ogni giorno con il suo aiuto”. Francesco ha poi ribadito come l’indifferenza sia la “grande malattia del nostro tempo”, come “un virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo che intacca il centro stesso della religiosità, ingenerando un nuovo, tristissimo paganesimo: cioè, il paganesimo dell’indifferenza”. Il Papa ha ricordato il suo viaggio a Lesbo (con il patriarca Bartolomeo I) ed, evocando gli occhi dei “rifugiati”, dei “bambini”, degli “anziani” in cui è impressa la paura, “il dolore della guerra, l’angoscia di popoli assetati di pace”, ha ribadito che “non c’è nessun domani nella guerra”. Ha così sottolineato l’impegno a voler dar voce a quanti soffrono e sono senza voce: “noi non abbiamo armi. Crediamo però nella forza mite e umile della preghiera. In questa giornata, la sete di pace si è fatta invocazione a Dio, perché cessino guerre, terrorismo e violenze”. Ha confermato le diversità delle tradizioni religiose, spendo che “la differenza non è per noi motivo di conflitto, di polemica o di freddo distacco”: in quest’occasione “senza sincretismo e senza relativismo, abbiamo invece pregato gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri”.
Poi una ferma condanna di “chi utilizza la religione per fomentare la violenza”, perché “ne contraddice l’ispirazione più autentica e profonda”. Infatti “ogni forma di violenza non rappresenta la vera natura della religione, è invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione” e “non ci stanchiamo di ripetere che mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa e non la guerra!” Il Papa è quindi ritornato sulla forza e concretezza della preghiera, che chiede mobilitazione delle “coscienze” per la difesa della “sacralità della vita umana”, invitando ad immergersi nelle situazioni e “dare il primo posto a chi soffre; di assumere i conflitti e sanarli dal di dentro; di percorrere con coerenza vie di bene, respingendo le scorciatoie del male”. Poi ha declinato la pace in un percorso di quattro parole: “Perdono”, “Accoglienza”, “Collaborazione” ed “Educazione”, auspicando che “i credenti siano artigiani di pace nell’invocazione a Dio e nell’azione per l’uomo! E noi, come Capi religiosi, siamo tenuti a essere solidi ponti di dialogo, mediatori creativi di pace”. Come diceva 30 anni fa San Giovanni Paolo II, “la pace è un cantiere aperto a tutti”.
In precedenza, mentre i rappresentanti delle diverse religioni pregavano in luoghi diversi secondo la propria tradizione, i cristiani si sono ritrovati per una preghiera ecumenica, nella Basilica Inferiore di San Francesco, dove si trova la tomba del Poverello d’Assisi, prima di ritrovarsi insieme nell’incontro conclusivo di pace. Nella parola di Gesù sulla croce (“Ho sete”) il Pontefice, ha colto soprattutto una sete d’amore. Parole che ci interpellano e domandano risposte concrete, parole nelle quali “possiamo sentire la voce dei sofferenti” ed “il grido nascosto dei piccoli innocenti cui è preclusa la luce di questo mondo”. Esse “implorano pace le vittime delle guerre, che inquinano i popoli di odio e la Terra di armi, implorano pace i nostri fratelli e sorelle che vivono sotto la minaccia dei bombardamenti o sono costretti a lasciare casa e a migrare verso l’ignoto, spogliati di ogni cosa. Tutti costoro sono fratelli e sorelle del Crocifisso, piccoli del suo Regno, membra ferite e riarse della sua carne. Hanno sete. Ma a loro viene spesso dato, come a Gesù, l’aceto amaro del rifiuto”. La risposta è quella di “estinguere la sete d’amore di Gesù sulla croce mediante il servizio ai più poveri tra i poveri è stata la sua risposta. Il Signore è infatti dissetato dal nostro amore compassionevole, è consolato quando, in nome Suo, ci chiniamo sulle miserie altrui”.
Francesco ha ricordato che i cristiani di fronte a Cristo crocifisso sono chiamati a riversare misericordia sul mondo. E come dal fianco di Cristo uscì acqua così “da noi suoi fedeli esca compassione”. Accostandoci a quanti vivono da crocifissi “cresceranno ancora più l’armonia e la comunione fra noi”, perchè “Egli infatti è la nostra pace”. Quindi l’auspicio conclusivo del Papa: “i custodisca tutti nell’amore e ci raccolga nell’unità, nella quale siamo in cammino, perché diventiamo quello che Lui desidera: ‘una sola cosa’”. 
C’è stato anche l’intervento del Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e dell’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. E’ stata inoltre accesa una candela per ciascun Paese che vive una situazione di guerra: dalla Siria al Gabon fino al Centroamerica. In tutto 27 candele per illuminare di speranza un mondo oscurato dalla guerra.
Gian Paolo Cassano

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