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Archivio della Categoria 'Papa Benedetto XVI'

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 3 Gennaio 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’ultima udienza generale del 2011 (mercoledì 28 dicembre) il Papa ha ripercorso gli anni giovanili di Gesù a Nazareth insieme con Maria e Giuseppe, e, ricordando come la famiglia sia “la prima scuola di preghiera”, ha invitato i cristiani a “riscoprire la bellezza di pregare insieme”. Infatti “nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori: vivere in un’atmosfera segnata dalla presenza di Dio. Un’educazione autenticamente cristiana non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto”.
Questo non è avvenuto nella S. Famiglia dove specialmente Maria ha vissuto una “singolare intimità” con Dio: “alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria”.
Che dire poi di Giuseppe di cui la Chiesa conserva un’immagine e la sostanza di una persona “fedele, costante, operosa” che “sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria”, in sinagoga al sabato o nei normali ritmi familiari ? “Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia”.
In Gesù giovane il riferimento al “Padre mio” (come è raccontato nell’episodio del ritrovamento al Tempio) è “la chiave di accesso al mistero della preghiera cristiana”. E’ Lui che “ci insegna come essere figli, proprio nell’essere col Padre nella preghiera. Il mistero cristologico, il mistero dell’esistenza cristiana è intimamente collegato, fondato sulla preghiera. Gesù insegnerà un giorno ai suoi discepoli a pregare, dicendo loro: quando pregate dite ‘Padre’. E, naturalmente, non ditelo solo con una parola, ditelo con la vostra esistenza, imparate sempre più a dire con la vostra esistenza: ‘Padre’, e così sarete veri figli nel Figlio, veri cristiani”.
La benedizione di Dio sul mondo; l’ha invocata il Papa presiedendo il 1 gennaio l’Eucaristia in San Pietro, nella 45° Giornata mondiale della pace, porgendo l’augurio all’umanità perché accolga Cristo che è la vera pace: “è Lui la misericordia e la pace che il mondo da sé non può darsi e di cui ha bisogno sempre come e più del pane”.
La strada è guardare verso Maria, Madre di Dio, “che ha accolto Gesù in sé e lo ha dato alla luce per tutta la famiglia umana” dove in primo luogo maturare quell’educazione “alla giustizia e alla pace” che il Pontefice ha indicato nel suo Messaggio per questa Giornata.,
Educare oggi è “una sfida decisiva … almeno per due motivi: … in primo luogo, perché nell’era attuale, fortemente caratterizzata dalla mentalità tecnologica, voler educare e non solo istruire non è scontato, ma è una scelta; in secondo luogo, perché la cultura relativista pone una questione radicale: ha ancora senso educare?, e poi educare a che cosa?”. Si tratta di aiutarli “a sviluppare una personalità che unisca un profondo senso della giustizia con il rispetto dell’altro, con la capacità di affrontare i conflitti senza prepotenza, con la forza interiore di testimoniare il bene anche quando costa sacrificio, con il perdono e la riconciliazione. Così potranno diventare uomini e donne veramente pacifici e costruttori di pace”.
All’Angelus, ha rilevato che “i giovani guardano oggi con una certa apprensione al futuro, manifestando aspetti della loro vita che meritano attenzione, come il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale”. Di qui la necessità di offrire loro nuove opportunità per la vita.
Ha chiesto inoltre ai responsabili delle nazioni un impegno per la pace, cosicché “cessino le guerre, le divisioni e le inimicizie tra gli uomini”, ci sia “riconciliazione e perdono nelle aree di conflitto” e “una più giusta distribuzione delle risorse della terra”. Ha affidato tutto alla “Regina della Pace” perché “ guardi con tenerezza tutti i bambini segnati dalla violenza, dalla guerra, dalle persecuzioni e che sono alla ricerca di un mondo più fraterno!”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 27 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Il Natale nel suo senso più vero, quello sacro e cristiano”, non può essere assorbito “dagli aspetti esteriori”, in modo tale che “anche la nostra gioia non sia superficiale, ma profonda”. Lo ha insegnato il Papa nell’Udienza di mercoledì 21 dicembre.
Ma come si fa a cogliere oggi questa profondità del Natale? Certamente partendo dal fatto storico di Gesù di Nazareth, il Dio “che non solo ha parlato all’uomo”, ma “si è fatto uomo”. E poi, essendo attenti ai segni della liturgia che “indicando che Gesù nasce ‘oggi’ … non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia (…) A noi credenti la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora ‘carne’ e non solo lontano: pur essendo col Padre è vicino a noi, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi Lo possiamo incontrare adesso, in un ‘oggi’ che non ha tramonto”. Richiamando l’attenzione sull’aspetto “pasquale” insito all’evento di Betlemme (“Natale e Pasqua sono entrambe feste della redenzione”) ha anche parlato della sua bellezza.
“Nel Natale – ha concluso - noi incontriamo la tenerezza e l’amore di Dio che si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e si abbassa fino a noi (…) Il Figlio di Dio nasce ancora ‘oggi’, Dio è veramente vicino a ciascuno di noi e vuole incontrarci, vuole portarci a Lui. Egli è la vera luce, che dirada e dissolve le tenebre che avvolgono la nostra vita e l’umanità”.
Nella notte di Natale Benedetto XVI ha invitato a guardare oltre “la festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità” e a “riconoscere Dio nella fede”. Dio è buono e questa è “la consolante certezza che ci viene donata a Natale”. Così in un mondo “continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi, in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace”.
All’Angelus di Natale (con gli auguri in varie lingue e la benedizione Urbi et Orbi) ha invocato il soccorso divino per le popolazioni più sofferenti in questo periodo per carestie, conflitti sociali, guerre. Al “grido dell’uomo di ogni tempo, che sente di non farcela da solo a superare difficoltà e pericoli”, che “ha bisogno di mettere la sua mano in una mano più grande e più forte, una mano che dall’alto si tenda verso di lui”, Gesù è “la mano che Dio ha teso all’umanità, per farla uscire dalle sabbie mobili del peccato e metterla in piedi sulla roccia, la salda roccia della sua Verità e del suo Amore.” Questa consapevolezza “ci pone già – ha osservato il Papa - nella giusta condizione, ci mette nella verità di noi stessi” poiché è “Lui è il medico, noi i malati. Riconoscerlo, è il primo passo verso la salvezza, verso l’uscita dal labirinto in cui noi stessi ci chiudiamo con il nostro orgoglio”.
Nel giorno di S. Stefano, all’Angelus, ha parlato del sacrificio di tanti cristiani vittime della violenza in Nigeria, chiedendo che “si fermino le mani dei violenti, che seminano morte e nel mondo possano regnare la giustizia e la pace.” Ancora una volta ha voluto “ripetere ancora una volta con forza: la violenza è una via che conduce solamente al dolore, alla distruzione e alla morte; il rispetto, la riconciliazione e l’amore sono l’unica via per giungere alla pace”. Così oggi, “come nell’antichità … la sincera adesione al Vangelo può richiedere il sacrificio della vita e molti cristiani in varie parti del mondo sono esposti a persecuzione e talvolta al martirio. Ma, ci ricorda il Signore, chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato”.
Perciò i martiri, come S. Stefano, sono “maestri di vita, … silenziosi messaggeri” della Verità fondata sull’amore poiché “la vera imitazione di Cristo è l’amore, che alcuni scrittori cristiani hanno definito il ‘martirio segreto’. A tale proposito, san Clemente di Alessandria scrive: ‘Coloro che mettono in pratica i comandamenti del Signore gli rendono testimonianza in ogni azione, poiché fanno ciò che Egli vuole e fedelmente invocano il nome del Signore’ (Stromatum IV, 7,43,4: SC 463, Paris 2001, 130).
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 20 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

La preghiera di Gesù e la sua “azione guaritrice”; è stato questo il tema della catechesi nell’Udienza generale di mercoledì 14 dicembre. Benedetto XVI si è soffermato sul racconto della guarigione del sordomuto (nel Vangelo di Marco) il cui insieme “mostra che il coinvolgimento umano con il malato porta Gesù alla preghiera. Ancora una volta riemerge il suo rapporto unico con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito (…) Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre”.
Analizzando poi l’episodio della risurrezione di Lazzaro, ha parlato del “doppio registro” della preghiera di Cristo, per cui “mentre Gesù implora la vita per Lazzaro”, la sua malattia e morte “vanno considerate il luogo in cui si manifesta la gloria di Dio”.
Ora “ciascuno di noi è chiamato a comprendere che nella preghiera di domanda al Signore non dobbiamo attenderci un compimento immediato di ciò che noi chiediamo, della nostra volontà, ma affidarci piuttosto alla volontà del Padre, leggendo ogni evento nella prospettiva della sua gloria, del suo disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi”. Qui è racchiusa l’essenza della preghiera, dove “prima che il dono venga concesso (ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica), Gesù aderisce a Colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso”: così si comprende come “il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre”.
Allora “la nostra preghiera … apre la porta a Dio, che ci insegna ad uscire costantemente da noi stessi per essere capaci di farci vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per portare loro consolazione, speranza e luce”.
Toccante è stata la visita del Papa domenica 18 dicembre al carcere romano di Rebibbia dove si è fermato a dialogare con i dentuti rispondendo alle loro domande.
Egli ha ricordato che “dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto. È questa la ragione principale che mi rende felice di essere qui, per pregare, dialogare ed ascoltare”. I carcerati sono “persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità”. L’amore di Dio non conosce confini: “sono venuto a dirvi semplicemente - ha aggiunto il Pontefice - che Dio vi ama di un amore infinito e siete sempre figli di Dio. E lo stesso unigenito Figlio di Dio, il Signore Gesù, ha fatto l’esperienza del carcere, è stato sottoposto a un giudizio davanti a un tribunale e ha subito la più feroce condanna alla pena capitale”.
All’Angelus ha rivolto parole di vicinanza alla vittime del tifone nella Filippine e, soffermandosi sulla liturgia domenicale, ha spiegato l’importanza della verginità della Madonna “perché testimonia che l’iniziativa è stata di Dio e soprattutto rivela chi è il concepito”. Benedetto XVI ha inoltre evidenziato la semplicità e la sapienza della Vergine nell’accogliere il progetto divino: “Dio aspetta il “sì” di questa fanciulla per realizzare il suo disegno. Rispetta la sua dignità e la sua libertà. Il “sì” di Maria implica l’insieme di maternità e verginità, e desidera che tutto in Lei vada a gloria di Dio, e il Figlio che nascerà da Lei possa essere tutto dono di grazia”.
“In questo senso la verginità di Maria e la divinità di Gesù si garantiscono reciprocamente.” Una verginità “unica e irripetibile” quella di Maria ma il cui significato riguarda ogni cristiano: “chi confida profondamente nell’amore di Dio – evidenzia il Papa – accoglie in sé Gesù, la sua vita divina, per l’azione dello Spirito Santo. E’ questo il mistero del Natale”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 13 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Continua la Catechesi sulla preghiera di papa Benedetto; mercoledì 7 dicembre, all’Udienza generale, ha presentato “un gioiello della preghiera di Gesù”, il cosiddetto “Inno di giubilo” di Cristo contenuto nei Vangeli, in cui il Signore benedice il Padre perché ha tenuto nascosto il suo messaggio ai sapienti e agli intelligenti e lo ha rivelato ai piccoli. Se “ogni conoscenza tra le persone … comporta un coinvolgimento, un qualche legame interiore tra chi conosce e chi è conosciuto, a livello più o meno profondo” in questo Inno “come in tutta la sua preghiera, Gesù mostra che la vera conoscenza di Dio presuppone la comunione con Lui”. Comprendiamo alloro come solo attraverso il Signore l’uomo possa “accedere a Dio” e sperimentare la gioia di sentirsi figlio e conoscere i suoi “misteri”, che Dio preferisce rivelare ai piccoli: “questa è la volontà del Padre, e il Figlio la condivide con gioia”.
Allora “cosa significa ‘essere piccoli’, semplici? (…) E’ la purezza del cuore quella che permette di riconoscere il volto di Dio in Gesù Cristo; è avere il cuore semplice come quello dei bambini, senza la presunzione di chi si chiude in se stesso, pensando di non avere bisogno di nessuno, neppure di Dio”.
Per questo “anche noi, con il dono del suo Spirito, possiamo rivolgerci a Dio, nella preghiera, con confidenza di figli, invocandolo con il nome di Padre, ‘Abbà’. Ma dobbiamo avere il cuore dei piccoli, dei ‘poveri in spirito’, per riconoscere che non siamo autosufficienti, che non possiamo costruire la nostra vita da soli, ma abbiamo bisogno di Dio, abbiamo bisogno di incontrarlo, di ascoltarlo, di parlargli.”
All’Angelus, nel giorno dell’Immacolata, il Papa si è soffermato sull’espressione ‘piena di grazia’ che “indica l’opera meravigliosa dell’amore di Dio, che ha voluto ridarci la vita e la libertà, perdute col peccato, mediante il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. Per questo, fin dal II secolo in Oriente e in Occidente, la Chiesa invoca e celebra la Vergine che, col suo “sì’, ha avvicinato il Cielo alla terra”.
Il Pontefice ha citato espressioni di antichi autori (S. Sofronio, S. Beda), ricordando come non solo alla Vergine sia stata data la “perfezione della grazia” ma anche a noi che dobbiamo farla “risplendere nella nostra vita”, in quanto “predestinati da Dio a essere suoi “figli adottivi”. E’ una figliolanza che “riceviamo per mezzo della Chiesa, nel giorno del Battesimo. A tale proposito santa Hildegarda di Bingen scrive: ‘La Chiesa è, dunque, la vergine madre di tutti i cristiani. Nella forza segreta dello Spirito Santo li concepisce e li dà alla luce, offrendoli a Dio in modo che siano anche chiamati figli di Dio’”.
Domenica 11 dicembre, all’Angelus, nella Domenica detta “Gaudete”, Benedetto XVI, benedicendo i “Bambinelli” del Presepe (portati dai bambini di Roma), ha invitato a non lasciarsi distrarre dai messaggi commerciali di questo periodo, “ma sapendo dare il giusto valore alle cose, per fissare lo sguardo interiore a Cristo”.
Qui sta la vera gioia: nell’incontro con il Signore, non nella gioia effimera frutto del “divertirsi” inteso come “esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità”: “la vera gioia è legata a qualcosa di più profondo. Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere”. Se S. Agostino diceva che “il cuore dell’uomo è inquieto, non trova serenità e pace finché non riposa in Dio”, allora si comprende che “la vera gioia non è un semplice stato d’animo passeggero, né qualcosa che si raggiunge con i propri sforzi, ma è un dono, nasce dall’incontro con la persona viva di Gesù, dal fargli spazio in noi, dall’accogliere lo Spirito Santo che guida la nostra vita”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 6 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Nella preghiera, Gesù vive un ininterrotto contatto con il Padre per realizzare fino in fondo il progetto di amore per gli uomini”: lo ha ricordato il Papa all’Udienza generale di mercoledì 30 novembre. Parlando della preghiera nella vita di Gesù ha esortato a stare in dialogo con Dio: occorre “rinnovare davanti a Dio la nostra decisione personale di aprirci alla sua volontà, chiedere a Lui la forza di conformare la nostra volontà alla sua, in tutta la nostra vita, in obbedienza al suo progetto di amore su di noi”.
Il suo è un “rapporto unico con Dio Padre”. Occorre imparare da Lui: “ascoltare, meditare, tacere davanti al Signore che parla è un’arte che si impara praticandola con costanza. Certamente la preghiera è un dono che chiede, tuttavia, di essere accolto; è opera di Dio, ma esige impegno e continuità da parte nostra”.
Guardando alla preghiera di Gesù dovremmo domandarci come e quanto tempo dedichiamo al rapporto con Dio. “Oggi i cristiani – ha aggiunto - sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio”.
Domenica 4 dicembre, all’Angelus, ha indicato la sobrietà come stile di vita, quello del Battista a “richiamare tutti i cristiani, … specialmente in preparazione alla festa del Natale, in cui il Signore – come direbbe san Paolo – da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”.
Giovanni chiama alla conversione, come “un ardente invito a un nuovo modo di pensare e di agire”.
“Mentre ci prepariamo al Natale – ha sottolineato il Papa - è importante che rientriamo in noi stessi e facciamo una verifica sincera sulla nostra vita. Lasciamoci illuminare da un raggio della luce che proviene da Betlemme, la luce di Colui che è “il più Grande” e si è fatto piccolo, “il più Forte” e si è fatto debole.”
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 29 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’udienza generale di mercoledì 23 novembre Benedetto XVI ha ripercorso le tappe principali del suo viaggio apostolico in Benin che si è rivelato “una toccante esperienza di fede e di rinnovato incontro con Gesù Cristo vivo”.
Il viaggio in Benin è stato “un grande appello all’Africa, perché orienti ogni sforzo ad annunciare il Vangelo a coloro che ancora non lo conoscono; …. tutto ciò dice che in quel Continente c’è una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale noi possiamo contare, sulla quale la Chiesa può contare”.
E’ stato anche un’esortazione, per le comunità cristiane, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione che è indispensabile “anche sul piano civile e necessita un’apertura alla speranza che deve animare anche la vita sociopolitica ed economica del Continente.”
Rilevando ”l’ardente desiderio di libertà e di giustizia che … anima i cuori di numerosi popoli africani” il Papa ha sottolineato “la necessità di costruire una società in cui i rapporti tra etnie e religioni diverse siano caratterizzati dal dialogo e dall’armonia” invitando “tutti ad essere veri seminatori di speranza in ogni realtà e in ogni ambiente”. Ciò è vero soprattutto per i cristiani che “sono uomini di speranza, che non si possono disinteressare dei propri fratelli e sorelle”.
Nel corso del suo viaggio il Pontefice ha pregato sulla tomba del card. Bernardin Gantin illustre figlio del Benin e dell’Africa ed ha consegnato ai presidenti delle Conferenze Episcopali dell’Africa l’esortazione apostolica post sinodale Africae munus, testo con le linee fondamentali per il cammino di quella Chiesa “per rispondere efficacemente alla impegnativa missione evangelizzatrice della Chiesa pellegrina nell’Africa del terzo millennio”.
Il Papa ha potuto gustare “la gioia di vivere, l’allegria e l’entusiasmo delle nuove generazioni che costituiscono il futuro dell’Africa. Alla schiera festosa dei Bambini, una delle tante risorse e ricchezze del Continente, ho additato la figura di san Kizito, un ragazzo ugandese, ucciso perché voleva vivere secondo il Vangelo, ed ho esortato ciascuno a testimoniare Gesù ai propri coetanei”.
All’Angelus domenica 27 novembre il Papa ha rivolto un appello agli esperti in occasione dei lavori della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici che si tiene a Durban, in Sud Africa: “auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future”.
Benedetto XVI ha parlato del tempo di Avvento che “è un richiamo salutare a ricordarci che la vita non ha solo la dimensione terrena, ma è proiettata verso un ‘oltre’, come una pianticella che germoglia dalla terra e si apre verso il cielo. Una pianticella pensante, l’uomo, dotata di libertà e responsabilità, per cui ognuno di noi sarà chiamato a rendere conto di come ha vissuto, di come ha utilizzato le proprie capacità: se le ha tenute per sé o le ha fatte fruttare anche per il bene dei fratelli”.
Nella società post moderna sembra essere “l’uomo l’unico padrone, come se fosse lui l’artefice e il regista di tutto: le costruzioni, il lavoro, l’economia, i trasporti, le scienze, la tecnica, tutto sembra dipendere solo dall’uomo.”
Il vero “padrone” del mondo non è l’uomo ma Dio, al cui mistero di salvezza l’uomo può aprirsi proprio se spalanca il cuore all’amore scaturito dall’evento Betlemme ricordandoci “questo, perché la nostra vita ritrovi il suo giusto orientamento, verso il volto di Dio. Il volto non di un ‘padrone’, ma di un Padre e di un Amico”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 22 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Possano gli africani vivere riconciliati nella pace e nella giustizia!”: così il Papa ha concluso il suo viaggio apostolico in Benin dal 18 al 20 novembre scorso. “E’ stato un successo per la gente! – ha commentato alla Radio Vaticana mons. Antoine Ganyé, arcivescovo di Cotonou – E’ stato un invito “ad una vera amicizia con Dio, con gli uomini e anche con noi stessi…. ad amare Dio profondamente, a essere buoni cristiani e ad amarci tra di noi.”
L’occasione è stata data dalla promulgazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Africae munus, che “apre prospettive pastorali e che susciterà interessanti iniziative” tradotte in “azioni concrete” nella “vita quotidiana”, affidandone l’accompagnamento, “per l’attuazione” del documento, al card. Gantin, “eminente figlio del Benin” alla cui tomba ha reso omaggio a Ouidah.
Il Sinodo per l’Africa “ha dato un impulso alla Chiesa cattolica in Africa, che ha pregato, riflettuto e discusso sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace”.
Nell’esortazione apostolica si indica il programma dell’attività pastorale e della nuova evangelizzazione dell’Africa nei prossimi decenni, sottolineando la necessità di riconciliazione, giustizia e pace. Consapevole delle ricchezze materiali, culturali e spirituali dell’Africa, affronta le tante e drammatiche sfide che il continente deve affrontare in molti settori (sanità, politica, economia, ecologia, società), in una speranza che guarda all’Africa come ad un grande “polmone spirituale” per tutta l’umanità. Un Africa riconciliata che si apre all’evangelizzazione sottolineando l’importanza “dell’interculturalità, termine più adatto che quello di inculturazione, cioè di un incontro delle culture nella comune verità del nostro essere umano nel nostro tempo, e così crescere anche nella fraternità universale”. Così l’Africa evangelizzata 150 anni fa, a sua volta rilancia la dinamica dell’evangelizzazione: “con entusiasmo siate testimoni ardenti della fede che avete ricevuto!” Un messaggio di speranza che è risuonato nell’incontro con le autorità politiche del Benin (sabato 19 novembre) mettendo in guardia da quei pregiudizi ed immagini “che danno della realtà africana una visione negativa, frutto di un’analisi pessimista”.
E’ il vivo desiderio di libertà e di democrazia che emerge nel Continente denunciando “troppi scandali e ingiustizie, troppa corruzione ed avidità, troppo disprezzo e troppe menzogne, troppe violenze che portano alla miseria ed alla morte”.
Di qui l’appello rivolto dal Papa a “tutti i responsabili politici ed economici” africani e del resto del mondo: “non private i vostri popoli della speranza! – è stata la sua esortazione – non amputate il loro futuro mutilando il loro presente … Abbiate un approccio etico con il coraggio delle vostre responsabilità e, se siete credenti, pregate Dio di concedervi la sapienza”.
Benedetto XVI ha ribadito come la Chiesa non offra “alcuna soluzione tecnica e non impone alcuna soluzione politica” ma porti un “messaggio di speranza, una speranza di energia” che le viene da Dio, dal sapere che “l’umanità non è sola davanti alle sfide del mondo”.
Domenica 20 novembre, poi, celebrando l’Eucaristia nello “Stadio dell’Amicizia” di Cotonou ha esortato tutti ad essere “sale e luce di Cristo nella terra africana … testimoni ardenti della fede !”
Bisogna lasciare che “Cristo ci liberi da questo mondo vecchio! La nostra fede in Lui, che è vincitore di tutte le nostre paure, di ogni nostra miseria, ci fa entrare in un mondo nuovo, un mondo in cui la giustizia e la verità non sono una parodia, un mondo di libertà interiore e di pace con noi stessi, con gli altri e con Dio. Ecco il dono che Dio ci ha fatto nel Battesimo!”
Il Papa si anche è rivolto a tutte le persone che “soffrono, ai malati, a quanti sono colpiti dall’Aids o da altre malattie, a tutti i dimenticati della società” che in terra africana sono particolarmente numerosi: “Abbiate coraggio! Gesù ha voluto identificarsi con i piccoli, con i malati; ha voluto condividere la vostra sofferenza e riconoscere in voi dei fratelli e delle sorelle, per liberarli da ogni male, da ogni sofferenza! Ogni malato, ogni povero merita il nostro rispetto e il nostro amore, perché attraverso di lui Dio ci indica la via verso il cielo”.
A chi fa resistenza ad aprire il proprio cuore a chi è debole nella fede, a chi nel modo di vivere ignora la realtà del Vangelo, vivendo esclusivamente nella ricerca di un benessere egoista occorre far “risplendere in ogni luogo il volto amorevole del Salvatore, in particolare davanti ai giovani alla ricerca di ragioni di vita e di speranza in un mondo difficile!”.
Poiché il “cristiano è un costruttore instancabile di comunione, di pace e di solidarietà”, occorre rafforzare la “fede in Gesù Cristo, operando un’autentica conversione alla sua persona. Soltanto Lui ci dà la vera vita e ci può liberare da tutte le nostre paure e lentezze, da ogni nostra angoscia”.
Gian Paolo Cassano

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La Parola di Papa Benedetto

Martedì 22 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

La ricchezza dei Salmi nella preghiera cristiana; lo ha ricordato il Papa nell’udienza di mercoledì 16 novembre “preziose preghiere” compagne della quotidianità di un credente.
Di qui l’invito a tutti “a pregare con i Salmi, magari abituandosi a utilizzare la Liturgia delle Ore della Chiesa, le Lodi al mattino, i Vespri alla sera, la Compieta prima di addormentarsi. Il nostro rapporto con Dio non potrà che essere arricchito nel quotidiano cammino verso di Lui e realizzato con maggiore gioia e fiducia“.
Concludendo il ciclo di riflessioni sui Salmi ha proposto un’articolata meditazione sul Salmo 110 (109), il componimento “messianico” per eccellenza, perché prefigura con ispirata esattezza quella che sarà la missione di Gesù sulla terra, il “Messia vittorioso, glorificato alla destra di Dio”.
Il personaggio che spicca tra le strofe del Salmo è Melchisedek, il re sacerdote di Salem, che contiene in sé quei tratti del sacerdozio regale che diverranno evidenti con la venuta di Cristo: in Lui “si attua la profezia del nostro Salmo e il sacerdozio di Melchìsedek è portato a compimento (…) E l’offerta del pane e del vino, compiuta da Melchìsedek ai tempi di Abramo, trova il suo adempimento nel gesto eucaristico di Gesù, che nel pane e nel vino offre se stesso e, vinta la morte, porta alla vita tutti i credenti”.
Benedetto XVI ha colto poi la “vera regalità” del re di Salem, che ha senso se, come Cristo, è vissuta “nel servizio e nel dono di sé”. Infatti “l’esercizio del potere è un incarico che il re riceve direttamente dal Signore, una responsabilità che deve vivere nella dipendenza e nell’obbedienza, diventando così segno, all’interno del popolo, della presenza potente e provvidente di Dio”.
In essa ha anche evidenziato un segno di grande consolazione e di speranza per l’umanità di oggi nella “battaglia permanente tra il bene e il male”. Infatti “più forte è il Signore, il nostro vero Re e Sacerdote, Cristo, perché combatte con la forza di Dio e, nonostante tutte le cose che ci fanno dubitare sull’esito positivo della storia, vince Cristo e vince il bene, vince l’amore e non l’odio”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 15 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’Udienza di mercoledì 9 novembre il Papa, commentando il Salmo 119, ha evidenziato come la legge di Dio non chieda di essere seguita con l’obbedienza di un servo, ma con l’ascolto di un figlio.
Ha commentato il lungo Salmo, dalla costruzione letteraria complessa, “imponente e solenne”, un canto “unico nel suo genere”, tutto dedicato alla grandezza della Torah, cioè della legge divina “che ne celebra la bellezza, la forza salvifica, la capacità di donare gioia e vita. Perché la Legge divina non è giogo pesante di schiavitù, ma dono di grazia che fa liberi e porta alla felicità”.
Una legge che rende liberi e non schiavi, che “chiede l’ascolto del cuore, un ascolto fatto di obbedienza non servile, ma filiale, fiduciosa, consapevole. L’ascolto della Parola è incontro personale con il Signore della vita, un incontro che deve tradursi in scelte concrete e diventare cammino e sequela”.
Benedetto XVI si è voluto soffermare su un versetto particolare il 57 (“Il Signore è mia parte di eredità”) “di grande importanza anche oggi per tutti noi. Innanzitutto per i sacerdoti, chiamati a vivere solo del Signore e della sua Parola, senza altre sicurezze, avendo Lui come unico bene e unica fonte di vera vita. In questa luce si comprende la libera scelta del celibato per il Regno dei cieli da riscoprire nella sua bellezza e forza”.
Per tutti è un richiamo alla “radicalità del Vangelo”, a confidare nel Signore e nella sua Parola e a vivere con Lui “nella comunione e nella gioia”, chiedendo a Dio che “ci doni di avere sempre al centro della nostra esistenza Lui e la sua santa volontà.”
Nell’Udienza il Pontefice ha espresso la propria vicinanza alle popolazioni colpite dal maltempo ed ha ricevuto anche la cittadinanza onoraria di Natz-Schabs, piccolo comune altoatesino, nella provincia autonoma di Bolzano, dove nacquero Maria Tauber e Maria Tauber-Peintner, rispettivamente bisnonna e nonna materna di Jospeh Ratzinger.
Domenica 13 novembre, all’Angelus, citando la parabola dei talenti, ha invitato a riflettere sui doni che abbiamo ricevuto. “Con questa parabola – ha detto il Papa - Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza”.
Ha quindi citato il commento di San Gregorio Magno: “Egli scrive: È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre”.
Poiché “la carità è il bene fondamentale che nessuno può mancare di mettere a frutto e senza il quale ogni altro dono è vano”, sarà allora “solo praticando la carità, anche noi potremo prendere parte alla gioia del nostro Signore”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 8 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Tutti i membri del Popolo di Dio sono chiamati a diventare santi” e, attraverso diverse vie, “la santità è l’originaria vocazione di ogni battezzato”: lo ha ribadito il Papa nella Solennità di Tutti i Santi, spiegando però che è “unico” il comune denominatore, “seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana”.
Benedetto XVI ha poi invitato a guardare “nell’orizzonte della Chiesa celeste, cui la Solennità di tutti i Santi” ci proietta, ricordando “i nostri cari che ci hanno lasciato, e tutte le anime in cammino verso la pienezza della vita”. Infatti “fin dai primi tempi della fede cristiana, la Chiesa terrena, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi”. E’ una preghiera che è “non solo utile ma necessaria, in quanto essa non solo li può aiutare, ma rende al contempo efficace la loro intercessione in nostro favore”.
Sulla preghiera per i defunti il Pontefice è tornato nell’udienza generale di mercoledì 2 novembre compiendo “un cammino segnato dalla speranza di eternità”. Il Papa ha fatto luce sulla realtà della morte, sul timore che essa suscita, sul vuoto che scava nel cuore e sulla pienezza della consolazione che viene da Dio: “soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento”.
Egli ha colto l’attenzione in chi si preoccupa dei propri morti, con cura e con affetto come un modo di protezione “nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo”.
Oggi, “almeno apparentemente” il mondo “è diventato molto più razionale”, per cui “si è diffusa la tendenza - ha osservato il Papa - a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche”. Ma così “si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, sarebbe una copia di quella presente”.
La visita a un cimitero, invece, lo sguardo sulla foto di una persona amata mentre “si affollano i ricordi”, non risponde ad alcuna scienza. Le tombe aprono uno squarcio nell’anima ben oltre il razionale. Perché “davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità”. Così “nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo … per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza”.
Domenica 6 novembre, all’Angelus, ha continuato a riflettere sulla vita eterna dove la fede “nella morte e risurrezione di Gesù Cristo segna anche in questo campo, uno spartiacque decisivo”. “Se togliamo Dio, se togliamo Cristo – ha ribadito – il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani”. Allora “vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile”: ciò avverrà sulla base dell’amore che “è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita”.
Benedetto XVI ha infine rivolto il pensiero alla Nigeria, sconvolta da atti terroristici e alle popolazioni colpite dall’alluvione.
Gian Paolo Cassano