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Archivio della Categoria 'Papa Benedetto XVI'

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 22 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Possano gli africani vivere riconciliati nella pace e nella giustizia!”: così il Papa ha concluso il suo viaggio apostolico in Benin dal 18 al 20 novembre scorso. “E’ stato un successo per la gente! – ha commentato alla Radio Vaticana mons. Antoine Ganyé, arcivescovo di Cotonou – E’ stato un invito “ad una vera amicizia con Dio, con gli uomini e anche con noi stessi…. ad amare Dio profondamente, a essere buoni cristiani e ad amarci tra di noi.”
L’occasione è stata data dalla promulgazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Africae munus, che “apre prospettive pastorali e che susciterà interessanti iniziative” tradotte in “azioni concrete” nella “vita quotidiana”, affidandone l’accompagnamento, “per l’attuazione” del documento, al card. Gantin, “eminente figlio del Benin” alla cui tomba ha reso omaggio a Ouidah.
Il Sinodo per l’Africa “ha dato un impulso alla Chiesa cattolica in Africa, che ha pregato, riflettuto e discusso sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace”.
Nell’esortazione apostolica si indica il programma dell’attività pastorale e della nuova evangelizzazione dell’Africa nei prossimi decenni, sottolineando la necessità di riconciliazione, giustizia e pace. Consapevole delle ricchezze materiali, culturali e spirituali dell’Africa, affronta le tante e drammatiche sfide che il continente deve affrontare in molti settori (sanità, politica, economia, ecologia, società), in una speranza che guarda all’Africa come ad un grande “polmone spirituale” per tutta l’umanità. Un Africa riconciliata che si apre all’evangelizzazione sottolineando l’importanza “dell’interculturalità, termine più adatto che quello di inculturazione, cioè di un incontro delle culture nella comune verità del nostro essere umano nel nostro tempo, e così crescere anche nella fraternità universale”. Così l’Africa evangelizzata 150 anni fa, a sua volta rilancia la dinamica dell’evangelizzazione: “con entusiasmo siate testimoni ardenti della fede che avete ricevuto!” Un messaggio di speranza che è risuonato nell’incontro con le autorità politiche del Benin (sabato 19 novembre) mettendo in guardia da quei pregiudizi ed immagini “che danno della realtà africana una visione negativa, frutto di un’analisi pessimista”.
E’ il vivo desiderio di libertà e di democrazia che emerge nel Continente denunciando “troppi scandali e ingiustizie, troppa corruzione ed avidità, troppo disprezzo e troppe menzogne, troppe violenze che portano alla miseria ed alla morte”.
Di qui l’appello rivolto dal Papa a “tutti i responsabili politici ed economici” africani e del resto del mondo: “non private i vostri popoli della speranza! – è stata la sua esortazione – non amputate il loro futuro mutilando il loro presente … Abbiate un approccio etico con il coraggio delle vostre responsabilità e, se siete credenti, pregate Dio di concedervi la sapienza”.
Benedetto XVI ha ribadito come la Chiesa non offra “alcuna soluzione tecnica e non impone alcuna soluzione politica” ma porti un “messaggio di speranza, una speranza di energia” che le viene da Dio, dal sapere che “l’umanità non è sola davanti alle sfide del mondo”.
Domenica 20 novembre, poi, celebrando l’Eucaristia nello “Stadio dell’Amicizia” di Cotonou ha esortato tutti ad essere “sale e luce di Cristo nella terra africana … testimoni ardenti della fede !”
Bisogna lasciare che “Cristo ci liberi da questo mondo vecchio! La nostra fede in Lui, che è vincitore di tutte le nostre paure, di ogni nostra miseria, ci fa entrare in un mondo nuovo, un mondo in cui la giustizia e la verità non sono una parodia, un mondo di libertà interiore e di pace con noi stessi, con gli altri e con Dio. Ecco il dono che Dio ci ha fatto nel Battesimo!”
Il Papa si anche è rivolto a tutte le persone che “soffrono, ai malati, a quanti sono colpiti dall’Aids o da altre malattie, a tutti i dimenticati della società” che in terra africana sono particolarmente numerosi: “Abbiate coraggio! Gesù ha voluto identificarsi con i piccoli, con i malati; ha voluto condividere la vostra sofferenza e riconoscere in voi dei fratelli e delle sorelle, per liberarli da ogni male, da ogni sofferenza! Ogni malato, ogni povero merita il nostro rispetto e il nostro amore, perché attraverso di lui Dio ci indica la via verso il cielo”.
A chi fa resistenza ad aprire il proprio cuore a chi è debole nella fede, a chi nel modo di vivere ignora la realtà del Vangelo, vivendo esclusivamente nella ricerca di un benessere egoista occorre far “risplendere in ogni luogo il volto amorevole del Salvatore, in particolare davanti ai giovani alla ricerca di ragioni di vita e di speranza in un mondo difficile!”.
Poiché il “cristiano è un costruttore instancabile di comunione, di pace e di solidarietà”, occorre rafforzare la “fede in Gesù Cristo, operando un’autentica conversione alla sua persona. Soltanto Lui ci dà la vera vita e ci può liberare da tutte le nostre paure e lentezze, da ogni nostra angoscia”.
Gian Paolo Cassano

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La Parola di Papa Benedetto

Martedì 22 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

La ricchezza dei Salmi nella preghiera cristiana; lo ha ricordato il Papa nell’udienza di mercoledì 16 novembre “preziose preghiere” compagne della quotidianità di un credente.
Di qui l’invito a tutti “a pregare con i Salmi, magari abituandosi a utilizzare la Liturgia delle Ore della Chiesa, le Lodi al mattino, i Vespri alla sera, la Compieta prima di addormentarsi. Il nostro rapporto con Dio non potrà che essere arricchito nel quotidiano cammino verso di Lui e realizzato con maggiore gioia e fiducia“.
Concludendo il ciclo di riflessioni sui Salmi ha proposto un’articolata meditazione sul Salmo 110 (109), il componimento “messianico” per eccellenza, perché prefigura con ispirata esattezza quella che sarà la missione di Gesù sulla terra, il “Messia vittorioso, glorificato alla destra di Dio”.
Il personaggio che spicca tra le strofe del Salmo è Melchisedek, il re sacerdote di Salem, che contiene in sé quei tratti del sacerdozio regale che diverranno evidenti con la venuta di Cristo: in Lui “si attua la profezia del nostro Salmo e il sacerdozio di Melchìsedek è portato a compimento (…) E l’offerta del pane e del vino, compiuta da Melchìsedek ai tempi di Abramo, trova il suo adempimento nel gesto eucaristico di Gesù, che nel pane e nel vino offre se stesso e, vinta la morte, porta alla vita tutti i credenti”.
Benedetto XVI ha colto poi la “vera regalità” del re di Salem, che ha senso se, come Cristo, è vissuta “nel servizio e nel dono di sé”. Infatti “l’esercizio del potere è un incarico che il re riceve direttamente dal Signore, una responsabilità che deve vivere nella dipendenza e nell’obbedienza, diventando così segno, all’interno del popolo, della presenza potente e provvidente di Dio”.
In essa ha anche evidenziato un segno di grande consolazione e di speranza per l’umanità di oggi nella “battaglia permanente tra il bene e il male”. Infatti “più forte è il Signore, il nostro vero Re e Sacerdote, Cristo, perché combatte con la forza di Dio e, nonostante tutte le cose che ci fanno dubitare sull’esito positivo della storia, vince Cristo e vince il bene, vince l’amore e non l’odio”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 15 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’Udienza di mercoledì 9 novembre il Papa, commentando il Salmo 119, ha evidenziato come la legge di Dio non chieda di essere seguita con l’obbedienza di un servo, ma con l’ascolto di un figlio.
Ha commentato il lungo Salmo, dalla costruzione letteraria complessa, “imponente e solenne”, un canto “unico nel suo genere”, tutto dedicato alla grandezza della Torah, cioè della legge divina “che ne celebra la bellezza, la forza salvifica, la capacità di donare gioia e vita. Perché la Legge divina non è giogo pesante di schiavitù, ma dono di grazia che fa liberi e porta alla felicità”.
Una legge che rende liberi e non schiavi, che “chiede l’ascolto del cuore, un ascolto fatto di obbedienza non servile, ma filiale, fiduciosa, consapevole. L’ascolto della Parola è incontro personale con il Signore della vita, un incontro che deve tradursi in scelte concrete e diventare cammino e sequela”.
Benedetto XVI si è voluto soffermare su un versetto particolare il 57 (“Il Signore è mia parte di eredità”) “di grande importanza anche oggi per tutti noi. Innanzitutto per i sacerdoti, chiamati a vivere solo del Signore e della sua Parola, senza altre sicurezze, avendo Lui come unico bene e unica fonte di vera vita. In questa luce si comprende la libera scelta del celibato per il Regno dei cieli da riscoprire nella sua bellezza e forza”.
Per tutti è un richiamo alla “radicalità del Vangelo”, a confidare nel Signore e nella sua Parola e a vivere con Lui “nella comunione e nella gioia”, chiedendo a Dio che “ci doni di avere sempre al centro della nostra esistenza Lui e la sua santa volontà.”
Nell’Udienza il Pontefice ha espresso la propria vicinanza alle popolazioni colpite dal maltempo ed ha ricevuto anche la cittadinanza onoraria di Natz-Schabs, piccolo comune altoatesino, nella provincia autonoma di Bolzano, dove nacquero Maria Tauber e Maria Tauber-Peintner, rispettivamente bisnonna e nonna materna di Jospeh Ratzinger.
Domenica 13 novembre, all’Angelus, citando la parabola dei talenti, ha invitato a riflettere sui doni che abbiamo ricevuto. “Con questa parabola – ha detto il Papa - Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza”.
Ha quindi citato il commento di San Gregorio Magno: “Egli scrive: È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre”.
Poiché “la carità è il bene fondamentale che nessuno può mancare di mettere a frutto e senza il quale ogni altro dono è vano”, sarà allora “solo praticando la carità, anche noi potremo prendere parte alla gioia del nostro Signore”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 8 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Tutti i membri del Popolo di Dio sono chiamati a diventare santi” e, attraverso diverse vie, “la santità è l’originaria vocazione di ogni battezzato”: lo ha ribadito il Papa nella Solennità di Tutti i Santi, spiegando però che è “unico” il comune denominatore, “seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana”.
Benedetto XVI ha poi invitato a guardare “nell’orizzonte della Chiesa celeste, cui la Solennità di tutti i Santi” ci proietta, ricordando “i nostri cari che ci hanno lasciato, e tutte le anime in cammino verso la pienezza della vita”. Infatti “fin dai primi tempi della fede cristiana, la Chiesa terrena, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi”. E’ una preghiera che è “non solo utile ma necessaria, in quanto essa non solo li può aiutare, ma rende al contempo efficace la loro intercessione in nostro favore”.
Sulla preghiera per i defunti il Pontefice è tornato nell’udienza generale di mercoledì 2 novembre compiendo “un cammino segnato dalla speranza di eternità”. Il Papa ha fatto luce sulla realtà della morte, sul timore che essa suscita, sul vuoto che scava nel cuore e sulla pienezza della consolazione che viene da Dio: “soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento”.
Egli ha colto l’attenzione in chi si preoccupa dei propri morti, con cura e con affetto come un modo di protezione “nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo”.
Oggi, “almeno apparentemente” il mondo “è diventato molto più razionale”, per cui “si è diffusa la tendenza - ha osservato il Papa - a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche”. Ma così “si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, sarebbe una copia di quella presente”.
La visita a un cimitero, invece, lo sguardo sulla foto di una persona amata mentre “si affollano i ricordi”, non risponde ad alcuna scienza. Le tombe aprono uno squarcio nell’anima ben oltre il razionale. Perché “davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità”. Così “nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo … per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza”.
Domenica 6 novembre, all’Angelus, ha continuato a riflettere sulla vita eterna dove la fede “nella morte e risurrezione di Gesù Cristo segna anche in questo campo, uno spartiacque decisivo”. “Se togliamo Dio, se togliamo Cristo – ha ribadito – il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani”. Allora “vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile”: ciò avverrà sulla base dell’amore che “è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita”.
Benedetto XVI ha infine rivolto il pensiero alla Nigeria, sconvolta da atti terroristici e alle popolazioni colpite dall’alluvione.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Mercoledì 2 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Mai più violenza, mai più guerra, mai più terrorismo. In nome di Dio, ogni religione porti sulla terra la pace e la giustizia”. Con queste parole di Benedetto XVI, si è concluso l’incontro interreligioso che (a 25 anni dalla prima convocazione “storica” voluta da Giovanni Paolo II) si è tenuto ad Assisi giovedì 27 ottobre.
Oltre trecento erano i rappresentanti delle religioni del mondo (di cui 176 non cristiani), tra cui il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, una delegazione del patriarcato di Mosca, dell’induismo, del confucianesimo, della fede luterana, delle religioni animiste e di tanti altri credi del globo ed anche. alcuni “atei”, come il filosofo italiano Remo Bodei o la filosofa francese Julia Kristeva.
Due i momenti principali, il primo a S. Maria degli Angeli (in mattinata), il secondo a S. Francesco (nel pomeriggio).
“Siamo animati - ha detto il Papa - dal comune desiderio di essere ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace. Dopo aver rinnovato il nostro impegno verso la pace, scambiandoci un segno di pace, continueremo a sentirci uniti in questo viaggio, nel dialogo, nella continua costruzione di pace e nel nostro impegno per un mondo migliore, un mondo dove ognuno, uomo o donna che sia, possa vivere e perseguire le proprie legittime aspirazioni.”
In mattinata Benedetto XVI parlando ai leader delle varie religioni presenti ha tracciato il profilo storico del 1986, quando il muro di Berlino simbolicamente divideva il pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il crollo di quella barriera dimostrò che la volontà dei popoli di essere liberi era più forte degli arsenali della violenza. Oggi “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza. La discordia assume nuovi e spaventosi volti e la lotta per la pace deve stimolare in modo nuovo tutti noi”.
Ed ecco “i nuovi volti della violenza”, primo fra tutti il terrorismo (spesso “motivato religiosamente”), che mettono “fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza”: ma qui la religione “non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”.
Benedetto XVI ha chiesto che la fede cristiana sia strumento della pace di Dio nel mondo, anche se, purtroppo, “nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”.
Una seconda motivazione della violenza è identificata nell’assenza di Dio, nella sua negazione che corrompe l’uomo, ne provoca il decadimento e comporta violenza.
“I nemici della religione – ha detto Benedetto XVI – vedono in questa una fonte primaria di violenza nella storia dell’umanità e pretendono quindi la scomparsa della religione”: eppure “il ‘no’ a Dio ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio”.
Infine il Papa ha parlato della novità di Assisi 2011, con la presenza, accanto alle religioni mondiali, di un gruppo di alcuni non credenti ai quali “non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Sono persone che “cercano la verità, cercano il vero Dio, la cui immagine nelle religioni, a causa del modo nel quale non di rado sono praticate, è non raramente nascosta. Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio”.
Occorre dunque “ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”.
Prima dell’intervento di Benedetto XVI, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli si sono alternati alcuni capi delle Chiese cristiane d’Oriente e d’Occidente, insieme con esponenti del mondo ebraico ed islamico e dei maggiori culti mondiali.
“Non si tratta – ha detto il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I - come alcuni insinuano, di fare del dialogo interreligioso, o un dialogo ecumenico, in una prospettiva sincretista.” E’ invece riaffermare l’impegno delle religioni ad “investire il campo della società per promuovervi la pace”, in modo che “la famiglia umana – ha aggiunto il primate anglicano, l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams - possa essere più pienamente consapevole di quanta sapienza vi sia da attingere nella lotta contro la follia di un mondo ancora ossessionato da paura e sospetti
L’incontro di Assisi come tappa di quell’universale cammino dell’uomo che tende verso la casa di Dio; così si è espresso il Gran Rabbino David Rosen, certi che il “dialogo sarà un esercizio futile – ha detto l’hindu Acharya Shri Shrivatsa Goswani - se non lo intraprendiamo con umiltà, pazienza, e il desiderio di rispettare l’’altro’ – e ciò senza pretendere lo stesso in cambio. Questo ci renderà capaci di dire ‘no’ all’ingiustizia di ogni tipo. Ciò richiede molto coraggio, e quel coraggio verrà solo dalla preghiera”.
C’era stato spazio per un pranzo frugale e per una preghiera silenziosa da parte di tutti, per concludersi con il rinnovo dell’impegno di pace da parte di tutti i rappresentanti delle religioni.
Il Papa era giunto ad Assisi in treno insieme ad i capi delle grandi religioni mondiali, facendosi pellegrino; pellegrino della verità e pellegrino della pace. Il richiamo a una disponibilità maggiore al dialogo, a costruire la pace e la giusta convivenza tra i popoli è uno degli aspetti fondamentali di questa giornata.
Il pellegrinaggio è l’immagine “di come - ha aggiunto il Pontefice - la dimensione spirituale sia l’elemento chiave nella costruzione della pace” sentendosi “ancor più coinvolti, insieme a tutti gli uomini e le donne delle comunità che rappresentiamo nel nostro comune pellegrinaggio umano”, continuando “ad essere uniti in questo viaggio, in dialogo, nella quotidiana costruzione della pace e nel nostro impegno per un mondo migliore” .
Tutti i capi delegazione hanno ricevuto una lampada accesa, hanno solennemente rinnovato il comune impegno per la pace e si sono recati nella Cripta per una visita in silenzio alla Tomba di San Francesco. Benedetto XVI ha ripetuto il triplice “mai più”, pronunciato da Giovanni Paolo II nel 2002 ad Assisi, dopo l’11 settembre e la guerra in Afghanistan: “mai più violenza! mai più guerra! mai più terrorismo! In nome di Dio, ogni religione porti sulla terra Giustizia e Pace, Perdono e Vita, Amore”.
Gian Paolo Cassano

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La Parola di Papa Benedetto

Mercoledì 2 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’udienza di mercoledì 26 ottobre, alla viglia dell’incontro di Assisi, il Papa ha auspicato che i cristiani siano strumenti di pace in un mondo lacerato dalle guerre e dagli egoismi.
Infatti “chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace” e chi “costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio”. Si è soffermato sul testo del libro di Zaccaria, che annuncia l’avvento di un re umile, che annuncia la pace alle nazioni, che è Gesù, “re povero tra i poveri, mite tra coloro che vogliono essere miti.” E’ un re che “realizza la pace sulla Croce,” che “è il nuovo arco di pace, segno e strumento di riconciliazione, di perdono, di comprensione, segno che l’amore è più forte di ogni violenza e di ogni oppressione, più forte della morte: il male si vince con il bene, con l’amore”. Ed il Signore nell’Eucaristia realizza quella comunione che ci toglie dai nostri individualismi “per formare di noi un solo corpo, un solo regno di pace in un mondo diviso”. Qui “Egli viene, si rende presente; e nell’entrare in comunione con Lui anche gli uomini sono uniti tra di loro in un unico corpo, superando divisioni, rivalità, rancori”.
Chi allora vuole essere “discepolo del Signore”, deve essere pronto “anche alla passione e al martirio, a perdere la propria vita per Lui, perché nel mondo trionfino il bene, l’amore, la pace”. Per questo motivo “i cristiani non devono mai cedere alla tentazione di diventare lupi tra i lupi; non è con il potere, con la forza, con la violenza che il regno di pace di Cristo si estende, ma con il dono di sé, con l’amore portato all’estremo, anche verso i nemici. Gesù non vince il mondo con la forza delle armi, ma con la forza della Croce, che è la vera garanzia della vittoria”.
Domenica 30 ottobre, all’Angelus, ricordando quanti (in Thailandia ed Italia) sono stati colpiti da alluvioni, ha parlato di coerenza e verità di insegnamenti ricordando che Cristo “pratica per primo il comandamento dell’amore, che insegna a tutti”.
Gesù “rimprovera gli scribi e i farisei, che avevano nella comunità un ruolo di maestri, perché la loro condotta era apertamente in contrasto con l’insegnamento che proponevano agli altri con rigore”, mentre “l’atteggiamento di Gesù è esattamente l’opposto: Egli pratica per primo il comandamento dell’amore, che insegna a tutti, e può dire che esso è un peso leggero e soave proprio perché ci aiuta a portarlo insieme con Lui”.
Cristo è “il nostro vero e unico Maestro” che “esprime la verità del suo insegnamento attraverso la fedeltà alla volontà del Padre, attraverso il dono di se stesso” non opprimendo “la libertà altrui in nome della propria autorità”. Egli “si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore.”
Gian Paolo Cassano

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La Parola di Papa Benedetto

Lunedì 24 Ottobre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Continuando la catechesi sulla preghiera, mercoledì 19 ottobre il Papa si è soffermato sul Salmo 136 – 135 (secondo la numerazione greco-latina) il “Grande Hallel”, che ripercorre le “tappe più importanti della storia della salvezza, fino a giungere al mistero pasquale in cui l’azione salvifica di Dio arriva al suo culmine”.
Celebra la misericordia del Signore “nelle molteplici, ripetute manifestazioni della sua bontà”. Anche noi dovremmo ricordarci “della bontà del Signore. La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida”.
Il salmo ci fa cogliere, come motivo unificante, l’amore eterno di Dio che si riveste di fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza che si manifesta innanzitutto. La prima manifestazione di questo amore, indicata nel Salmo, è la creazione: infatti “il mondo creato non è un semplice scenario su cui si inserisce l’agire salvifico di Dio, ma è l’inizio stesso di quell’agire meraviglioso. Con la creazione, il Signore si manifesta in tutta la sua bontà e bellezza, si compromette con la vita, rivelando una volontà di bene da cui scaturisce ogni altro agire di salvezza”.
Il Salmo ripercorre poi il grande evento dell’esodo di Israele con l’immagine del Mar Rosso diviso in due e, nello snodarsi delle “grandi meraviglie” si giunge al “dono della terra, un dono che il popolo deve ricevere senza mai impossessarsene, vivendo continuamente in un atteggiamento di accoglienza riconoscente e grata”.
Domenica 23 ottobre, celebrando in San Pietro l’Eucaristia, nella quale ha canonizzato mons. Guido Maria Conforti, don Luigi Guanella e suor Bonifacia Rodríguez de Castro, Benedetto XVI li ha presentati come modelli da imitare nella più grande legge del Vangelo. Ora la santità non ha una forma uguale per tutti, ma quelle mille che l’amore di Dio suggerisce a un cuore capace di amare gli altri. E’ l’amore pieno e totale a Dio, quello di cui sono capaci i Santi; così “l’esigenza principale per ognuno di noi è che Dio sia presente nella nostra vita. Egli deve, come dice la Scrittura, penetrare tutti gli strati del nostro essere e riempirli completamente: il cuore deve sapere di Lui e lasciarsi toccare da Lui; e così anche l’anima, le energie del nostro volere e decidere, come pure l’intelligenza e il pensiero”.
Don Luigi Guanella (fondatore della Congregazione dei Servi della Carità e dell’Istituto delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza) è stato un monumento di generosità verso il prossimo, “compagno e maestro – ha detto il Papa - conforto e sollievo dei più poveri e dei più deboli”. Credette con “coraggio e determinazione” a quel “grande comandamento” dell’amore. “Nella sua testimonianza, così carica di umanità e di attenzione agli ultimi, riconosciamo un segno luminoso della presenza e dell’azione benefica di Dio (…) Questo nuovo Santo della carità sia per tutti, in particolare per i membri delle Congregazioni da lui fondate, modello di profonda e feconda sintesi tra contemplazione e azione, così come egli stesso l’ha vissuta e messa in atto”.
Mons. Guido Maria Conforti (arcivescovo e fondatore della Pia Società di San Francesco Saverio per le missioni estere) fondò a soli 30 anni una famiglia religiosa e a 37 anni fu vescovo di Ravenna e poi di Parma (sua città di origine), quasi una sorta di enfant prodige del servizio al Vangelo.
“In ogni circostanza – ha aggiunto il Papa - anche nelle sconfitte più mortificanti, seppe riconoscere il disegno di Dio, che lo guidava ad edificare il suo Regno soprattutto nella rinuncia a sé stesso e nell’accettazione quotidiana della sua volontà, con un abbandono confidente sempre più pieno (…) San Guido Maria Conforti tenne fisso il suo sguardo interiore sulla Croce, che dolcemente lo attirava a sé; nel contemplarla (…) scorgeva l’’urgente’ desiderio, nascosto nel cuore di ogni uomo, di ricevere e di accogliere l’annuncio dell’unico amore che salva”.
Luminosa è anche la storia di suor Bonifacia Rodríguez de Castro, spagnola di Salamanca, fondatrice della Congregazione delle Serve di San Giuseppe. Una semplice artigiana all’esterno con il fuoco di Dio dentro, che sceglie di portare Cristo tra i telai e le macchine da cucire, tra donne che potrebbero essere vittime di sfruttamento e che con lei e le suore dell’Istituto che fonda, trovano invece lavoro, sicurezza e fede. “Si presenta a noi come un modello perfetto nel quale risuona il lavoro di Dio, un’eco che chiama le sue figlie, le Suore di San Giuseppe e tutti noi, ad accettare la sua testimonianza con la gioia dello Spirito Santo, senza la paura della delusione, diffondendo ovunque la buona novella del Regno dei Cieli”.
All’Angelus ha affidato poi all’intercessione della Vergine “la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo” ad Assisi.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Venerdì 21 Ottobre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Un “anno della fede”; lo ha annunciato domenica 16 ottobre il Papa presiedendo l’Eucaristia in San Pietro per i nuovi evangelizzatori, “per dare rinnovato impulso alla missione di tutta la Chiesa di condurre gli uomini fuori dal deserto in cui spesso si trovano verso il luogo della vita, l’amicizia con Cristo che ci dona la vita in pienezza.”
L’’Anno della Fede inizierà l’11 ottobre 2012, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’Universo: “sarà un momento di grazia e di impegno per una sempre più piena conversione a Dio, per rafforzare la nostra fede in Lui e per annunciarLo con gioia all’uomo del nostro tempo”.
Nella lettera apostolica di indizione (“Porta fidei”), pubblicata lunedì 17 ottobre il Papa indica l’esigenza di “riscoprire il cammino della fede” per ritrovare “il gusto di nutrirci della Parola di Dio”. La “porta della fede” è sempre aperta: “è possibile oltrepassare quella soglia – scrive il Papa - quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma”. Nella società di oggi, segnata da una profonda crisi di fede, “non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta”. Ricordando l’insegnamento di Gesù, “datevi da fare non per il cibo che non dura ma per il cibo che rimane per la vita eterna” (Gv 6,27), il Papa indica la meta di questo “mettersi in cammino”: “credere in Gesù Cristo è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza”.
Non è la prima volta che la Chiesa è chiamata a celebrare un Anno della Fede, già Paolo VI ne indisse uno simile nel 1967 nella memoria del XIX centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per “prendere esatta coscienza della sua fede, per ravvivarla, per purificarla, per confermarla, per confessarla”.
Significativo poi il ricordo del 50° dell’inizio del Concilio come “una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre”.
Nell’omelia in San Pietro, il Papa, ha ricordato che la missione della Chiesa va compresa secondo il “senso teologico della storia”, in quanto “i rivolgimenti epocali, il succedersi delle grandi potenze stanno sotto il supremo dominio di Dio; nessun potere terreno può mettersi al suo posto”. Essa “è un aspetto importante, essenziale della nuova evangelizzazione, perché gli uomini del nostro tempo, dopo la nefasta stagione degli imperi totalitari del XX secolo, hanno bisogno di ritrovare uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico”.
Ha poi sottolineato che “ogni missionario del Vangelo deve sempre tenere presente” che “è il Signore che tocca i cuori con la sua Parola e il suo Spirito”, perché è Dio che chiama le persone alla fede. Benedetto XVI ha invitato ad annunciare al mondo Cristo: “i nuovi evangelizzatori sono chiamati a camminare per primi in questa Via che è Cristo, per far conoscere agli altri la bellezza del Vangelo che dona la vita. E su questa Via non si cammina mai da soli, ma in compagnia: un’esperienza di comunione e di fraternità che viene offerta a quanti incontriamo, per partecipare loro la nostra esperienza di Cristo e della sua Chiesa. Così, la testimonianza unita all’annuncio può aprire il cuore di quanti sono in ricerca della verità, affinché possano approdare al senso della propria vita”.
All’angelus il Papa ha rilanciato l’urgenza di un rinnovato annuncio del Vangelo, specie nei Paesi di antica tradizione cristiana, richiamando “la bellezza e la centralità della fede, l’esigenza di rafforzarla e approfondirla a livello personale e comunitario, e farlo in prospettiva non tanto celebrativa, ma piuttosto missionaria, nella prospettiva, appunto, della missione ad gentes e della nuova evangelizzazione”.
Mercoledì 12 ottobre, all’Udienza generale, ha riflettuto sul Salmo 126, sulla necessità di credere alla presenza di Dio anche quando si attraversano momenti difficili.
E’ la certezza espressa dal salmista dove “la fine della deportazione e il ritorno in patria sono sperimentati come un meraviglioso ritorno alla fede, alla fiducia, alla comunione con il Signore; è un ‘ristabilimento della sorte’ che implica anche conversione del cuore, perdono, ritrovata amicizia con Dio”.
Ciò dovrebbe aprire gli occhi e allargare il cuore soprattutto dei cristiani. “Nella nostra preghiera – ha indicato Benedetto XVI – dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi”, attenti alla provvidenza di Dio “che diventa gratitudine, è molto importante per noi e ci crea una memoria del bene che ci aiuta anche nelle ore buie”.
Benedetto XVI si è poi soffermato sulla seconda parte del salmo dove il manifestarsi della salvezza viene descritto attraverso l’azione della semina. “Gettare il seme è un gesto di fiducia e di speranza; è necessaria l’operosità dell’uomo, ma poi si deve entrare in un’attesa impotente, ben sapendo che molti fattori saranno determinanti per il buon esito del raccolto e che il rischio di un fallimento è sempre in agguato (…) È il mistero nascosto della vita, sono le meravigliose “grandi cose” della salvezza che il Signore opera nella storia degli uomini e di cui gli uomini ignorano il segreto”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 11 Ottobre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO

a cura di Gian Paolo Cassano

Quando Dio apre la sua tenda per accoglierci, nulla può farci del male”. E’ il messaggio di fiducia del salmo 23 a cui Benedetto XVI ha fatto riferimento nell’Udienza di mercoledì 5 ottobre, rammentando come la presenza di Dio sia certa anche nel “deserto del razionalismo”. Se camminiamo dietro al Buon Pastore “Cristo, siamo certi di andare sulle strade ‘giuste’ e che il Signore ci guida e ci è sempre vicino e non ci mancherà nulla”.

E’ Lui, il Cristo, “il ‘Buon Pastore’ che va in cerca della pecora smarrita, che conosce le sue pecore e dà la vita per loro, Egli è la via, il giusto cammino che ci porta alla vita, la luce che illumina la valle oscura e vince ogni nostra paura (…) Chi va col Signore anche nelle vali oscure della sofferenza, dell’incertezza e di tutti i problemi umani, si sente sicuro. Tu sei con me: questa è la nostra certezza, quella che ci sostiene”.

Domenica 9 ottobre si è recato in visita apostolica in terra calabrese, incoraggiando i fedeli che hanno sfidato la pioggia ed il vento: “la fede dei Santi rinnova il mondo! Con la stessa fede, anche voi, rinnovate oggi la vostra e nostra amata Calabria!”. Due le tappe sostanziale del viaggio del Papa: Lamezia e Serra san Bruno.

In mattinata ha celebrato l’ Eucaristia a Lamezia Terme accolto dalle autorità civili e dal Vescovo mons, Luigi Antonio Cantafora.

Nell’omelia il Pontefice ha commentato la parabola del banchetto di nozze con un’immagine “usata spesso nelle Scritture per indicare la gioia nella comunione e nell’abbondanza dei doni del Signore”.

Riferendosi poi a un bel commento di san Gregorio Magno ha spiegato come “quel commensale” che “ha risposto all’invito di Dio a partecipare al suo banchetto, ha, in un certo modo, la fede che gli ha aperto la porta della sala, ma gli manca qualcosa di essenziale: la veste nuziale, che è la carità, l’amore”.

Da qui, l’invito a custodire la carità e l’invito a tutta la popolazione Calabrese a perseverare e crescere nell’aiuto reciproco, nel rispetto di ogni bene pubblico in una “terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza.”

Per questo li ha esortati a non cedere “mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione”.

Nel pomeriggio si è recato all’antica “cittadella” dello spirito che è la Certosa di Serra San Bruno fondata dal grande santo certosino presiedendo la celebrazione dei Vespri con i monaci.

I monasteri - ha soggiunto - hanno nel mondo una funzione molto preziosa, direi indispensabile. Se nel medioevo essi sono stati centri di bonifica dei territori paludosi, oggi servono a ‘bonificare’ l’ambiente in un altro senso: a volte, infatti, il clima che si respira nelle nostre società non è salubre, è inquinato da una mentalità che non è cristiana, e nemmeno umana, perché dominata dagli interessi economici, preoccupata soltanto delle cose terrene e carente di una dimensione spirituale”.

Rivolgendosi ancora ai 16 monaci che compongono la comunità della Certosa, Benedetto XVI, ha evidenziato la radicalità della loro scelta di unione con Dio: voi avete trovato il tesoro nascosto, la perla di grande valore (cfr Mt 13,44-46); avete risposto con radicalità all’invito di Gesù … Ogni monastero – maschile o femminile – è un’oasi in cui, con la preghiera e la meditazione, si scava incessantemente il pozzo profondo dal quale attingere l’acqua viva per la nostra sete più profonda”.

Ritirandosi nel silenzio e nella solitudine il monaco “rischia: si espone alla solitudine e al silenzio per non vivere di altro che dell’essenziale, e proprio nel vivere dell’essenziale trova anche una profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo.”

Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 4 Ottobre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO

a cura di Gian Paolo Cassano

Benedetto XVI ha ripreso il tema del suo viaggio in Germania nel corso dell’udienza generale di mercoledì 28 settembre.

Un viaggio “dal nord al sud, dall’est all’ovest”, da Berlino a Friburgo, per percepire tra i cattolici la “gioia” di esserlo, per confermare nella fede la Chiesa tedesca ed esortarla a una maggiore libertà dai “fardelli materiali”, per rendere più forti e amichevoli i rapporti ecumenici e interreligiosi, oltre che istituzionali.

Il papa ha ricordato come nella sua prima tappa a Berlino abbia voluto “esporre il fondamento del diritto e del libero Stato di diritto, cioè la misura di ogni diritto, inscritto dal Creatore nell’essere stesso della sua creazione. E’ necessario perciò allargare il nostro concetto di natura, comprendendola non solo come un insieme di funzioni ma oltre questo come linguaggio del Creatore per aiutarci a discernere il bene dal male”.

Berlino è stato anche il luogo nel quale toccare con mano l’evoluzione dei rapporti della Chiesa con l’ebraismo e l’islam in Germania, riflettendo in particolare con il mondo musulmano sull’importanza, ha detto il Papa, della “libertà religiosa per uno sviluppo pacifico dell’umanità”.

In Turingia, “terra della riforma protestante”, Benedetto XVI, incontrando i vertici della Chiesa evangelica, ha ribadito l’impegno per l’unità “ben consapevoli che non possiamo ‘fare’ né la fede né l’unità tanto auspicata. Una fede creata da noi stessi non ha alcun valore, e la vera unità è piuttosto un dono del Signore” perché “solo Cristo può donarci quest’unità, e saremo sempre più uniti nella misura in cui torniamo a Lui e ci lasciamo trasformare da Lui”.

Nel suo viaggio poi il Papa si è immerso in una realtà dove proclamarsi cristiani ha voluto dire in passato sfidare l’oppressione nazista e comunista, ma ha potuto constatare come la fede in Germania abbia “un volto giovane, che è viva e ha un futuro”, confidando “nella collaborazione attiva dei giovani: con la grazia di Cristo, essi sono in grado di portare al mondo il fuoco dell’amore di Dio”.

Domenica 2 ottobre, all’Angelus, ha ricordato la figura della nuova beata piemontese Suor Antonia Maria Verna; poi, soffermandosi sulla parabola dei vignaioli infedeli, ha esortato a restare uniti a Cristo come il tralcio alla vite.

Dio ha un progetto per i suoi amici, ma purtroppo la risposta dell’uomo è spesso orientata all’infedeltà, che si traduce in rifiuto. L’orgoglio e l’egoismo impediscono di riconoscere e di accogliere persino il dono più prezioso di Dio: il suo Figlio unigenito”.
Di qui, una viva esortazione del Papa ai fedeli di oggi: “saldamente ancorati nella fede alla pietra angolare che è Cristo, rimaniamo in Lui come il tralcio che non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite. Solamente in Lui, per Lui e con Lui si edifica la Chiesa, popolo della nuova Alleanza”.

Gian Paolo Cassano