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Archivio della Categoria 'Papa Benedetto XVI'

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 18 Dicembre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Fede e memoria coniugate nell’esperienza di Israele; a questo si è riferito mercoledì 12 dicembre, nell’Udienza generale Benedetto XVI. Infatti “per l’intero popolo d’Israele ricordare ciò che Dio ha operato diventa una sorta di imperativo costante perché il trascorrere del tempo sia segnato dalla memoria vivente degli eventi passati, che così formano, giorno per giorno, di nuovo la storia e rimangono presenti (…) La fede è alimentata dalla scoperta e dalla memoria del Dio sempre fedele, che guida la storia e che costituisce il fondamento sicuro e stabile su cui poggiare la propria vita”.
Dio “rivela Se stesso non solo nell’atto primordiale della creazione”, ma entrando “nella storia di un piccolo popolo che non era né il più numeroso, né il più forte”, fino alla rivelazione nella notte di Betlemme, primo luogo della “memoria” cristiana.
“Ciò che illumina e dà senso pieno alla storia del mondo e dell’uomo inizia a brillare nella grotta di Betlemme; è il Mistero che contempleremo tra poco nel Natale: la salvezza che si realizza in Gesù Cristo (…) Il rivelarsi di Dio nella storia per entrare in rapporto di dialogo d’amore con l’uomo, dona un nuovo senso all’intero cammino umano. La storia non è un semplice succedersi di secoli, di anni, di giorni, ma è il tempo di una presenza che le dona pieno significato e la apre ad una solida speranza”.
Se anticamente l’“avvento” indicava “l’arrivo del re o dell’imperatore in una determinata provincia”, ora “Egli è il re che è sceso in questa povera provincia che è la terra e ha fatto dono a noi della sua visita assumendo la nostra carne, diventando uomo come noi”. L’Avvento ci ricorda che Dio “non è assente, non ci ha abbandonato a noi stessi, ma ci viene incontro in diversi modi, che dobbiamo imparare a discernere”.
Infine Benedetto XVI ha esortato ad immergersi nelle pagine dove questa storia è narrata, nella Sacra Scrittura che “è il luogo privilegiato per scoprire gli eventi di questo cammino, e vorrei - ancora una volta - invitare tutti, in questo Anno della fede, a prendere in mano più spesso la Bibbia per leggerla e meditarla e a prestare maggiore attenzione alle Letture della Messa domenicale; tutto ciò costituisce un alimento prezioso per la nostra fede”.
Domenica 16 dicembre, all’Angelus, ha pregato per le vittime della “violenza insensata” nella scuola americana di Newtown, soffermandosi sulla figura di Giovanni Battista che “a nome di Dio, non chiede gesti eccezionali, ma anzitutto il compimento onesto del proprio dovere. Il primo passo verso la vita eterna è sempre l’osservanza dei comandamenti; in questo caso il settimo: ‘Non rubare.’” Infatti la conversione comincia “dall’onestà e dal rispetto degli altri: un’indicazione che vale per tutti, specialmente per chi ha maggiori responsabilità”.
Non bisogna poi contrapporre giustizia e carità, “entrambe necessarie”. Così “la giustizia chiede di superare lo squilibrio tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario; la carità spinge ad essere attento all’altro e ad andare incontro al suo bisogno, invece di trovare giustificazioni per difendere i propri interessi. Giustizia e carità non si oppongono, ma sono entrambe necessarie e si completano a vicenda”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 11 Dicembre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’udienza di mercoledì 5 dicembre il Papa ha richiamato il progetto di amore che Dio ha per tutti gli uomini: “Egli vuole entrare nel mondo sempre di nuovo e vuol sempre di nuovo far risplendere la sua luce nella nostra notte”. E’ un “disegno di benevolenza, (..) di misericordia e di amore” verso l’umanità. Nell’Avvento questo disegno d’amore si “manifesta nella Persona e nell’opera di Cristo”: ce lo fa conoscere “entrando in relazione con l’uomo, al quale non ha rivelato solo qualcosa, ma Sé stesso”.
Infatti “piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso [non solo qualcosa di sé, ma se stesso] e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura” (Dei Verbum, n.. 2).
Dio “rivela il suo grande disegno di amore, entrando in relazione con l’uomo, avvicinandosi a lui fino al punto di farsi uomo”. Poiché l’uomo “con la sola intelligenza e le sue capacità … non avrebbe potuto raggiungere questa rivelazione così luminosa dell’amore di Dio” è Dio stesso “che ha aperto il suo Cielo e si è abbassato per guidare l’uomo nell’abisso del suo amore”. Di qui l’atto di fede che è la risposta dell’uomo a Dio. “Per questo san Paolo sottolinea come a Dio, che ha rivelato il suo mistero, si debba «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26)” che “non è un atto di costrizione”, ma “un abbandonarsi all’oceano della bontà di Dio”.
Ora “tutto questo porta ad un cambiamento fondamentale del modo di rapportarsi con l’intera realtà; tutto appare in una nuova luce; si tratta quindi di una vera ‘conversione’, fede è un ‘cambiamento di mentalità’, perché il Dio che si è rivelato in Cristo e ha fatto conoscere il suo disegno di amore, ci afferra, ci attira a Sé, diventa il senso che sostiene la vita, la roccia su cui essa può trovare stabilità”.
Sabato 8 dicembre, solennità dell’Immacolata, all’Angelus, Benedetto XVI ha ricordato che Maria è un “dono gratuito della grazia di Dio” che ha trovato in Lei “perfetta disponibilità e collaborazione”. In Maria la “Parola di Dio trova ascolto, ricezione, risposta, trova quel ‘sì’ che le permette di prendere carne e venire ad abitare in mezzo a noi”; in Lei “l’umanità, la storia si aprono realmente a Dio, accolgono la sua grazia, sono disposte a fare la sua volontà. Maria è espressione genuina della Grazia”.
La festa dell’Immacolata ci aiuta anche “a comprendere il vero senso del peccato originale”, poiché in Maria “è pienamente viva e operante quella relazione con Dio che il peccato spezza”. Infatti “in lei, non c’è alcuna opposizione tra Dio e il suo essere: c’è piena comunione, piena intesa. C’è un ‘sì’ reciproco, di Dio a lei e di lei a Dio. Maria è libera dal peccato perché è tutta di Dio, totalmente espropriata per Lui. E’ piena della sua Grazia, del suo amore”. Possiamo così esprimere la “certezza di fede che le promesse di Dio si sono realizzate: che la sua alleanza non fallisce, ma ha prodotto una radice santa” da cui è germogliato Gesù, dimostrando che la Grazia “è capace di suscitare una risposta, che la fedeltà di Dio sa generare una fede vera e buona”.
Domenica 9 dicembre, all’Angelus, il Pontefice è andato con il pensiero a tutti i migranti lontani dalle proprie case, cosi spesso incompresi nelle loro sofferenze, richiamando il senso del Natale perché “sia vissuto non solo come una festa esteriore, ma come la festa del Figlio di Dio che è venuto a portare agli uomini la pace, la vita e la gioia vera”. E’ l’ insegnamento del Battista “a vivere in maniera essenziale”, voce che proclama la Parola di Dio che precede. “A noi il compito di dare oggi ascolto a quella voce per concedere spazio e accoglienza nel cuore a Gesù, Parola che ci salva,” ad affidare “il nostro cammino incontro al Signore che viene, per essere pronti ad accogliere, nel cuore e in tutta la vita, l’Emmanuele, il Dio-con-noi”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 4 Dicembre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Dio non è un’ipotesi lontana sull’origine del mondo; non è un’intelligenza matematica molto lontana da noi. Dio si interessa a noi, ci ama, è entrato personalmente nella realtà della nostra storia, si è auto comunicato fino ad incarnarsi”. Lo ha affermato Benedetto XVI durante la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 28 novembre.
Il Papa ha invitato poi a guardare “come Gesù si interessa di ogni situazione umana che incontra, si immerge nella realtà degli uomini e delle donne del suo tempo”. Il suo è uno stile che “diventa un’indicazione essenziale per noi cristiani: il nostro modo di vivere nella fede e nella carità diventa un parlare di Dio nell’oggi, perché mostra con un’esistenza vissuta in Cristo la credibilità, il realismo di quello che diciamo con le parole, che non sono solo parole, ma mostrano la realtà, la vera realtà”.
Così Paolo “non parla di una filosofia che lui ha sviluppato, non parla di idee che ha trovato altrove o inventato, ma parla di una realtà della sua vita, parla del Dio che è entrato nella sua vita, parla di un Dio reale che vive.”
Questi esempi indicano che “parlare di Dio vuol quindi dire anzitutto avere ben chiaro ciò che dobbiamo portare agli uomini e alle donne del nostro tempo”: questo “richiede una familiarità con Gesù e il suo Vangelo, suppone una nostra personale e reale conoscenza di Dio e una forte passione per il suo progetto di salvezza, senza cedere alla tentazione del successo, ma seguendo il metodo di Dio stesso. Il metodo di Dio è quello dell’umiltà – Dio si fa uno di noi – è il metodo realizzato nell’Incarnazione nella semplice casa di Nazaret e nella grotta di Betlemme, quello della parabola del granellino di senape”.
Ora il “luogo” di applicazione “privilegiato” di questa testimonianza è la famiglia che è “la prima scuola per comunicare la fede alle nuove generazioni”: qui diventa “importante anzitutto la vigilanza”, che è anche “sensibilità nel recepire le possibili domande religiose presenti nell’animo dei figli, a volte evidenti, a volte nascoste” insieme alla gioia, perché “la comunicazione della fede deve sempre avere una tonalità di gioia”.
Domenica 2 dicembre, all’Angelus, all’inizio dell’Avvento, il Pontefice ha chiesto “sobrietà e preghiera”, di attesa per la venuta di Gesù di “crescere e sovrabbondare nell’amore”, con “un diverso modo di vivere”: i cristiani “in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, ai deserti dell’indifferenza e del materialismo… accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte”.
Ha ricordato poi le responsabilità dei cristiani, parlando di amore e di giustizia: “la comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio”.
Un pensiero è andato alla beatificazione del martire indiano Devasahayam Pillai, “un fedele laico vissuto nel XVIII secolo.”
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Lunedì 26 Novembre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’Udienza generale di mercoledì 21 novembre Benedetto XVI ha sviluppato un’intensa catechesi sulla “ragionevolezza della fede”, ribadendo che essa non è contro la scienza, ma la sostiene nella sua ricerca “per il bene di tutti”. Dando “l’assenso” alla fede, ha affermato il Papa, la ragione umana non viene “avvilita”, perché “la fede porta a scoprire che l’incontro con Dio valorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo (…): è un “sàpere”, cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo (…) E’ la conoscenza di Dio-Amore, grazie al suo stesso amore. L’amore di Dio poi fa vedere, apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive anguste dell’individualismo e del soggettivismo che disorientano le coscienze”. La fede porta a conoscere Dio anzitutto attraverso un incontro d’amore, “vitale”, con Lui che “illumina” la fede “con la sua grazia”. Per questo “la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai”. Allora “è falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E’ vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato (…) Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero”. Dio schiude orizzonti nuovi e “infiniti” da esplorare. “La fede cattolica è dunque ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana”. Benedetto XVI, citando alcuni pensatori cristiani (S. Paolo, S. Agostino fino a Giovanni Paolo II) tocca il nevralgico rapporto tra fede e scienza: “la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che - opponendosi al progetto originario di Dio - possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso”.
Credere “è ragionevole”, perché se la fede considera la scienza “una preziosa alleata” per comprendere il disegno di Dio nell’universo, la fede “permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno”. Infatti senza Dio, “l’uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell’anima di ogni uomo”.
Domenica 25 novembre, nella solennità di Cristo Re, celebrando l’Eucaristia con i sei nuovi cardinali (James Michael Harvey, Béchara Boutros Raï, Baselios Cleemis Thottunkal, John Olorunfemi Onaiyekan, Rubén Salazar Gómez e Luis Antonio Tagle) ha affermato che chi segue Cristo sulla via della croce partecipa alla sua regalità.
“Con il suo sacrificio, Gesù ci ha aperto la strada per un rapporto profondo con Dio: in Lui siamo diventati veri figli adottivi, siamo resi così partecipi della sua regalità sul mondo. Essere discepoli di Gesù significa, allora, non lasciarsi affascinare dalla logica mondana del potere, ma portare nel mondo la luce della verità e dell’amore di Dio”.
All’Angelus ha incoraggiato a “prolungare l’opera salvifica di Dio convertendosi al Vangelo”, perché Cristo Re “non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare testimonianza alla verità”. Di qui, il pensiero è andato ai sei nuovi cardinali che, provenienti da diverse parti del mondo, “ben rappresentano la dimensione universale della Chiesa” invitando a pregare per loro “affinché lo Spirito Santo li rafforzi nella fede e nella carità e li ricolmi dei suoi doni, così che vivano la loro nuova responsabilità come un’ulteriore dedizione a Cristo e al suo Regno”.
Infine un affidamento alla Vergine perché “ci aiuti tutti a vivere il tempo presente in attesa del ritorno del Signore, chiedendo con forza a Dio: «Venga il tuo Regno», e compiendo quelle opere di luce che ci avvicinano sempre più al Cielo, consapevoli che, nelle tormentate vicende della storia, Dio continua a costruire il suo Regno di amore”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Lunedì 19 Novembre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Dio non si stanca mai di cercarci, è fedele all’uomo che ha creato e redento, rimane vicino alla nostra vita, perché ci ama”. Il mondo, l’uomo e la fede “sono le vie che possono aprire il cuore alla conoscenza di Dio”, che ci orienta “rispettando sempre la nostra libertà”. Lo ha ricordato il Papa nell’Udienza generale di mercoledì 14 novembre. Oggi in un tempo in cui “prevale una forma di ateismo ‘pratico’ in cui “non si negano le verità della fede”, ma semplicemente si ritengono “irrilevanti per l’esistenza quotidiana”. Di fronte alle difficoltà e alle prove per la fede, “spesso poco compresa, contestata, rifiutata”, si deve recuperare l’esortazione petrina ad essere pronti a rispondere “con dolcezza e rispetto” a chi chiede conto della speranza del cristiano.
Una prima risposta, una prima via è quella del mondo, cioè di “far recuperare all’uomo di oggi la capacità di contemplare la creazione, la sua bellezza, la sua struttura. Il mondo non è un magma informe, ma più lo conosciamo e più ne scopriamo i meravigliosi meccanismi, più vediamo un disegno, vediamo che c’è un’intelligenza creatrice”. La seconda via è l’uomo: “nell’uomo interiore – diceva Sant’Agostino – abita la verità”. Per questo è necessaria “la capacità di fermarci e di guardare in profondità in noi stessi e leggere questa sete di infinito che portiamo dentro, che ci spinge ad andare oltre e rinvia a Qualcuno che la possa colmare”. La terza via all’incontro con Dio è la fede, che non è “un mero sistema di credenze e di valori” ma “è incontro con Dio che parla e opera nella storia e che converte la nostra vita quotidiana, trasformando in noi mentalità, giudizi di valore, scelte e azioni concrete. Non è illusione, fuga dalla realtà, comodo rifugio, sentimentalismo, ma è coinvolgimento di tutta la vita ed è annuncio del Vangelo, Buona Notizia capace di liberare tutto l’uomo”.
“Chi crede è unito a Dio, è aperto alla sua grazia, alla forza della carità”; la sua esistenza diventa così “testimonianza non di se stesso, ma del Risorto” !
Domenica 18 novembre all’Angelus, ha invitato a guardare a Cristo, “fondamento stabile” nel mondo in un mondo reso instabile da violenze e calamità. E’ Lui, il ‘Figlio dell’uomo’ Gesù stesso, “che collega il presente con il futuro; le antiche parole dei profeti hanno trovato finalmente un centro nella persona del Messia nazareno: è Lui il vero avvenimento che, in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile”.
Commentando il Vangelo domenicale ha invitato a non seguire i falsi richiami di fine imminenti del mondo. Infatti “Gesù non descrive la fine del mondo, e quando usa immagini apocalittiche, non si comporta come un «veggente». Al contrario, Egli vuole sottrarre i suoi discepoli di ogni epoca alla curiosità per le date, le previsioni, e vuole invece dare loro una chiave di lettura profonda, essenziale, e soprattutto indicare la via giusta su cui camminare, oggi e domani, per entrare nella vita eterna. Tutto passa – ci ricorda il Signore –, ma la Parola di Dio non muta, e di fronte ad essa ciascuno di noi è responsabile del proprio comportamento. In base a questo saremo giudicati.”
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 13 Novembre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“L’uomo porta in sé un misterioso desiderio di Dio”: lo ha ricordato il Papa nell’udienza generale di mercoledì 7 novembre. E’ vero che questa affermazione suona come una “provocazione” all’uomo occidentale secolarizzato.
“Molti nostri contemporanei potrebbero infatti obiettare di non avvertire per nulla un tale desiderio di Dio. Per larghi settori della società Egli non è più l’atteso, il desiderato, quanto piuttosto una realtà che lascia indifferenti, davanti alla quale non si deve nemmeno fare lo sforzo di pronunciarsi. In realtà, quello che abbiamo definito come ‘desiderio di Dio’ non è del tutto scomparso e si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore dell’uomo”.
Benedetto XVI lo spiega con l’esperienza umana dell’innamoramento, la cui prima percezione è una spinta a uscire da sé stessi, a desiderare il “bene dell’altro”, a servirlo. Ma nemmeno l’amato “è in grado di saziare il desiderio che alberga nel cuore umano, anzi, tanto più autentico è l’amore per l’altro, tanto maggiormente esso lascia dischiudere l’interrogativo (…) sulla possibilità che esso ha di durare per sempre. Dunque, l’esperienza umana dell’amore ha in sé un dinamismo che rimanda oltre se stessi, è esperienza di un bene che porta ad uscire da sé e a trovarsi di fronte al mistero che avvolge l’intera esistenza”.
Ora anche “nella nostra epoca, apparentemente tanto refrattaria alla dimensione trascendente”, si potrebbe “aprire un cammino verso l’autentico senso religioso della vita, che mostra come il dono della fede non sia assurdo, non sia irrazionale”, cioè “promuovere una sorta di pedagogia del desiderio, sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede. Una pedagogia che comprende almeno due aspetti. In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita”. Esercitando “il gusto interiore” si potranno “produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi.” Si tratta di sentirsi “fratelli di tutti gli uomini, compagni di viaggio anche di coloro che non credono, di chi è in ricerca, di chi si lascia interrogare con sincerità dal dinamismo del proprio desiderio di verità e di bene.”
Domenica 11 novembre, all’Angelus, ha richiamato ad “uno stile di vita radicato nella fede”. Prendendo spunto dalle due vedove della liturgia domenicale le ha indicate come modelli di fede “come l’atteggiamento interiore di chi fonda la propria vita su Dio, sulla sua Parola e confida totalmente in Lui”.
La vedova che dona quel poco che le resta al profeta Elia e la vedova che getta le due monetine nel tesoro del tempio “attestano l’unità inscindibile tra fede e carità, come pure tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo”.
Ora “Dio chiede sempre la nostra libera adesione di fede, che si esprime nell’amore per Lui e per il prossimo. Nessuno è così povero da non poter donare qualcosa. E infatti entrambe le nostre vedove di oggi dimostrano la loro fede compiendo un gesto di carità”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Lunedì 5 Novembre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“La nostra fede è veramente personale, solo se è anche comunitaria: può essere la mia fede, solo se vive e si muove nel ‘noi’ della Chiesa, solo se è la nostra fede, la comune fede della Chiesa unica (…) La Chiesa è la Madre di tutti i credenti. ‘Nessuno può dire di avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa come Madre’. Quindi la fede nasce nella Chiesa, conduce ad essa e vive in essa. Questo è importante ricordarlo”.
Lo ha evidenziato il Pontefice nell’Udienza generale di mercoledì 31 ottobre precisando che se “l’atto di fede è un atto eminentemente personale, che avviene nell’intimo più profondo e che segna un cambiamento di direzione, una conversione personale” esso “è frutto di una relazione, di un dialogo, in cui c’è un ascoltare, un ricevere e un rispondere; è il comunicare con Gesù che mi fa uscire dal mio ‘io’ racchiuso in me stesso per aprirmi all’amore di Dio Padre”.
Il Papa ha quindi messo in luce l’importanza della Tradizione, che “dà la garanzia che ciò in cui crediamo è il messaggio originario di Cristo, predicato dagli Apostoli”. Infatti “se la Sacra Scrittura contiene la Parola di Dio, la Tradizione della Chiesa la conserva e la trasmette fedelmente, perché gli uomini di ogni epoca possano accedere alle sue immense risorse e arricchirsi dei suoi tesori di grazia”.
Il 1 novembre (solennità di Tutti i santi) all’Angelus ha detto che  “la santità non è qualcosa di stantìo o irraggiungibile” ma riguarda tutti.
I Santi sono “segni luminosi dell’amore di Dio”, seguendo Gesù che ha introdotto nel genere umano una “dinamica nuova”, un movimento che sin da ora conduce l’umanità verso Dio che “ci ama come suoi figli” e ci vuole dare pace e gioia in abbondanza.
“In ciascuno di loro – ha aggiunto il Papa - in modo molto personale, si è reso presente Cristo, grazie al suo Spirito che opera mediante la Parola e i Sacramenti. Infatti, l’essere uniti a Cristo, nella Chiesa, non annulla la personalità, ma la apre, la trasforma con la forza dell’amore, e le conferisce, già qui sulla terra, una dimensione eterna. In sostanza, significa diventare conformi all’immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29), realizzando il progetto di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza”.
Domenica 4 novembre Benedetto XVI all’Angelus commentando il Vangelo domenicale ha parlato dell’amore che “prima di essere un comando … è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come un seme, possa germogliare anche dentro di noi e svilupparsi nella nostra vita”.
Per mettere in pratica il comandamento dell’amore ha invitato a guardare alla relazione tra un bambino ed i genitori che “li amano, sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano”.
Così l’amore di Dio: se “ha messo radici profonde in una persona questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi”.
Di qui l’invito ad imparare “a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita: in una parola di amore”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 23 Ottobre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Con l’udienza generale di mercoledì 17 ottobre Benedetto XVI ha aperto un nuovo ciclo di catechesi legate all’Anno della Fede, per aiutare i cristiani a superare la “frattura tra fede e vita”, ritrovando “l’entusiasmo di credere in Gesù Cristo” ed il coraggio nell’annuncio, pur in contesti sociali che sembrano aver dissolto qualsiasi valore profondo.
“L’incontro con Cristo rinnova i nostri rapporti umani, orientandoli, di giorno in giorno, a maggiore solidarietà e fraternità, nella logica dell’amore (…) è un cambiamento che coinvolge la vita, tutto noi stessi: sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane”.
Dunque, la fede coinvolge tutta la persona. “Oggi è necessario ribadirlo con chiarezza, mentre le trasformazioni culturali in atto mostrano spesso tante forme di barbarie, che passano sotto il segno di ‘conquiste di civiltà’ (…) La fede cristiana, operosa nella carità e forte nella speranza, non limita, ma umanizza la vita, anzi la rende pienamente umana”.
Viviamo in un contesto segnato da relativismo, secolarizzazione e da “una diffusa mentalità nichilista” dove “la vita è vissuta spesso con leggerezza, senza ideali chiari e speranze solide, all’interno di legami sociali e familiari liquidi, provvisori.”
Spesso oggi la “fede è vissuta in modo passivo e privato”; esiste un “rifiuto all’educazione alla fede” e, in definitiva, “una frattura tra fede e vita” ed il cristiano spesso “non conosce neppure il nucleo centrale della propria fede cattolica, del Credo, così da lasciare spazio ad un certo sincretismo e relativismo religioso, senza chiarezza sulle verità da credere e sulla singolarità salvifica del cristianesimo.”
Di qui la necessità che “il Credo sia meglio conosciuto, compreso e pregato” e così “scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo e la nostra esistenza quotidiana”.
Domenica 21 ottobre il Papa ha celebrato (nella Giornata Mondiale Missionaria) l’Eucaristia in piazza San Pietro con la Canonizzazione di Giacomo Berthieu, Pietro Calungsod, Giovanni Battista Piamarta, Maria Carmen Sullés y Barangueras, Marianna Cope, Caterina Tekakwitha, Anna Schäffer.
Ha ricordato come il cristiano sia “chiamato a testimoniare e annunciare il messaggio cristiano conformandosi a Gesù Cristo, seguendo la sua stessa via.” Ed è ciò che hanno fatto i sette nuovi Santi con “eroico coraggio”, “totale consacrazione a Dio” e “generoso servizio ai fratelli”, ricordandoli uno ad uno. Jacques Berthieu, nato nel 1838, in Francia, gesuita, in Madagascar “ha lottato contro l’ingiustizia, mentre recava sollievo ai poveri e ai malati”: per questo “sia un incoraggiamento e un modello per i sacerdoti, affinché siano uomini di Dio come lui!”
Il filippino Pedro Calungsod, vissuto nella seconda metà del ‘600, è stato catechista con i missionari Gesuiti. Vicino al popolo Chamorro, tra “persecuzioni a causa di invidie e calunnie” si è distinto per “fede e carità profonde”: sia ispirazione “ad annunciare il Regno di Dio con forza e guadagnare anime a Dio!”
Giovanni Battista Piamarta, sacerdote della diocesi di Brescia, “fu un grande apostolo della carità e della gioventù … per ricondurli alle sorgenti della vita con sempre nuove iniziative pastorali”.
La spagnola Maria del Carmelo Sallés y Barangueras, nata nel 1848, si è distinta per l’impegno nell’insegnamento: la cui “opera educativa, affidata alla Vergine Immacolata, continua a portare frutti abbondanti in mezzo alla gioventù.”
Marianne Cope, nata nel 1838 ad Heppenheim, in Germania, è stata religiosa impegnata in particolare a prendersi cura dei lebbrosi delle Hawaii, dimostrando “l’amore, il coraggio e l’entusiasmo più alti.”
Pure tedesca è Anna Schäffer di Mindelstetten, che, costretta a letto per un grave incidente sul lavoro non ha impoverito la sua vocazione; “possa il suo apostolato di preghiera e di sofferenza, di sacrificio e di espiazione costituire un esempio luminoso per i fedeli!”
E poi c’è la figura particolarissima di Kateri Tekakwitha, nata nell’odierno stato di New York nel 1656 da padre Mohawk e da madre cristiana algonchina. E’ la prima santa amerinda. “In lei, fede e cultura si arricchiscono a vicenda!” A lei il Papa affida “il rinnovamento della fede nelle prime nazioni e in tutta l’America del Nord!”
Il Pontefice ha concluso augurandosi che “la testimonianza dei nuovi Santi, della loro vita generosamente offerta per amore di Cristo” possa “parlare oggi a tutta la Chiesa, e la loro intercessione possa rafforzarla e sostenerla nella sua missione di annunciare il Vangelo al mondo intero.”
Al momento della recita dell’Angelus, Benedetto XVI ha rivolto un pensiero a Lourdes, colpita dall’esondazione del fiume Gave ed una preghiera per i missionari e per i vescovi riuniti in Assemblea sinodale: affidandoli “alla materna protezione della Vergine Maria”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Mercoledì 17 Ottobre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Il Concilio è “un forte appello a riscoprire ogni giorno la bellezza della nostra fede”. E’ stata infatti dedicata all’assise conciliare l’udienza generale di mercoledì 10 ottobre. Così Benedetto XVI ha tracciato un “grande affresco”, un “dipinto” davanti al quale mettersi, o rimettersi, per scoprire, o riscoprire, la “straordinaria ricchezza” dei “frammenti”, dei “tasselli”, dei “particolari passaggi” di quella che Papa Wojtyla, definì “la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo”: il Concilio Vaticano II.
I suoi documenti “sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta”.
Il prof. Joseph Ratzinger che fu al Concilio con la qualifica di “perito”, ha ricordato come a differenza del passato non ci fossero “particolari errori di fede da correggere”, ma si trattava di trovare un “modo rinnovato”, “incisivo”, di mettere in dialogo la fede con un mondo che se ne sta allontanando.
Così da una “seria, approfondita riflessione sulla fede, doveva essere delineato in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l’età moderna, tra il Cristianesimo e certi elementi essenziali del pensiero moderno, non per conformarsi ad esso, ma per presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza”.
Oggi, più che mai, in un mondo “segnato da una dimenticanza e sordità nei confronti di Dio” occorre “imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il Cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio, che è Amore trinitario, e nell’incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue”.
Dopo aver ricordato i “quattro punti cardinali” della bussola del Vaticano II (le Costituzioni conciliari Sacrosanctum Concilium, Lumen gentium, Dei Verbum e Gaudium et spes), il Papa ha auspicato che l’eredità del Concilio aiuti i cristiani a “riscoprire ogni giorno la bellezza” della fede: quando questa manca “crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo”.
Domenica 14 ottobre, all’Angelus, commentando il Vangelo del “giovane ricco” ha spiegato come la ricchezza non dia la felicità sulla terra né la vita eterna.
Citando S. Clemente di Alessandria ha messo in rilievo come “la parabola insegni ai ricchi che non devono trascurare la loro salvezza come se fossero già condannati, né devono buttare a mare la ricchezza né condannarla come insidiosa e ostile alla vita, ma devono imparare in quale modo usare la ricchezza e procurarsi la vita”.
Così “la storia della Chiesa è piena di esempi di persone ricche, che hanno usato i propri beni in modo evangelico, raggiungendo anche la santità”, come S. Francesco, S. Elisabetta d’Ungheria, S. Carlo Borromeo o i Beati (proclamati solennemente sabato 13 ottobre a Praga) Federico Bachstein e tredici Confratelli dell’Ordine dei Frati Minori uccisi nel 1611 a causa della loro fede.
“Sono i primi Beati dell’Anno della fede, e sono martiri: ci ricordano che credere in Cristo significa essere disposti anche a soffrire con Lui e per Lui”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 9 Ottobre 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

La liturgia, “partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo”, una delle fonti privilegiate della preghiera cristiana: su questa tema ha riflettuto Benedetto XVI nell’udienza generale di mercoledì 3 ottobre.
In essa “ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine”. Ora “la preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo. Quindi la vita di preghiera consiste nell’essere abitualmente alla presenza di Dio e averne coscienza, nel vivere in relazione con Dio come si vivono i rapporti abituali della nostra vita, quelli con i familiari più cari, con i veri amici; anzi quella con il Signore è la relazione che dona luce a tutte le nostre altre relazioni”.
Pregare per un cristiano vuol dire “guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo …. parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui”. Così il credente “riscopre la sua vera identità in Cristo”. Pregare significa “elevarsi all’altezza di Dio” e partecipando alla liturgia, “facciamo nostra la lingua madre della Chiesa” seppure “in modo graduale, poco a poco.”
Per questo bisogna imparare, bisogna crescere nella preghiera “rivolgendomi a Dio come Padre e pregando-con-altri, pregando con la Chiesa, accettando il dono delle sue parole, che mi diventano poco a poco familiari e ricche di senso”.
Poiché “non si può pregare Dio in modo individualista”, la liturgia ci aiuta ad entrare “nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre”. Essa “è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto. Non è mai solamente l’evento di una comunità singola, con una sua collocazione nel tempo e nello spazio. E’ importante che ogni cristiano si senta e sia realmente inserito in questo ‘noi’ universale, che fornisce il fondamento e il rifugio all’’io’, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa”.
Giovedì 4 ottobre poi il Papa è andato come pellegrino a Loreto in occasione dei 50 anni del viaggio nella città marchigiana di Giovanni XXIII e per raccomandare alla Vergine il Sinodo sulla nuova evangelizzazione e l’Anno della Fede.
Qui ha ribadito che “senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere” e che “bisogna ritornare a Dio perché l’uomo torni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna”.
Ed è la fede a determinare una svolta nella vita, anche se a volte “abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà”: essendo “proprio Dio che libera la nostra libertà”, diventiamo capaci “di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno: quella del dono di sé, dell’amore, che si fa servizio e condivisione”.
Domenica 7 ottobre, con l’Eucaristia in piazza san Pietro, concelebrata dai Padri sinodali ha dato inizio al XIII Sinodo generale ordinario, dedicato al tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, in programma in Vaticano fino al 28 ottobre.
“La Chiesa esiste per evangelizzare”: infatti “l’evangelizzazione, in ogni tempo e luogo, ha sempre come punto centrale e terminale Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio; e il Crocifisso è per eccellenza il segno distintivo di chi annuncia il Vangelo: segno di amore e di pace, appello alla conversione e alla riconciliazione”.
La nuova evangelizzazione si rivolge principalmente a quei battezzati che si sono allontanati dalla Chiesa e “vivono senza fare riferimento alla prassi cristiana” ed il Sinodo dei Vescovi riflette su ciò “per favorire in queste persone un nuovo incontro con il Signore, che solo riempie di significato profondo e di pace la nostra esistenza; per favorire la riscoperta della fede, sorgente di Grazia che porta gioia e speranza nella vita personale, familiare e sociale”.
In questa occasione Benedetto XVI ha proclamato due nuovi Dottori della Chiesa: lo spagnolo San Giovanni d’Avila, vissuto nel XVI secolo, “uomo di Dio che univa la preghiera costante all’azione apostolica”, e la tedesca Santa Ildegarda di Bingen, del XII secolo, “donna di vivace intelligenza”, capace di “discernere i segni dei tempi”.
Questi e tutti i Santi sono “i veri protagonisti dell’evangelizzazione” ed anche “i pionieri ed i trascinatori della nuova evangelizzazione”. Infatti “la santità non conosce barriere culturali, sociali, politiche, religiose. Il suo linguaggio – quello dell’amore e della verità – è comprensibile per tutti gli uomini di buona volontà e li avvicina a Gesù Cristo, fonte inesauribile di vita nuova”.
Così “lo sguardo sull’ideale della vita cristiana, espresso nella chiamata alla santità, ci spinge a guardare con umiltà la fragilità di tanti cristiani, anzi il loro peccato, personale e comunitario, che rappresenta un grande ostacolo all’evangelizzazione, e a riconoscere la forza di Dio che, nella fede, incontra la debolezza umana. Pertanto, non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione”. Il Papa ha poi ricordato il Beato Giovanni Paolo II, il cui lungo Pontificato è stato “esempio di nuova evangelizzazione”.
All’Angelus, poi, Benedetto XVI, pensando alla Supplica alla Vergine Maria nel Santuario di Pompei (nella ricorrenza della Madonna del Rosario) ha invitato i fedeli a “valorizzare la preghiera del Rosario nel prossimo Anno della Fede. Con il Rosario, infatti, ci lasciamo guidare da Maria, modello di fede, nella meditazione dei misteri di Cristo, e giorno dopo giorno siamo aiutati ad assimilare il Vangelo, così che dia forma a tutta la nostra vita”.
Gian Paolo Cassano