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Archivio della Categoria 'Santi e Beati'

Nuovi santi

Lunedì 17 Luglio 2017

NUOVI SANTI
a cura di Gian Paolo Cassano

Morì, perché la fede in Cristo, valeva più della sua vita.. E’ il beato Josef Mayr-Nusser, morto nel 1945 a Dachau per aver rifiutato di giurare fedeltà a Hitler. Cresciuto in un famiglia semplice, dalle salde radici cristiane, fu subito affascinato dalla figura e opera del beato Federico Ozanam, impegnandosi nelle Conferenze di San Vincenzo per i più poveri. In una lettera del 1940 scriveva agli altri soci: «Quando il confratello della San Vincenzo si accinge a visitare una famiglia di poveri, dovrebbe a tutti i costi organizzarsi il tempo in modo da poter dedicare almeno dai dieci ai quindici minuti alla visita. […] Nel nostro atteggiamento non ci deve essere traccia di fredda condiscendenza, perché in tal modo feriremmo i nostri assistiti. Dobbiamo evitare ogni forma di paternalismo. Non esprimiamo al povero la nostra compassione con frasi fatte; quello che diciamo deve venire dal nostro cuore, solo così potrà trovare la strada al cuore dell’altro».
La sua giornata cominciava con la S.Messa al mattino ed era nutrita dalla preghiera, dalla lettura (dalla Sacra Scrittura a San Tommaso d’Aquino) e dall’impegno in Azione Cattolica
“Josef era fiero della sua identità di cattolico- ha detto il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei santi nell’omelia per la sua beatificazione nella Cattedrale di Bolzano il 18 marzo scorso - Per lui il cattolicesimo non era una realtà formale, di facciata, ma la fonte della sua nobiltà di essere discepolo di Gesù e figlio della Chiesa. In un discorso egli afferma: «Vogliamo essere lievito e cercare di trasformare questo nostro mondo dal di dentro in spirito cristiano, con l’esempio e la parola». (…) Per questo non ci sorprende, ma ci edifica, il rifiuto netto e risoluto pronunciato ad alta voce il 4 ottobre 1944.”
Davanti ai nazisti che gli ordinavano di giurare fedeltà a Hitler “soltanto lui - ha detto don Josef Innerhofer, uno dei suoi postulatori - ha alzato la mano e ha detto che non era disposto a fare quel giuramento e il capitano non capiva il perché: “Ma tu non sei un nazista al 100 per cento?”. Allora Josef ha detto: “No, non lo sono e non condivido le direttive di questo partito”. Uno dei suoi compagni gli ha detto: “Ma anche io sono anche un cristiano attivo, però non credo che il Signore ci costringa a rinunciare a questo giuramento. E poi che cosa puoi fare? Verrai ucciso, tua moglie non avrà più il marito, il tuo bambino perderà il padre e la guerra non la fermerai mai”. Allora, lui ha detto: “Se nessuno ha il coraggio di alzarsi e dire che questo non è giusto, non si cambierà mai niente”. Quando l’hanno trovato morto aveva con sé un Rosario, un Messalino e il Nuovo Testamento.”
Joseph Mayr-Nusser ci insegna a conoscere bene la propria fede e a prendere decisioni in coerenza con essa, ad avere il coraggio evangelico di andare controcorrente, non secondo la moda ma secondo la nostra coscienza cristiana.
Gian Paolo Cassano

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Nuovi Santi

Martedì 6 Giugno 2017

NUOVI SANTI
a cura di Gian Paolo Cassano

Sette nuovi beati martiri sono stati proclamati (lo scorso 6 maggio) a Girona, in Spagna, nel rito presieduto dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
Sono Antonio Arribas Hortigüela e sei Compagni Martiri, membri della Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore, uccisi nel 1936 durante la guerra civile spagnola.
Anche il Papa al Regina Coeli domenica 7 maggio ha ricordato i nuovi beati “uccisi in odio alla fede in un tempo di persecuzione religiosa”, auspicando che il loro martirio “susciti nella Chiesa il desiderio di testimoniare con fortezza il Vangelo della carità”.
“Nel 1936 allo scoppio della rivoluzione anticattolica in Spagna – ha detto il prefetto alla Radio Vaticana - alcuni Missionari del Sacro Cuore di Gesù, abbandonarono, per ordine dei loro superiori, il collegio apostolico di Canet de Mar, in Catalogna, per cercare di mettersi in salvo. Alcuni ci riuscirono, altri, intercettati alla frontiera francese, furono portati a Seririá, in provincia di Girona, e giustiziati. Il gruppo di questi giovani martiri è formato da quattro sacerdoti e tre fratelli laici. Il più anziano era Padre Hortigüela, di 28 anni, il più giovane Fratel José del Amo, di vent’anni.”
Sono sette giovani religiosi che furono assassinati a mente fredda, il 29 settembre del 1936 a Pont de Ser, lasciandoli totalmente sfigurati, come hanno dichiarato poi dei testimoni, crivellati da una grande quantità di pallottole in ogni parte del corpo. I miliziani avevano obbligato i religiosi a mettersi di spalle, ma uno di loro si rifiutò dicendo: «I codardi muoiono di spalle e noi non siamo né codardi né criminali. Voi ci ammazzate perché siamo religiosi e amiamo Dio e la patria. Viva Cristo Re”». “Siamo di fronte – aggiunge il card. Amato - al mistero tragico della faccia oscura del male. Ma siamo anche di fronte alla straordinaria forza spirituale dei giusti, nei quali risplende la luce del bene, che vince sempre il male. Il Signore ha posto nel cuore il seme del bene. Facciamolo crescere e fruttificare. Facciamo fiorire la bontà, unica arma per contrastare il male.”
Il ricordo dei martiri «ci conferma — ha detto recentemente Papa Francesco — nella consapevolezza che la Chiesa è Chiesa, se è Chiesa di martiri. E i martiri sono coloro che cercano di amare e aiutare i fratelli e di amare Dio senza riserve».
Gian Paolo Cassano

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Nuovi Santi

Martedì 23 Maggio 2017

NUOVI SANTI
a cura di Gian Paolo Cassano

Un nuovo beato è stato proclamato lo scorso 13 maggio nella chiesa di San Francesco Saverio di Dublino con il rito, presieduto, in rappresentanza del Papa, dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
E’ il gesuita irlandese John Sullivan, vissuto tra il 1861 e il 1933. Convertitosi dall’anglicanesimo, fu esempio di vita virtuosa dedicata alla povertà e all’obbedienza, invitando tutti alla conversione al bene. Egli fu rigoroso nell’osservanza della povertà. ”I testimoni al processo – ha detto il card. Amato alla Radio Vaticana - ripetono spesso che padre Sullivan era ‘un povero tra i poveri’, e ‘la personificazione dello spirito di povertà”’ Pur appartenendo a una famiglia ricca, una volta diventato religioso, era incurante delle comodità e si accontentava del puro necessario. Un testimone descrive il mobilio francescano della sua camera: aveva per arredamento una rigida sedia di legno, una brocca rotta, un inginocchiatoio, alcuni libri, un’acquasantiera, il suo inseparabile Crocifisso, un tavolinetto e il letto con poche coperte, anche quando il tempo era più freddo.”
In questo questo Sullivan imitava Sant’Ignazio di Loyola che negli Esercizi Spirituali, scrive: “Per imitare e rassomigliare più effettivamente a Cristo Nostro Signore desidero e scelgo la povertà con Cristo povero, piuttosto che la ricchezza; le ingiurie con Cristo, che ne è ricolmo, piuttosto che gli onori; e preferisco essere stimato stupido e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, anziché saggio e prudente in questo mondo”.
Viveva inoltre con grande esemplarità l’obbedienza che era pronta, assoluta e incondizionata. Ripeteva spesso: “Mi domando che cosa direbbe o farebbe ora il padre provinciale”. Un testimone afferma: “Aveva un grande amore per la Compagnia e per le sue Regole: a noi Novizi - durante gli Esercizi Spirituali - metteva in risalto l’importanza dell’esatta osservanza delle Regole”.
Tutto ciò gli facilitò l’esercizio dell’umiltà. Entrò in noviziato già da uomo maturo, con alle spalle una brillante carriera di avvocato e di studioso. “I suoi compagni di noviziato – racconta ancora il card. Amato - per la maggior parte ragazzi tra i 17 e i 20 anni, rimanevano impressionati dalla completa assenza di qualsiasi sentimento di superiorità nei loro confronti e dalla semplicità con cui accettava anche le più umili incombenze della casa. Non faceva nulla per mettersi in mostra, anzi spesso manifestava la sua inadeguatezza agli uffici che riceveva. Accettava le critiche e le sgarbatezze altrui. Era consapevole di non essere un grande oratore. Non aveva una pronuncia chiara e tendeva a parlare in fretta. Ciononostante tutti gli riconoscevano la sincerità e la convinzione delle sue esortazioni alla virtù.”
Gian Paolo Cassano

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Nuovi Santi

Martedì 28 Marzo 2017

NUOVI SANTI
a cura di Gian Paolo Cassano

La Chiesa si arricchisce di 115 nuovi beati martiri. Sono quelli che sono stati proclamati sabato 25 marzo ad Almería, in Spagna. Il Papa, all’Angelus di domenica 26 marzo li ha ricordati: “questi sacerdoti, religiosi e laici sono stati testimoni eroici di Cristo e del suo Vangelo di pace e di riconciliazione fraterna. Il loro esempio e la loro intercessione sostengano l’impegno della Chiesa nell’edificare la civiltà dell’amore”.
Il rito è stato presieduto dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Sono 115 martiri della guerra civile spagnola: sacerdoti e laici, uomini e donne, torturati e uccisi nel 1936 per la loro fede, perdonando i loro assassini. Tra di loro il sacerdote Álvarez­ Benavides y de la Torre, decano della cattedrale di Almería.
“In quegli anni, in Spagna – ha detto il card. Amato alla Radio vaticana - si scatenò contro la Chiesa, i suoi ministri e i suoi fedeli, la grande persecuzione, che costò la vita a migliaia di persone, uomini e donne, laici e consacrati, uccisi solo perché cattolici. Tutte le diocesi diedero il loro contributo martiriale.”
Occorre ricordarli per il dovere della memoria, per non disperdere un patrimonio incomparabile di obbedienza al Dio della vita e alla sua parola di carità, poiché “il cristianesimo – ricrda il prefetto - è la religione della carità e della vita e si oppone a ogni forma di prevaricazione e di violenza.”
Tra tutti emerge don José Álvarez- Benavides de la Torre, decano della cattedrale di Almería, capofila di questo gruppo di martiri, che era un pastore di grande personalità, di eccezionale prestigio e di specchiata virtù. “Preso negli ultimi giorni di luglio del 1936 – racconta il card. Amato - la sua prigione fu una barca per il trasporto del ferro. I suoi vestiti e quelli degli altri prigionieri erano diventati neri come il carbone e il clima, data la stagione estiva, era asfissiante. Ciononostante don José riuscì a creare tra i prigionieri un clima di raccoglimento e di preghiera. Richiesto, sotto innumerevoli e crudeli forme di tortura, di rinnegare la fede e di bestemmiare il nome di Cristo, egli si oppose fino alla fine. Mori fucilato, confessando Cristo Re e perdonando i suoi aguzzini.”
C’erano anche dei laici in questo gruppo di martiri, come Luis Belda y Soriano de Montoya, di 34 anni, appartenente all’Azione cattolica e avvocato di stato: era “una persona pia – aggiunge il cardinale - preoccupata di aiutare i bisognosi che si rivolgevano a lui. Era di messa e comunione quotidiana. Aveva un grande spirito apostolico: visitava gli ammalati, teneva conferenze sulla famiglia, sull’educazione dei figli, sulla difesa dei non nati. Educava tutti al rispetto del prossimo. Devoto della Beata Vergine, recitava quotidianamente il Rosario. Amava la Chiesa, era fedele al Papa e obbediente al Vescovo. Si consegnò volontariamente ai miliziani, per non compromettere la sua famiglia. L’unico motivo della sua prigionia era quello di essere cattolico. Le sue ultime parole, gridate alla moglie dalla barca, prima della fucilazione, furono: «Perdono di cuore tutti coloro che mi hanno offeso e coloro che mi possono far male». I suoi resti mortali furono trovati che galleggiavano sulle onde vicino alla spiaggia.”
C’erano anche delle donne, come Carmen Godoy Calvache, di 49 anni, persona caritatevole, che utilizzava il denaro in opere di carità e lo faceva con generosità che venne prima privata dei suoi beni, poi sottoposta a ogni possibile maltrattamento, soprattutto da parte delle miliziane, che si divertivano a torturarla, condannandola alla fame e alla sete.
Gian Paolo Cassano

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Nuovi Santi

Lunedì 16 Maggio 2016

NUOVI SANTI
a cura di Gian Paolo Cassano

La Chiesa si arricchisce di cinque nuovi beati. Sono cinque martiri (un sacerdote e quattro laici) uccisi, in odio alla fede, nel corso della guerra civile spagnola. Sono stati proclamati beati sabato scorso 23 aprile a Burgos, con la presenza, in rappresentanza del Papa, del card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
I cinque martiri sono il sacerdote Valentín Palencia Marquina, nato a Burgos nel 1871, e quattro giovani laici suoi collaboratori, tutti uccisi nel gennaio del 1937. C’è Donato Rodríguez García (di 25 anni), maestro di musica, colto, generoso, con notevoli doti pedagogiche, che usava le stampelle a causa di una poliomielite infantile. Ci sono poi, Germán García García, (di 24 anni), che si era offerto volontario come insegnante nel collegio fondato da Don Valentín, il ventenne Zacarías Cuesta Campo, che studiava musica nel collegio ed era calzolaio ed, infine, Emilio Huidobro Corrales, diciannovenne, che viveva nel collegio perché, dopo la morte della madre, era stato rifiutato dal patrigno.
La vita di don Valentín Palencia è segnata dalla sua opera generosa accoglienza degli orfani e dei ragazzi poveri ed emarginati, in un collegio, il Patronato de San José. Promosse per loro varie iniziative culturali tra cui una banda musicale formata dai suoi giovani. Nel 1936 inizia un’epoca di sangue e di lutto per la chiesa spagnola. Infatti fu proibita la celebrazione dei sacramenti, furono incendiate le chiese, saccheggiate le case religiose, distrutti gli arredi sacri, bruciati i preziosi dipinti dell’arte spagnola. Nella notte del 15 gennaio 1937 don Valentín e i quattro giovani furono arrestati, uccisi e abbandonati in un luogo solitario. La causa della morte di Don Valentín viene ben espressa da un testimone: «Lo uccisero perché era sacerdote». I giovani laici furono assassinati con lui, per difendere la loro fede e per condividere la sorte del loro padre, maestro e amico.
“Il messaggio della beatificazione di Burgos – ha detto il card. Amato -è una buona notizia per oggi. I martiri seminano amore, non odio. Trasmettono il calore della presenza di Dio anche nel cuore di coloro che li uccidevano. La loro vita buona lenisce le ferite e risana i cuori, guarendoli dai mali dell’odio e della divisione. I martiri rendono più bella e abitabile la casa dell’uomo, invitando a non ripetere il passato oscuro e sanguinoso, ma a costruire e vivere un presente luminoso e fraterno. È questa la buona notizia di ogni beatificazione: rispondere alla vendetta col perdono, ai pensieri di morte con pensieri e gesti di vita, alla violenza con la mitezza. Per questo la Chiesa continua a celebrare e a glorificare i martiri.”
Gian Paolo Cassano

San Valerio Martire

Mercoledì 6 Luglio 2011

SAN VALERIO MARTIRE, patrono di Occimiano (e Lu)1

1.Terra natale

Zaragoza è una delle città più antiche, ricche e gloriose della Spagna. Si crede fondata dai Fenici sotto il nome di Solduba, ma fu ingrandita, popolata di veterani, abbellita con templi, foro, teatro, circo e bagni da Giulio Cesare, che la chiamò Cesaraugusta. È bagnata dal fiume Ebro, dal quale si dirama un canale che prende il nome dal suo costruttore Pignatelli, di famiglia italiana, e che serve a irrigare parte dell’immensa, fertilissima pianura. La sua storia gloriosa è scritta non solo nei volumi delle sue ricche biblioteche, ma soprattutto nei suoi monumenti. Saragozza seppe resistere ai Romani, ai Goti, ai Saraceni dai quali, pur essendo vinta, non venne mai soggiogata.
Chi visita oggi questa città trova sulle sue muraglie e case i segni della costanza di quel popolo, invitto nel difendere la sua libertà. Intorno alle porte e alle finestre dei palazzi pressoché diroccati, divenuti baluardi e fortezze per i privati cittadini, si scorgono tuttora migliaia di palle incastrate come perle preziose che ricordano ai posteri come ogni uomo, ogni donna e persino i bambini, durante i tre assedi dei Francesi negli anni I808 I809, erano divenuti difensori eroici della propria libertà, della propria patria e della propria religione. Dopo Sagunto e Numancia, dice il Moroni, non si era ai più veduto un accanimento così straordinario nella difesa di una piazza, tanto che gli assedianti stessi ammirarono il valore e l’audacia degli assediati.
Tuttavia ciò che rende Saragozza soprattutto gloriosa la storia della sua Chiesa e della sua fede. Narra la tradizione che S. Giacomo il Maggiore, Apostolo della Spagna, passando di là, fondò quivi la prima Chiesa e  divenne il primo Vescovo. Si racconta purghe che una notte, stando il santo Apostolo in orazione presso la
riva dell’Ebro, dopo una giornata di grande fatica spesa per convertire gli idolatri, la Vergine santissima, che ancora viveva con S. Giovanni, venne trasportata dagli Angeli e apparve sopra di una colonnina davanti S. Giacomo, entro un nimbo di vivissima luce e tra canti di soavissime armonie, per confortarlo. Maria Santissima manifestò a S. Giacomo il desiderio, che su quel luogo si erigesse un Santuario, che avrebbe servito ogni tempo a ravvivare la fede degli Spagnoli.
Oggi ancora la magnifica Basilica, dedicata alla Madonna del Pilar e che racchiude la colonna divenuta getto di speciale venerazione, attesta che la devozione dei buoni abitanti verso la Vergine SS. non è ai venuta meno.
A Saragozza si tennero quattro Concili prima del mille, tutti di grande importanza per la disciplina ecclesiastica. In questa città vi furono innumerevoli.  Martiri e vi fiorirono grandi opere di carità. Essa è inoltre la terra natale di S. Valerio.

2. Famiglia e nascita di san Valerio

Una delle famiglie più illustri, ricordate dalla storia romana, è senza dubbio quella dei Valeri. Valerio Publicola (507 anni av. Gesù Cristo), fu uno dei fondatori della Repubblica, e d’allora in poi i Valeri si distinsero nel governo, nelle scienze, nelle arti e nella letteratura, come lo provano, i Valeri Consoli, il Valerio Massimo storico, il Valerio Flacco poeta ed altri. Essi si resero celebri in Roma, nella Gallià, nella Spagna, dove il loro nome si tramandò in migliaia di famiglie.
Diocleziano, per farsi romano e darsi importanza, prese il nome di Valerio, e il suo esempio venne poi imitato da Galerio, Alassimiano, Costanzo. Non pochi scrittori sostennero che la figlia di Diocleziano, di nome Valeria, fosse cristiana: è certo, del resto, che essa diede saggio di virtù sconosciute al paganesimo. Ton fa quindi meraviglia che, essendo questo nome così diffuso,`si trovino all’inizio del cristianesimo molti Santi con questo nome. Non sappiamo l’almo preciso della nascita di S. Valerio, e nulla dei suoi genitori; ma si può arguire da varie circostanze, che sia nato sotto il Pontificato di S. Felice, essendo imperatore Aureliano, nella seconda metà del secolo III dopo Cristo.
La Chiesa era allora travagliata dagli errori di Nestorio e di Eutiche; il primo pretendeva che in Gesù Cristo vi fossero due persone e che perciò Maria Santissima non fosse Madre di Dio; il secondo insegnava che in Gesù Cristo vi era una sola natura. I cristiani di quei tempi, offesi nella loro fede, reagirono accrescendo la loro devozione verso la S.S. Vergine, Madre di Gesù, perciò Madre di Dio, bestemmiata da quegli eretici. Il clero poi senti il bisogno di coltivare sempre più lo studio delle scienze ecclesiastiche per poter combattere contro gli errori. I pochi colmi biografici del nostro Santo dicono esplicitamente che, oltre la nobiltà dei natali e la gentilezza dei modi, si ammiravano in lui i lodevoli studi e la non comune cultura unita a una tenerissima devozione verso la Vergine Maria.

3. La divina chiamata

Il giovane Valerio venne affidato alle cure del Vescovo S. Valerio, suo parente, il quale ne diresse i primi passi per la via della pietà e degli studi, guidandolo con  l’esempio più che con la parola: possiamo pertanto supporre ch’egli sia stato coetaneo e forse compagno di S. Vincenzo.
Valerio, quando poté comprendere la vanità del mondo e la necessità di pensare a salvarsi l’anima, decise di consacrarsi a Dio nello stato ecclesiali. Espose la sua decisione al santo Vescovo il quale, dopo averlo esaminato attentamente e` preparato nella scienza e nella santità, vedendolo ormai maturo e adorno delle più elette virtù, decise di consacrarlo Sacerdote circa l’anno 300.
A quel tempo in tutte le province della Spagna e l’Italia vi erano già molti cristiani e in parecchie città di
Spagna, come Mèrida, Siviglia, Segovia, Tarragona, Saragozza, Valencia, si era versato molto sangue di Martiri. Le gesta di S. Narciso martire, e la fede dimostrata dalle due sante Vergini Giusta e Rufina, erano conosciute e ammirate da tutti i buoni e riempivano il stupore i cattivi. Tuttavia i nemici e gli ignari di Gesù Cristo erano ancora molti, sicché Valerio, appena ordinato. Sacerdote, desiderò di andar a predicare il Vangelo agli infelici suoi compatrioti, che vivevano tra e tenebre della morte. Lasciò pertanto la sua città natale e, benedetto dal santo Vescovo, si recò più verso il nord della Spagna, nelle province cantabriche, dove pare che ancora non fosse stato predicato il santo Vangelo di Gesù Cristo: in questa Missione, il Santo raccolse abbondantissimi frutti di bene con la predicazione, ma specialmente con l’esempio della sua vita.
Valerio viveva umile e raccolto dentro una grotta scavata sulla montagna e passava molte ore nel pregare Iddio e nel meditare sulle verità eterne, che poi spiegava al popolo. Lo scarso vitto lo ricavava da un podere ch’egli stesso coltivava; ma più che del suo corpo egli si preoccupava della salvezza delle anime.
Impiegò  in questo apostolico ministero sete anni, durante i quali si scatenò la più terribile delle persecuzioni per opera dell’imperatore Diocleziano e dei Cesari Galerio e Massimiano. Quella persecuzione mietè un numero considerevole di vittime per tutto l’impero.
«I Preti e i Diaconi—scrive Lattanzio— venivano arrestati e condotti al supplizio. Moltissimi cristiani di ogni età, sesso e condizione furono arsi vivi; altri furono gettati in fondo al mare. Non molto lontano dal luogo dove si trovava Valerio, a Compluto, avvenne il martirio dei due giovanetti Giusto e Pastore, rispettivamente di tredici e di sette anni, i quali, mentre andavano a scuola, avendo saputo che era giunto il famigerato persecutore Daziano, gettarono via la cartella e corsero a cercare la palma del Martirio ».
A Saragozza, tra i molti, che in quei giorni affrontarono il martirio per amor di Gesù Cristo, vi fu la vergine Eucrotide che venne talmente tormentata da rimanere con tutto il corpo lacerato e coperto di piaghe; gettata poi in prigione, ella morì perchè le sue piaghe degenerarono in cancrena.
la persecuzione cessò prima dell’anno 305 per essersi ritirata a vita privata Diocleziano e Massimiano.

4. Valerio vescovo di Cesaraugusta

Nel 307 Valerio, ritornato a Cesaraugusta, ebbe la notizia della morte del santo Vescovo Valerio, suo parente. Appena si conobbe l’arrivo di lui alla sua città natale, il popolo giubilante lo elesse Vescovo, scorgendo in lui un degno successore capace di reggere la città e la Diocesi di Cesaraugusta.
Con cuore addolorato il novello Vescovo vide il suo gregge ridotto a un esiguo numero di fedeli, per causa dell’orribile carneficina di tante persone del popolo e della nobiltà, sacrificate davanti alle porte della città e tra spaventosi tormenti dai nemici della religione cristiana.
Non pochi cristiani terrorizzati si erano ridotti a vivere nascosti per i dintorni della città, nelle vicinanze del tempio della Madonna del Pilar, dentro ai cimiteri, alle grotte e alle catacombe. Valerio li visitava caritatevolmente per consolarli nelle afflizioni; li esortava inoltre alla pazienza e li sorreggeva con la speranza nel benigno aiuto della divina Provvidenza. Ma soprattutto si dedicò con grande zelo alla predicazione, con la quale animò tutti a riprendere coraggio nel difendere la loro fede, e a disporsi anche a morire per essa, a imitazione dei santi Martiri loro conterranei. Per alimentare questa fiamma di amore verso Dio e i suoi Santi, istituì inoltre una confraternita formata dai fedeli più devoti e fervorosi, i quali scelsero come protettore il martire S. Valerio
Ma lo zelante Pastore non potè godere a lungo della consolazione di lavorare in pace per il bene delle sue pecorelle.

5. Arresto e deportazione

Daziano da Mèrida, nel 307, era ritornato a Cesaraugusta. Informato della elezione del nuovo Vescovo Valerio e del suo zelo per conservare, propagare e fare rifiorire il Cristianesimo, lo fece arrestare e condurre dinanzi all’imperatore Massimiano, sia perchè la Spagna era comandata da Costantino, contrario alla persecuzione, sia per guadagnarsi l’animo dell’imperatore.
Quale doloroso contrasto! Mentre la Chiesa, ora nascosta dentro le catacombe e ora esposta alla luce, andava diradando le tenebre dell’errore estendendo il Regno di Gesù Cristo sull’impero, si era ingaggiata una lotta accanita tra gli ambiziosi che si disputavano il trono. Tra di essi, c’erano Diocleziano, Massimiano, Galerio, Severo, Massimino e Massenzio, che, viziosi e sanguinari, sfruttavano contemporaneamente l’impero romano. Essi, non paghi di opprimere le popolazioni, seminavano la strage tra i pacifici seguaci di Gesù Cristo, e la confusione sorta serviva a contrassegnare e a distinguere lo spirito del mondo da quello di Dio!
Avendo dunque Massimiano ripreso la porpora, raggiunse le Gallie per indurre Costantino, che nell’anno 306 era successo a suo padre Costanzo, ad allearsi con lui. A quest’annunzio, il feroce Daziano credette di fare cosa gradita al vecchio imperatore, rincrudendo le ostilità contro i cristiani nella Spagna dove si trovava. A Cesaraugusta, dove egli credeva di avere divelto l’albero rigoglioso del Cristianesimo, aveva trovato invece nuovi germogli; per questo tentò di asportarli affinché non si riproducessero nuovi fedeli. Sembra quindi che dalla Spagna egli inviasse il Vescovo Valerio, scortato da una masnada di sgherri, fino alle Gallie, donde, essendo Massimiano già ripartito per Roma, il Martire dovette con molte privazioni e stenti continuare il viaggio fino a Roma.
A Roma, Massimiano si era associato nell’impero suo figlio Massenzio; timoroso però di venire da lui soppiantato, non si sentiva per il momento di sobbarcarsi ad altri fastidi. Diede perciò ordine che Valerio fosse deferito senz’altro all’autorità giudiziaria, la quale lo processò e lo condannò a essere torturato con flagelli, che erano formati di funicelle munite di palle di piombo. Dopo questo supplizio, Valerio venne confinato a Vienne nelle Gallie. Tale procedimento fu preso sia per tenerlo lontano da Roma, dove gli imperatori intravedevano un pericolo troppo grave nel fermento sempre crescente dei cristiani, sia per allontanarlo dalla sua patria, affinché non continuasse a fare proseliti per Gesù Cristo.

6. Da pastore di anime a pastore di animali

Il governatore di Vienne, al quale fu consegnato Valerio, gli diede l’incarico di custodire armenti per la campagna e su per i monti.
Il tiranno voleva sbarazzarsi di un soggetto che, se fosse rimasto in città, avrebbe potuto trovare aderenti causando a lui delle noie; credeva anche di umiliarlo relegandolo tra i rozzi e ignoranti contadini della campagna.  Quanto sono differenti però i giudizi umani da quelli Dio!
La divina Provvidenza infatti si servì della nuova destinazione del Vescovo Valerio per salvare non poche anime. Negli agnelli, che doveva condurre pascolo, egli ravvisò il gregge di cristiani da lui abbandonato a Cesaraugusta, e per loro pregava  giorno e notte.
Valerio poi si ricordava del dolce Pastore Gesù, che, sempre pronto a dar la vita per le sue pecorelle, correva in cerca della pecorella smarrita, per caricarsela sulle spalle e ricondurla all’ovile.
L’anima sua, tutta accesa di zelo e disposta alle sofferenze per imitare il divino Modello Gesù, si adattò a quel nuovo genere di vita con semplicità e prudenza.
Si avvicinò a poco a poco ai rozzi pagani, che vivevano come lupi rapaci sbranandosi a vicenda, parlò loro della bellezza della religione cristiana, di Gesù Cristo morto per salvarci, della vita eterna e li esortò a cambiar tenore di vita promettendo loro pace sulla terra e una gloria imperitura in Cielo.
Il frutto di queste fatiche apostoliche, durate per tre anni, fu la conversione di oltre tre mila pagani che, detestato il culto delle false divinità, adorarono il vero Dio. In quei luoghi, ove prima regnava il demonio, incominciò a imperare la nostra santa Religione. La corruzione antica fu abbandonata, gli odi si assopirono, il culto del vero Dio raggiunse vero splendore e Gesù Cristo divenne il dolce Sovrano di quel popolo.

7. Il martirio

I1 governatore di Vienne, informato che Valerio, mentre conduceva al pascolo le pecore, si era anche dedicato per tre anni alla predicazione, convertendo un considerevole numero di pagani alla religione di Gesù Cristo, si accese di sdegno, e ordinò che il santo Vescovo venisse crocifisso a un albero in aperta campagna, affinché i nuovi cristiani, assistendo al suo martirio, abbandonassero la loro religione..
Valerio rimase per sette giorni su quella specie di croce, che gli servì come di pulpito per predicare imperterrito le verità della fede cristiana. Alla vista di questo spettacolo di fortezza, non solo si rinfrancarono i fedeli ella fede, ma si convertirono anche tanti altri attratti alla parola e più ancora dall’eroismo del santo Ministro di Gesù Cristo.
Ma il tiranno, furente per tanta costanza, per impedire e Valerio continuasse a predicare, ordinò che fosse sepolto vivo: ciò avvenne circa l’anno 311. Com’è facile arguire, l’esecutore della sentenza non fu il governatore, ma un suo inviato particolare che, pur di farla finita, impartì l’ordine e, senza curarsi di assistere all’esecuzione, lasciò quei luoghi per evitare eventuali fastidi.
Ma le Gallie erano sotto il controllo di Costantino amico dei cristiani: le persecuzioni perciò si verificarono solo su qualche luogo e piuttosto per lo zelo indiscreto di qualche funzionario regionale. Partito l’inviato del governatore, il quale aveva ordinato di seppellir vivo Valerio, gl’incaricati, o per rendersi favorevoli i cristiani, o per la speranza di venire ricompensati, lasciarono libero Valerio, a condizione che si allontanasse da quel paese.
A conferma di questa ipotesi sta il fatto che, sebbene sul luogo dove S.Valerio soffrì il martirio gli sia stato innalzato un tempio, tuttavia non si ebbe mai alcuna notizia del suo sepolcro; si potrebbe perciò dedurre ch’egli non sia stato seppellito in quel luogo.

8. Valerio in Italia – Apostolato e morte.

Nel 1712 fu stampata un’immagine di S. Valerio, sulla quale si leggeva la seguente iscrizione: «Al tempo degli Ariani, Valerio fu trapassato da una freccia in un campo tra Lu, Mirabello e Occimiano ». Questa immagine può rappresentare una tradizione. Forse Valerio, lasciato in libertà dai suoi carnefici e posto in salvo dai fedeli che vegliavano sulla sua sorte, fuggì dalla Francia e, valicate le montagne di confine, andò da Aosta a Chivasso per scegliersi come campo di apostolato i colli del Monferrato. Secondo una tradizione, predicò anche per la regione bagnata dal fiume Tanáro, e precisamente nella regione dove, parecchi secoli dopo, fu costruita dalla Lega lombarda la città di Alessandria per opporsi a Federico Barbarossa.
Valerio continuò la sua opera di zelo fino circa al 350 in cui, sfinito dalle fatiche, logorato da tanti sterrati e inseguito forse dagli Ariani che volevano sopprimerlo, pare sia stato trafitto da uno strale. Altri invece suppongono ch’egli sia morto per esaurimento, a circa ottanta anni, su di un campo posto tra il territorio di Lu, di Mirabello e di Occimiano, alcuni anni prima che a Casale venisse martirizzato S Evasio.
Il cadavere di S Valerio venne miracolosamente scoperto. Secondo un’antichissima tradizione, durante il crudo inverno di quell’anno, un padrone doveva a un servo una pattuita misura di frumento. Perché non poteva essere  retribuito per causa della carestia dell’anno precedente, il servo chiese al padrone la licenza di mietere immediatamente, il 22 gennaio, per conto proprio, un certo campo situato tra i territori di Lu, Occimiano e Mirabello. Il padrone accettò volentieri la proposta che gli pareva ingenua e strana. Sempre secondo la tradizione, il 22 gennaio di quell’anno fu una splendida giornata, nella quale il servo, accompagnato da alcuni parenti, si recò sul campo, dove trovò il grano non solo miracolosamente cresciuto, ma in piena maturità. Sparsasi la notizia per i dintorni, fu un accorrere della popolazione per assistere a quel prodigio. I mietitori si misero all’opera ed ecco che, disteso per terra e coperto dal grano, essi trovarono il cadavere di un uomo deceduto da poco. Alla meraviglia per la sorprendente scoperta seguirono il rispetto e la venerazione, poichè il miracolo del grano maturato così prodigiosamente nel cuore dell’inverno comprovava che l’Altissimo voleva glorificare il suo servo fedele. Fatte le necessarie indagini, si venne a sapere che si trattava del corpo di S. Valerio, già Vescovo di Cesaraugusta, forse riconosciuto anche da alcuni che ne avevano ascoltata la parola e ammirato lo zelo.

9. Il corpo di San Valerio a Lu – Altre reliquie ad Occimiano.

Propagatasi la voce dell’avvenuto prodigio, dai paesi circonvicini accorse sul luogo una moltitudine immensa per venerare il santo corpo: tutti poi si disputavano l’onore e il diritto di possederlo.
Ne sarebbe forse  sorta una fiera  colluttazione se, seguendo il consiglio di persone prudenti e  l’abitudine dell’epoca, non fosse stata rimessa a Dio  la soluzione della grave e importante questione. Si  decise adunque di attaccare a un carro due giovenche  non ancora aggiogate e di affidarne la guida a un  ragazzo, affatto ignaro del modo di condurle. Sul rozzo  barroccio venne deposto con grande devozione il corpo del  Santo, mentre la moltitudine, prostrata a terra, pregava  fervorosamente Dio di voler far cono­scere dove voleva che il Santo fosse venerato. Tre erano le vie, che conducevano ai vicini paesi Le giovenche, Abbandonate al loro istinto e guidate da forza misteriosa, dopo un istante di esitazione, infila­rono la strada di Lu, camminando rapidamente e, seguite dalla moltitudine, esse ascesero il colle e non si fermarono che quando giunsero sul culmine di esso.
Si narra che, quando gli abitanti dei paesi vicini si accorsero della direzione presa dalla giovenche, scongiurassero il Signore che la facesse loro cambiare. Anzi, alcuni più arditi, volendo in certo qual modo costringere il Santo ad assecondare il loro pio desiderio, afferrarono il cadavere per le mani. Ma le dita si staccarono e rimasero in loro possesso, costituendo così le piccole reliquie, che tuttora si venerano in Occimiano, a Casorzo e in altri luoghi. Prescindendo da ciò, allorché le giovenche. giunsero sulla parte più elevata di Lu, detta tuttora Castello, vi si fermarono; allora gli abitanti del borgo ricevettero in deposito il sacro Corpo con sommo giubilo e, depostolo dentro una ricca e preziosa cassa di legno, lo custodirono gelosamente entro una piccola, ma devota cappella.
Le sacre reliquie rimasero su questo luogo indisturbate per lunghi secoli, esposte alla venerazione dei fedeli, che sempre, ma specialmente in tempo di pubiche e private sventure, come durante le piogge prolungate o i periodi di siccità o di altri malanni, con fede e ammirabile slancio e fervore mai ricorsero invano al santo Protettore per ottenere grazie e favori. Il 22 gennaio di ogni anno il religioso popolo di Lu celebra n una speciale devozione la festa solenne del ritrovato del corpo di S. Valerio, e in memoria del prodigioso miracolo del grano maturo nel cuore dell’inverno, il Santo viene rappresentato con le spighe in mano.
Anche ad Occimiano, nella festa del Santo, riprendendo l’antica tradizione, si confezionano panetti a forma di spiga che vengono benedetti durante la S. Funzione.

Beata

Martedì 31 Maggio 2011

Una vita segnata dalla carità, un cuore sempre aperto all’accoglienza dei bisognosi, confidando saldamente nella Divina Provvidenza; è questo il ritratto sintetico di Madre Maria Chiara di Gesù Bambino, fondatrice della Congregazione delle Suore Francescane Ospedaliere dell’Immacolata Concezione. E’ stata proclamata beata a Lisbona in una solenne celebrazione, sabato 21 maggio presieduta dal card. José da Cruz Policarpo, patriarca della capitale portoghese, con la presenza del card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Libânia do Carmo Galvão Meixa De Moura Telles e Albuquerque (è questo il nome al secolo della neo beata), era nata ad Amadora il 15 giugno 1843; rimasta orfana di entrambi i genitori fu accolta dalle religiose francesi Figlie della Carità e quindi da una famiglia. Sotto la guida spirituale di padre Raimundo Beirão entrò nel Terz’Ordine francescano. In seguito dell’abolizione degli ordini religiosi in Portogallo tra il 1833 e il 1834, si trasferì a Calais, in Francia, dove emise i voti nel 1871. Ritornata in Portogallo, fondò con padre Beirão la Congregazione delle Suore Francescane Ospedaliere dell’Immacolata Concezione. Dedicò tutta la sua vita ad alleviare le sofferenze dei poveri e bisognosi, aprendo case di accoglienza, di assistenza e di istruzione (asili, scuole, ospedali …..), creando opportunità di lavoro e sostentamento economico, anche inviando le sue consorelle in Africa e in Asia. Morì a Lisbona il 1 dicembre 1899. Oggi la Congregazione da lei fondata è presente in 14 Paesi.
La serenità di fronte alle difficoltà della vita di Suor Maria Chiara sono più eloquenti di qualsiasi parola nel testimoniare la sua fede salda nell’Amore provvidenziale del Padre, vivendo la chiamata all’amore di Dio e alla carità verso il prossimo. “Da ciò – ha detto di lei il card. Amato - attinse l’umiltà nell’accettare contrasti e incomprensioni, la magnanimità nel perdonare e il coraggio nella fondazione di una Congregazione dedita all’assistenza e alla cura dei malati. Nella sua vita fu veramente eroica nel vivere e testimoniare le virtù della fede, della speranza e della carità. Del resto il Signore ha sigillato la santità di Suor Maria Chiara con molteplici segni e miracoli”.

Anche il Papa (al Regina Coeli di domenica 22 maggio), parlando delle nuova beata, ha rammentato come ci abbia insegnato a dare luce e calore alla moltitudine di poveri e dimenticati della società.

Gian Paolo Cassano

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Beato

Martedì 24 Maggio 2011

Un nuovo martire, vittima dell’odio del nazismo; è don Georg Häfner, morto a Dachau nel 1942 che è stato beatificato domenica 15 maggio nella sua città natale, Würzburg, dove era nato nel 1900. Fu un segno di vita in un campo di morte, come in quel luogo di sterminio, vicino a Monaco di Baviera dove venne deportato a causa della sua stessa missione pastorale e la sua opposizione al nazismo, ideologia anticristiana oltre che antiumana.

Fu parroco di Oberschwarzach dove volle essere amore per gli altri, rivelando amore e donando amore; appassionato catechista, sempre impegnato nella formazione dei giovani, con un’azione sempre caratterizzata dalla mitezza e dalla fortezza cristiana. Sacerdote esemplare, parroco coraggioso, fedele al suo ministero e interamente dedito alla difesa della verità evangelica anche a costo della persecuzione e della morte. A Dachau venne portato il 12 dicembre 1941 e marchiato nella carne con il n. 28 876; don Haefner si abbandonò completamente a Dio, in unione alla passione di Gesù, perdonando fino in fondo, sull’esempio di Cristo, i suoi aguzzini. “Non vogliamo né condannare né serbare rancore - disse poco prima di morire - nei confronti di nessuno, vogliamo solo essere buoni verso tutti”.

Autentico testimone della mitezza di Cristo, agnello immolato – ha detto nell’omelia di beatificazione il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi -. Dalle testimonianze apprendiamo che fu preso più volte a pugni e calci e che ripeteva sempre: «Tutto per Cristo Re». Sopportava con pazienza la dura fatica del lavoro quotidiano, della mancanza di cibo e della mancanza di cure per i suoi piedi gonfi. Pregava molto anche per i suoi aguzzini e non si lamentava mai. La sua passione e morte costituiscono una subdola modalità dei moderni persecutori: annientare le vittime sfinendole a poco a poco”.

non si abbassò mai a rispondere violenza a violenza; “a causa del pesante lavoro manuale e della scarsa nutrizione - ha ancora detto il card. Amato - don Georg si era ridotto in fin di vita. L’insorgenza, poi, di un’infiammazione purulenta al piede destro e la carenza di cure adeguate avevano ulteriormente infiacchito il suo fisico. Portato troppo tardi in infermeria, vi morì il 20 agosto 1942”.

Don Georg morì “in aerumnis carceris”, cioè a causa dei tormenti subiti durante la prigionia, e per questo Papa Benedetto XVI nel 2009 lo ha proclamato martire.

Gian Paolo Cassano

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Beato

Martedì 24 Maggio 2011

PIANURA - Una vita dedicata alla promozione delle vocazioni; così può essere sintetizzata la vita di don Giustino Russolillo, parroco di Pianura, a Napoli, e fondatore della Società delle Divine Vocazioni (in due rami, quello maschile e quello femminile) beatificato lo scorso 7 maggio.

Era nato il 18 gennaio 1891 rivelando ben presto la sua vocazione sacerdotale (fu ordinato presbitero il 20 settembre 1913); passò tutta la sua vita come parroco a Pianura dove morì il 2 agosto 1955.

La vita di don Giustino – ha ricordato il card. Angelo Amato (prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi) che ha presieduto il rito - era fondata su tre robusti pilastri: l’amore alla Parola di Dio, al Vangelo, l’obbedienza alle divine ispirazioni e l’adorazione trinitaria. Praticamente don Giustino aveva sempre tra le mani il Vangelo, quale vademecum di luce e di Verità. Conseguenza di questo ascolto continuo della Parola di Dio era la sua obbedienza alle ispirazioni di Dio, che lo incitavano a compiere sempre il bene con frequenza e convinzione”.

Don Giustino sapeva incoraggiare alla santità; ripeteva spesso ai suoi giovani: “Fatti Santo, fatti Santo davvero, che tutto il resto è zero”.

Giustiniello, (come affettuosamente era chiamato) si dedicò completamente al servizio delle vocazioni e alla riabilitazione di quelle tradite e la sua opera, il “Vocazionario”, era una casa dove accoglieva gratuitamente i giovani aspiranti al sacerdozio e dove, con la formazione, li aiutava a discernere e servire la loro vocazione.

Un’opera centrata nel catechismo, invitando tutti i sacerdoti ad annunziare al mondo la Buona Notizia e ad indicare a tutti la via della santità.

Don Giustino – ha aggiunto il card. Amato - fu un formidabile educatore di sacerdoti. Da questa spiritualità trinitaria egli attingeva sicuri orientamenti di formazione. Ai sacerdoti formati secondo il cuore di Cristo, il Beato Giustino affida il compito di diventare padri spirituali, di moltiplicare le vocazioni sacerdotali e religiose, come un albero buono che produce frutti buoni”.

Gian Paolo Cassano

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