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Archivio della Categoria 'Papa Benedetto XVI'

La Parola di Papa Benedetto

Lunedì 30 Gennaio 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Continua la catechesi del Papa sulla preghiera; nel corso dell’Udienza di mercoledì 25 gennaio si è fermato sull’orazione che Gesù rivolge al Padre nell’Ora della sua glorificazione “perché tutti siano una cosa sola”.
Lì ”Egli, sacerdote e vittima, prega per se stesso, per gli apostoli e per tutti coloro che crederanno in Lui, per la Chiesa di tutti i tempi”, entrando “nella più piena obbedienza al Padre”.
C’è qui “il primo atto del sacerdozio nuovo di Gesù, che è un donarsi totalmente sulla Croce e proprio sulla Croce” ma anche l’intercessione per i suoi discepoli “perché siano anch’essi consacrati nella verità”.
Il terzo atto si estende fino alla fine del tempo, rivolgendosi “al Padre per decidere a favore di tutti coloro che saranno portati alla fede mediante la missione inaugurata dagli apostoli e continuata nella storia.”
Ma la richiesta centrale della preghiera sacerdotale di Gesù è quella della futura unità di quanti crederanno in Lui, che arriva “a noi dal Padre mediante il Figlio e nello Spirito”. Essa “da una parte è una realtà segreta che sta nel cuore delle persone credenti. Ma al tempo stesso essa deve apparire con tutta la chiarezza nella storia, deve apparire perché il mondo creda, ha uno scopo molto pratico e concreto, deve apparire perché tutti siano realmente una sola cosa”.
E’ il dono dell’unità della Chiesa che “nasce dalla preghiera di Gesù. Questa preghiera, però, non è soltanto parola: è l’atto in cui egli ‘consacra’ se stesso e cioè ‘si sacrifica’ per la vita del mondo”.
Domenica 29 gennaio, all’Angelus, insieme a due bambini dell’ACR (c’erano in piazza S. Pietro oltre 2000 bambini dell’Azione Cattolica romana) ha lanciato come ogni anno delle colombe “come segno di pace per la città di Roma e per il mondo intero”.
In particolare Benedetto XVI si è soffermato sul tema dell’autorità; se “spesso per l’uomo l’autorità significa possesso, potere, dominio, successo” nella logica di Dio, invece “significa servizio, umiltà, amore; significa entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13,5), che cerca il vero bene dell’uomo, che guarisce le ferite, che è capace di un amore così grande da dare la vita, perché è l’Amore.”
“L’autorità divina non è una forza della natura”, ma “è il potere dell’amore di Dio che crea l’universo e, incarnandosi nel Figlio Unigenito, scendendo nella nostra umanità, risana il mondo corrotto dal peccato.”
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 24 Gennaio 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Sull’unità dei cristiani si è fermato il Papa nel corso dell’udienza generale di mercoledì 18 gennaio, nel primo giorno dell’ottavario di preghiera, in cui “l’impulso impresso dal Concilio Vaticano II alla ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo trova ogni anno una delle sue più efficaci espressioni”. I Padri conciliari avevano posto la ricerca ecumenica al centro della vita della Chiesa: incoraggiando i fedeli a partecipare “con slancio all’opera ecumenica” che “appartiene – scrive Giovanni Paolo II nell’Ut unum sint (n.9) - invece all’essere stesso di questa comunità”.
Siamo consapevoli che “l’unità verso cui tendiamo – ha affermato Benedetto XVI - non potrà essere solo il risultato dei nostri sforzi, ma sarà piuttosto un dono ricevuto dall’alto, da invocare sempre”.
Il tema di quest’anno porta a riflettere sul significato di “vittoria” e “sconfitta”, vittoria capace di trasformare l’uomo, non per la strada del “potere e la potenza”, ma attraverso “l’amore, il servizio reciproco, la nuova speranza e il concreto conforto” agli “ultimi, ai dimenticati, ai rifiutati”.
Infatti “per tutti i cristiani, la più alta espressione di tale umile servizio è Gesù Cristo stesso, il dono totale che fa di Se stesso, la vittoria del suo amore sulla morte, che splende nella luce del mattino di Pasqua. Noi possiamo prendere parte a questa ‘vittoria’ trasformante se ci lasciamo trasformare da Dio, solo se operiamo una conversione della nostra vita”.
Non si tratta solo di cooperazione, “occorre rafforzare la nostra fede in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, che ci ha parlato e si è fatto uno di noi; occorre entrare nella nuova vita in Cristo, che è la nostra vera e definitiva vittoria; occorre aprirsi gli uni agli altri, cogliendo tutti gli elementi di unità che Dio ha conservato per noi e sempre nuovamente ci dona; occorre sentire l’urgenza di testimoniare all’uomo del nostro tempo il Dio vivente, che si è fatto conoscere in Cristo”.
L’ecumenismo “è una grande sfida per la nuova evangelizzazione, che può essere più fruttuosa se tutti i cristiani annunciano insieme la verità del Vangelo di Gesù Cristo e danno una risposta comune alla sete spirituale dei nostri tempi”.
Domenica 22 gennaio all’Angelus è tornato ancora sul tema invitando a “riconoscere e accogliere la forza trasformante della fede in Gesù Cristo sostiene i cristiani anche nella ricerca della piena unità tra di loro”.
Così ha ricordato che “la nostra ricerca di unità può essere condotta in maniera realistica” solo se “lasciamo agire Dio”, poiché l’unità visibile è “sempre opera che viene dall’alto, da Dio, opera che chiede l’umiltà di riconoscere la nostra debolezza e di accogliere il dono” ed “esige dunque il nostro quotidiano impegno di aprirci gli uni agli altri nella carità”. Allora “il tempo che dedicheremo alla preghiera per la piena comunione dei discepoli di Cristo ci permetterà di comprendere più profondamente come saremo trasformati dalla sua vittoria, dalla potenza della sua risurrezione”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 17 Gennaio 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Partecipando all’Eucaristia, anche noi viviamo la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno; lo ha ricordato il Papa, continuando la riflessione sulla preghiera di Gesù durante l’udienza generale di mercoledì 11 gennaio.
Durante l’Ultima Cena “Gesù guarda alla sua Passione, Morte e Risurrezione, essendone pienamente consapevole. Egli vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua Croce e la sua Risurrezione”.
Nella preghiera mostra poi “la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre”.
Benedetto XVI si è poi soffermato sull’attenzione di Gesù per ciascuno di noi, che “partecipando all’Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo. Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me»”.
Il Papa ha quindi esortato a chiedere “al Signore che, dopo esserci debitamente preparati, anche con il Sacramento della Penitenza” anche “la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli”.
Domenica 15 gennaio, all’Angelus (in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato) ha pregato per i migranti “protagonisti dell’annuncio del Vangelo” nella società contemporanea, con l’invito ad “essere testimoni autentici del Vangelo” e “portatori della Buona Novella” con loro.
“Milioni di persone sono coinvolte nel fenomeno delle migrazioni, ma esse non sono numeri! Sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace. Nel mio Messaggio per questa Giornata ho richiamato l’attenzione sul tema ‘Migrazioni e nuova evangelizzazione’, sottolineando che i migranti sono non soltanto destinatari, ma anche protagonisti dell’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”.
Soffermandosi poi sul tema della vocazione, (in sintonia con la liturgia domenicale) ha sottolineato “il ruolo decisivo della guida spirituale nel cammino di fede e, in particolare, nella risposta alla vocazione di speciale consacrazione per il servizio di Dio e del suo popolo”. E’ “la stessa fede cristiana” che “di per sé, presuppone l’annuncio e la testimonianza” che “consiste nell’adesione alla buona notizia che Gesù di Nazaret è morto e risorto, che è Dio. E così anche la chiamata a seguire Gesù più da vicino, rinunciando a formare una propria famiglia per dedicarsi alla grande famiglia della Chiesa, passa normalmente attraverso la testimonianza e la proposta di un ‘fratello maggiore’, di solito un sacerdote. Questo senza dimenticare il ruolo fondamentale dei genitori, che con la loro fede genuina e gioiosa e il loro amore coniugale mostrano ai figli che è bello ed è possibile costruire tutta la vita sull’amore di Dio”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Lunedì 9 Gennaio 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

La luce e la gioia del Natale da portare a tutti. Su questo tema si è soffermato Benedetto XVI nella prima udienza dell’anno, mercoledì 4 gennaio: “il Vangelo è la luce da non nascondere, da mettere sulla lucerna. La Chiesa non è la luce, ma riceve la luce di Cristo, la accoglie per esserne illuminata e per diffonderla in tutto il suo splendore. E questo deve avvenire anche nella nostra vita personale”.
E’ lo stupore di contemplare “il volto di quell’umile bambino perché sappiamo che è il Volto di Dio presente per sempre nell’umanità, per noi e con noi”: infatti “è gioia perché vediamo e siamo finalmente sicuri che Dio è il bene, la vita, la verità dell’uomo e si abbassa fino all’uomo, per innalzarlo a Sé: Dio diventa così vicino da poterlo vedere e toccare”. E’ il “mirabile scambio” fra la divinità e l’umanità: Dio condivide l’atto di nascere e rivela così all’uomo “la sua dignità più profonda: quella di essere figlio di Dio”, grazie all’umiltà di Dio “che scende e così entra in noi nella sua umiltà e ci eleva alla vera grandezza del suo essere”. Uno scambio che si rende presente in modo reale nell’Eucaristia. Celebrando l’Eucaristia in San Pietro nel giorno dell’Epifania (con l’ordinazione episcopale di mons. Charles John Brown, nuovo nunzio apostolico in Irlanda, e mons. Marek Solczyński, nuovo nunzio apostolico in Georgia e Armenia) ha parlato del coraggio dell’umiltà dei Magi. Erano “uomini di scienza” che volevano sapere di più, “volevano capire cosa conta nell’essere uomini … erano persone dal cuore inquieto, che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto. Erano uomini alla ricerca della promessa, alla ricerca di Dio. Ed erano uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso ed insistente. Ma erano anche uomini coraggiosi e insieme umili: possiamo immaginare che dovettero sopportare qualche derisione, perché si incamminarono verso il Re dei Giudei, affrontando per questo molta fatica”. Una fatica assunta dai Magi per cercare la verità attraverso “un percorso lungo e incerto”. In tutto questo ci sono i tratti essenziali del ministero episcopale: “anche il vescovo deve essere un uomo dal cuore inquieto che non si accontenta delle cose abituali di questo mondo, ma segue l’inquietudine del cuore che lo spinge ad avvicinarsi interiormente sempre di più a Dio, a cercare il suo Volto, a conoscerLo sempre di più, per poterLo amare sempre di più”. Il vescovo deve caratterizzarsi per “la preghiera continua” che vuol dire “non perdere mai il contatto con Dio”; infatti “solo chi conosce personalmente Dio può guidare gli altri verso Dio”.
All’Angelus ha annunciato il Concistoro per la creazione di 22 nuovi cardinali (18 febbraio), di cui 16 europei (compresi 7 italiani: mons. Giuseppe Versaldi, mons. Domenico Calcagno, mons. Giuseppe Bertello, mons. Fernando Filoni, mons. Giuseppe Betori, mons. Antonio Maria Vegliò, mons. Francesco Coccopalmerio), 4 dalle Americhe e 2 dall’Asia.
Poi ha evidenziato il tema della luce che è Gesù, “il sole apparso all’orizzonte dell’umanità per illuminare l’esistenza personale di ognuno di noi e per guidarci tutti insieme verso la meta del nostro pellegrinaggio, verso la terra della libertà e della pace, in cui vivremo per sempre in piena comunione con Dio e tra di noi”.
Così la Chiesa è chiamata a rivestirsi della luce del Signore, mentre il mondo “con tutte le sue risorse, non è in grado di dare all’umanità la luce per orientare il suo cammino”.
E’ ciò che “riscontriamo anche ai nostri giorni: la civiltà occidentale sembra avere smarrito l’orientamento, naviga a vista. Ma la Chiesa, grazie alla Parola di Dio, vede attraverso queste nebbie. Non possiede soluzioni tecniche, ma tiene lo sguardo rivolto alla meta, e offre la luce del Vangelo a tutti gli uomini di buona volontà, di qualunque nazione e cultura”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 3 Gennaio 2012

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’ultima udienza generale del 2011 (mercoledì 28 dicembre) il Papa ha ripercorso gli anni giovanili di Gesù a Nazareth insieme con Maria e Giuseppe, e, ricordando come la famiglia sia “la prima scuola di preghiera”, ha invitato i cristiani a “riscoprire la bellezza di pregare insieme”. Infatti “nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori: vivere in un’atmosfera segnata dalla presenza di Dio. Un’educazione autenticamente cristiana non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto”.
Questo non è avvenuto nella S. Famiglia dove specialmente Maria ha vissuto una “singolare intimità” con Dio: “alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria”.
Che dire poi di Giuseppe di cui la Chiesa conserva un’immagine e la sostanza di una persona “fedele, costante, operosa” che “sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria”, in sinagoga al sabato o nei normali ritmi familiari ? “Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia”.
In Gesù giovane il riferimento al “Padre mio” (come è raccontato nell’episodio del ritrovamento al Tempio) è “la chiave di accesso al mistero della preghiera cristiana”. E’ Lui che “ci insegna come essere figli, proprio nell’essere col Padre nella preghiera. Il mistero cristologico, il mistero dell’esistenza cristiana è intimamente collegato, fondato sulla preghiera. Gesù insegnerà un giorno ai suoi discepoli a pregare, dicendo loro: quando pregate dite ‘Padre’. E, naturalmente, non ditelo solo con una parola, ditelo con la vostra esistenza, imparate sempre più a dire con la vostra esistenza: ‘Padre’, e così sarete veri figli nel Figlio, veri cristiani”.
La benedizione di Dio sul mondo; l’ha invocata il Papa presiedendo il 1 gennaio l’Eucaristia in San Pietro, nella 45° Giornata mondiale della pace, porgendo l’augurio all’umanità perché accolga Cristo che è la vera pace: “è Lui la misericordia e la pace che il mondo da sé non può darsi e di cui ha bisogno sempre come e più del pane”.
La strada è guardare verso Maria, Madre di Dio, “che ha accolto Gesù in sé e lo ha dato alla luce per tutta la famiglia umana” dove in primo luogo maturare quell’educazione “alla giustizia e alla pace” che il Pontefice ha indicato nel suo Messaggio per questa Giornata.,
Educare oggi è “una sfida decisiva … almeno per due motivi: … in primo luogo, perché nell’era attuale, fortemente caratterizzata dalla mentalità tecnologica, voler educare e non solo istruire non è scontato, ma è una scelta; in secondo luogo, perché la cultura relativista pone una questione radicale: ha ancora senso educare?, e poi educare a che cosa?”. Si tratta di aiutarli “a sviluppare una personalità che unisca un profondo senso della giustizia con il rispetto dell’altro, con la capacità di affrontare i conflitti senza prepotenza, con la forza interiore di testimoniare il bene anche quando costa sacrificio, con il perdono e la riconciliazione. Così potranno diventare uomini e donne veramente pacifici e costruttori di pace”.
All’Angelus, ha rilevato che “i giovani guardano oggi con una certa apprensione al futuro, manifestando aspetti della loro vita che meritano attenzione, come il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale”. Di qui la necessità di offrire loro nuove opportunità per la vita.
Ha chiesto inoltre ai responsabili delle nazioni un impegno per la pace, cosicché “cessino le guerre, le divisioni e le inimicizie tra gli uomini”, ci sia “riconciliazione e perdono nelle aree di conflitto” e “una più giusta distribuzione delle risorse della terra”. Ha affidato tutto alla “Regina della Pace” perché “ guardi con tenerezza tutti i bambini segnati dalla violenza, dalla guerra, dalle persecuzioni e che sono alla ricerca di un mondo più fraterno!”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 27 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Il Natale nel suo senso più vero, quello sacro e cristiano”, non può essere assorbito “dagli aspetti esteriori”, in modo tale che “anche la nostra gioia non sia superficiale, ma profonda”. Lo ha insegnato il Papa nell’Udienza di mercoledì 21 dicembre.
Ma come si fa a cogliere oggi questa profondità del Natale? Certamente partendo dal fatto storico di Gesù di Nazareth, il Dio “che non solo ha parlato all’uomo”, ma “si è fatto uomo”. E poi, essendo attenti ai segni della liturgia che “indicando che Gesù nasce ‘oggi’ … non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia (…) A noi credenti la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora ‘carne’ e non solo lontano: pur essendo col Padre è vicino a noi, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi Lo possiamo incontrare adesso, in un ‘oggi’ che non ha tramonto”. Richiamando l’attenzione sull’aspetto “pasquale” insito all’evento di Betlemme (“Natale e Pasqua sono entrambe feste della redenzione”) ha anche parlato della sua bellezza.
“Nel Natale – ha concluso - noi incontriamo la tenerezza e l’amore di Dio che si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e si abbassa fino a noi (…) Il Figlio di Dio nasce ancora ‘oggi’, Dio è veramente vicino a ciascuno di noi e vuole incontrarci, vuole portarci a Lui. Egli è la vera luce, che dirada e dissolve le tenebre che avvolgono la nostra vita e l’umanità”.
Nella notte di Natale Benedetto XVI ha invitato a guardare oltre “la festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità” e a “riconoscere Dio nella fede”. Dio è buono e questa è “la consolante certezza che ci viene donata a Natale”. Così in un mondo “continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi, in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace”.
All’Angelus di Natale (con gli auguri in varie lingue e la benedizione Urbi et Orbi) ha invocato il soccorso divino per le popolazioni più sofferenti in questo periodo per carestie, conflitti sociali, guerre. Al “grido dell’uomo di ogni tempo, che sente di non farcela da solo a superare difficoltà e pericoli”, che “ha bisogno di mettere la sua mano in una mano più grande e più forte, una mano che dall’alto si tenda verso di lui”, Gesù è “la mano che Dio ha teso all’umanità, per farla uscire dalle sabbie mobili del peccato e metterla in piedi sulla roccia, la salda roccia della sua Verità e del suo Amore.” Questa consapevolezza “ci pone già – ha osservato il Papa - nella giusta condizione, ci mette nella verità di noi stessi” poiché è “Lui è il medico, noi i malati. Riconoscerlo, è il primo passo verso la salvezza, verso l’uscita dal labirinto in cui noi stessi ci chiudiamo con il nostro orgoglio”.
Nel giorno di S. Stefano, all’Angelus, ha parlato del sacrificio di tanti cristiani vittime della violenza in Nigeria, chiedendo che “si fermino le mani dei violenti, che seminano morte e nel mondo possano regnare la giustizia e la pace.” Ancora una volta ha voluto “ripetere ancora una volta con forza: la violenza è una via che conduce solamente al dolore, alla distruzione e alla morte; il rispetto, la riconciliazione e l’amore sono l’unica via per giungere alla pace”. Così oggi, “come nell’antichità … la sincera adesione al Vangelo può richiedere il sacrificio della vita e molti cristiani in varie parti del mondo sono esposti a persecuzione e talvolta al martirio. Ma, ci ricorda il Signore, chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato”.
Perciò i martiri, come S. Stefano, sono “maestri di vita, … silenziosi messaggeri” della Verità fondata sull’amore poiché “la vera imitazione di Cristo è l’amore, che alcuni scrittori cristiani hanno definito il ‘martirio segreto’. A tale proposito, san Clemente di Alessandria scrive: ‘Coloro che mettono in pratica i comandamenti del Signore gli rendono testimonianza in ogni azione, poiché fanno ciò che Egli vuole e fedelmente invocano il nome del Signore’ (Stromatum IV, 7,43,4: SC 463, Paris 2001, 130).
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 20 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

La preghiera di Gesù e la sua “azione guaritrice”; è stato questo il tema della catechesi nell’Udienza generale di mercoledì 14 dicembre. Benedetto XVI si è soffermato sul racconto della guarigione del sordomuto (nel Vangelo di Marco) il cui insieme “mostra che il coinvolgimento umano con il malato porta Gesù alla preghiera. Ancora una volta riemerge il suo rapporto unico con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito (…) Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre”.
Analizzando poi l’episodio della risurrezione di Lazzaro, ha parlato del “doppio registro” della preghiera di Cristo, per cui “mentre Gesù implora la vita per Lazzaro”, la sua malattia e morte “vanno considerate il luogo in cui si manifesta la gloria di Dio”.
Ora “ciascuno di noi è chiamato a comprendere che nella preghiera di domanda al Signore non dobbiamo attenderci un compimento immediato di ciò che noi chiediamo, della nostra volontà, ma affidarci piuttosto alla volontà del Padre, leggendo ogni evento nella prospettiva della sua gloria, del suo disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi”. Qui è racchiusa l’essenza della preghiera, dove “prima che il dono venga concesso (ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica), Gesù aderisce a Colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso”: così si comprende come “il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre”.
Allora “la nostra preghiera … apre la porta a Dio, che ci insegna ad uscire costantemente da noi stessi per essere capaci di farci vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per portare loro consolazione, speranza e luce”.
Toccante è stata la visita del Papa domenica 18 dicembre al carcere romano di Rebibbia dove si è fermato a dialogare con i dentuti rispondendo alle loro domande.
Egli ha ricordato che “dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto. È questa la ragione principale che mi rende felice di essere qui, per pregare, dialogare ed ascoltare”. I carcerati sono “persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità”. L’amore di Dio non conosce confini: “sono venuto a dirvi semplicemente - ha aggiunto il Pontefice - che Dio vi ama di un amore infinito e siete sempre figli di Dio. E lo stesso unigenito Figlio di Dio, il Signore Gesù, ha fatto l’esperienza del carcere, è stato sottoposto a un giudizio davanti a un tribunale e ha subito la più feroce condanna alla pena capitale”.
All’Angelus ha rivolto parole di vicinanza alla vittime del tifone nella Filippine e, soffermandosi sulla liturgia domenicale, ha spiegato l’importanza della verginità della Madonna “perché testimonia che l’iniziativa è stata di Dio e soprattutto rivela chi è il concepito”. Benedetto XVI ha inoltre evidenziato la semplicità e la sapienza della Vergine nell’accogliere il progetto divino: “Dio aspetta il “sì” di questa fanciulla per realizzare il suo disegno. Rispetta la sua dignità e la sua libertà. Il “sì” di Maria implica l’insieme di maternità e verginità, e desidera che tutto in Lei vada a gloria di Dio, e il Figlio che nascerà da Lei possa essere tutto dono di grazia”.
“In questo senso la verginità di Maria e la divinità di Gesù si garantiscono reciprocamente.” Una verginità “unica e irripetibile” quella di Maria ma il cui significato riguarda ogni cristiano: “chi confida profondamente nell’amore di Dio – evidenzia il Papa – accoglie in sé Gesù, la sua vita divina, per l’azione dello Spirito Santo. E’ questo il mistero del Natale”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 13 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Continua la Catechesi sulla preghiera di papa Benedetto; mercoledì 7 dicembre, all’Udienza generale, ha presentato “un gioiello della preghiera di Gesù”, il cosiddetto “Inno di giubilo” di Cristo contenuto nei Vangeli, in cui il Signore benedice il Padre perché ha tenuto nascosto il suo messaggio ai sapienti e agli intelligenti e lo ha rivelato ai piccoli. Se “ogni conoscenza tra le persone … comporta un coinvolgimento, un qualche legame interiore tra chi conosce e chi è conosciuto, a livello più o meno profondo” in questo Inno “come in tutta la sua preghiera, Gesù mostra che la vera conoscenza di Dio presuppone la comunione con Lui”. Comprendiamo alloro come solo attraverso il Signore l’uomo possa “accedere a Dio” e sperimentare la gioia di sentirsi figlio e conoscere i suoi “misteri”, che Dio preferisce rivelare ai piccoli: “questa è la volontà del Padre, e il Figlio la condivide con gioia”.
Allora “cosa significa ‘essere piccoli’, semplici? (…) E’ la purezza del cuore quella che permette di riconoscere il volto di Dio in Gesù Cristo; è avere il cuore semplice come quello dei bambini, senza la presunzione di chi si chiude in se stesso, pensando di non avere bisogno di nessuno, neppure di Dio”.
Per questo “anche noi, con il dono del suo Spirito, possiamo rivolgerci a Dio, nella preghiera, con confidenza di figli, invocandolo con il nome di Padre, ‘Abbà’. Ma dobbiamo avere il cuore dei piccoli, dei ‘poveri in spirito’, per riconoscere che non siamo autosufficienti, che non possiamo costruire la nostra vita da soli, ma abbiamo bisogno di Dio, abbiamo bisogno di incontrarlo, di ascoltarlo, di parlargli.”
All’Angelus, nel giorno dell’Immacolata, il Papa si è soffermato sull’espressione ‘piena di grazia’ che “indica l’opera meravigliosa dell’amore di Dio, che ha voluto ridarci la vita e la libertà, perdute col peccato, mediante il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. Per questo, fin dal II secolo in Oriente e in Occidente, la Chiesa invoca e celebra la Vergine che, col suo “sì’, ha avvicinato il Cielo alla terra”.
Il Pontefice ha citato espressioni di antichi autori (S. Sofronio, S. Beda), ricordando come non solo alla Vergine sia stata data la “perfezione della grazia” ma anche a noi che dobbiamo farla “risplendere nella nostra vita”, in quanto “predestinati da Dio a essere suoi “figli adottivi”. E’ una figliolanza che “riceviamo per mezzo della Chiesa, nel giorno del Battesimo. A tale proposito santa Hildegarda di Bingen scrive: ‘La Chiesa è, dunque, la vergine madre di tutti i cristiani. Nella forza segreta dello Spirito Santo li concepisce e li dà alla luce, offrendoli a Dio in modo che siano anche chiamati figli di Dio’”.
Domenica 11 dicembre, all’Angelus, nella Domenica detta “Gaudete”, Benedetto XVI, benedicendo i “Bambinelli” del Presepe (portati dai bambini di Roma), ha invitato a non lasciarsi distrarre dai messaggi commerciali di questo periodo, “ma sapendo dare il giusto valore alle cose, per fissare lo sguardo interiore a Cristo”.
Qui sta la vera gioia: nell’incontro con il Signore, non nella gioia effimera frutto del “divertirsi” inteso come “esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità”: “la vera gioia è legata a qualcosa di più profondo. Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere”. Se S. Agostino diceva che “il cuore dell’uomo è inquieto, non trova serenità e pace finché non riposa in Dio”, allora si comprende che “la vera gioia non è un semplice stato d’animo passeggero, né qualcosa che si raggiunge con i propri sforzi, ma è un dono, nasce dall’incontro con la persona viva di Gesù, dal fargli spazio in noi, dall’accogliere lo Spirito Santo che guida la nostra vita”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 6 Dicembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Nella preghiera, Gesù vive un ininterrotto contatto con il Padre per realizzare fino in fondo il progetto di amore per gli uomini”: lo ha ricordato il Papa all’Udienza generale di mercoledì 30 novembre. Parlando della preghiera nella vita di Gesù ha esortato a stare in dialogo con Dio: occorre “rinnovare davanti a Dio la nostra decisione personale di aprirci alla sua volontà, chiedere a Lui la forza di conformare la nostra volontà alla sua, in tutta la nostra vita, in obbedienza al suo progetto di amore su di noi”.
Il suo è un “rapporto unico con Dio Padre”. Occorre imparare da Lui: “ascoltare, meditare, tacere davanti al Signore che parla è un’arte che si impara praticandola con costanza. Certamente la preghiera è un dono che chiede, tuttavia, di essere accolto; è opera di Dio, ma esige impegno e continuità da parte nostra”.
Guardando alla preghiera di Gesù dovremmo domandarci come e quanto tempo dedichiamo al rapporto con Dio. “Oggi i cristiani – ha aggiunto - sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio”.
Domenica 4 dicembre, all’Angelus, ha indicato la sobrietà come stile di vita, quello del Battista a “richiamare tutti i cristiani, … specialmente in preparazione alla festa del Natale, in cui il Signore – come direbbe san Paolo – da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”.
Giovanni chiama alla conversione, come “un ardente invito a un nuovo modo di pensare e di agire”.
“Mentre ci prepariamo al Natale – ha sottolineato il Papa - è importante che rientriamo in noi stessi e facciamo una verifica sincera sulla nostra vita. Lasciamoci illuminare da un raggio della luce che proviene da Betlemme, la luce di Colui che è “il più Grande” e si è fatto piccolo, “il più Forte” e si è fatto debole.”
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 29 Novembre 2011

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’udienza generale di mercoledì 23 novembre Benedetto XVI ha ripercorso le tappe principali del suo viaggio apostolico in Benin che si è rivelato “una toccante esperienza di fede e di rinnovato incontro con Gesù Cristo vivo”.
Il viaggio in Benin è stato “un grande appello all’Africa, perché orienti ogni sforzo ad annunciare il Vangelo a coloro che ancora non lo conoscono; …. tutto ciò dice che in quel Continente c’è una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale noi possiamo contare, sulla quale la Chiesa può contare”.
E’ stato anche un’esortazione, per le comunità cristiane, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione che è indispensabile “anche sul piano civile e necessita un’apertura alla speranza che deve animare anche la vita sociopolitica ed economica del Continente.”
Rilevando ”l’ardente desiderio di libertà e di giustizia che … anima i cuori di numerosi popoli africani” il Papa ha sottolineato “la necessità di costruire una società in cui i rapporti tra etnie e religioni diverse siano caratterizzati dal dialogo e dall’armonia” invitando “tutti ad essere veri seminatori di speranza in ogni realtà e in ogni ambiente”. Ciò è vero soprattutto per i cristiani che “sono uomini di speranza, che non si possono disinteressare dei propri fratelli e sorelle”.
Nel corso del suo viaggio il Pontefice ha pregato sulla tomba del card. Bernardin Gantin illustre figlio del Benin e dell’Africa ed ha consegnato ai presidenti delle Conferenze Episcopali dell’Africa l’esortazione apostolica post sinodale Africae munus, testo con le linee fondamentali per il cammino di quella Chiesa “per rispondere efficacemente alla impegnativa missione evangelizzatrice della Chiesa pellegrina nell’Africa del terzo millennio”.
Il Papa ha potuto gustare “la gioia di vivere, l’allegria e l’entusiasmo delle nuove generazioni che costituiscono il futuro dell’Africa. Alla schiera festosa dei Bambini, una delle tante risorse e ricchezze del Continente, ho additato la figura di san Kizito, un ragazzo ugandese, ucciso perché voleva vivere secondo il Vangelo, ed ho esortato ciascuno a testimoniare Gesù ai propri coetanei”.
All’Angelus domenica 27 novembre il Papa ha rivolto un appello agli esperti in occasione dei lavori della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici che si tiene a Durban, in Sud Africa: “auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future”.
Benedetto XVI ha parlato del tempo di Avvento che “è un richiamo salutare a ricordarci che la vita non ha solo la dimensione terrena, ma è proiettata verso un ‘oltre’, come una pianticella che germoglia dalla terra e si apre verso il cielo. Una pianticella pensante, l’uomo, dotata di libertà e responsabilità, per cui ognuno di noi sarà chiamato a rendere conto di come ha vissuto, di come ha utilizzato le proprie capacità: se le ha tenute per sé o le ha fatte fruttare anche per il bene dei fratelli”.
Nella società post moderna sembra essere “l’uomo l’unico padrone, come se fosse lui l’artefice e il regista di tutto: le costruzioni, il lavoro, l’economia, i trasporti, le scienze, la tecnica, tutto sembra dipendere solo dall’uomo.”
Il vero “padrone” del mondo non è l’uomo ma Dio, al cui mistero di salvezza l’uomo può aprirsi proprio se spalanca il cuore all’amore scaturito dall’evento Betlemme ricordandoci “questo, perché la nostra vita ritrovi il suo giusto orientamento, verso il volto di Dio. Il volto non di un ‘padrone’, ma di un Padre e di un Amico”.
Gian Paolo Cassano