Homepage - Scrivi a Don Cassano - Scrivi alla Parrocchia di San Valerio

Archivio della Categoria 'Papa Benedetto XVI'

La parola di Papa Benedetto

Lunedì 4 Marzo 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Benedetto XVI ha concluso giovedì 28 febbraio, alle ore 20,00 il suo servizio petrino, ritirandosi a Castelgandolfo, salutato da una grande folla di fedeli che con gli striscioni dicevano: “Caro Papa ci mancherai”, “La tua umiltà ti ha reso più grande”, “Siamo tutti con te”. Salutandoli Benedetto XVI ha detto: “voi sapete che questo mio giorno è diverso da quelli precedenti; non sono più Sommo Pontefice della Chiesa cattolica: fino alle otto di sera lo sarò ancora, poi non più. Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia”.
Nell’ultima udienza, mercoledì 27 febbraio, in una piazza San Pietro affollata come non mai e carica di emozione, ha affermato di non abbandonare la Croce, ma di “restare in modo nuovo” accanto al Crocifisso, “nel recinto di San Pietro”: “ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi”.
A tutti ha espresso la propria gratitudine per il sostegno e l’affetto ricevuti: “vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero”.
Benedetto XVI ha ripercorso il cammino dei quasi 8 anni di pontificato. “E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come San Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire”.
Tutto ciò non ha mai scalfito la convinzione “che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.
Egli ha voluto ringraziare tutti, a cominciare dai cardinali e i collaboratori di Curia, aggiungendo: “io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Benedetto

Martedì 26 Febbraio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Durante la settimana (dal 18 al 23 febbraio) come ogni anno, il Papa ed i suoi collaboratori hanno partecipato in Vaticano agli esercizi spirituali predicati dal card. Gian Franco Ravasi sul tema “Arte di credere, arte di pregare”. Al termine nella mattinata di sabato 23 febbraio ringraziando il Predicatore ed i suoi collaboratori per aver condiviso in questi anni le responsabilità del ministero petrino, ha ricordato come il male sia all’opera per mettere in ombra, per sporcare la bellezza di Dio e come la fede ci faccia emergere da oscurità e fango. Essa è la bussola che aiuta a trovare, fra le tenebre, la mano di Dio, a riscoprirne l’amore e la verità. “E credere non è altro che, nell’oscurità del mondo, toccare la mano di Dio e così, nel silenzio, ascoltare la Parola, vedere l’amore”.
Domenica 24 febbraio Benedetto XVI ha incontrato i fedeli per l’ultima volta nell’Angelus. Per l’occasione piazza San Pietro era gremita di fedeli (si calcolano oltre 100.000) che il Papa ha ringraziato “per l’affetto e la condivisione” in questo “momento particolare”. Il vangelo domenicale della Trasfigurazione del Tabor, che come ogni domenica ha commentato ha offerto lo spunto per un’applicazione alla sua persona. “Il Signore mi chiama a ‘salire sul monte’, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui l’ho fatto fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze”.
Parlando di preghiera, ne ha messo il primato senza cui “tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo. Nella Quaresima impariamo a dare il giusto tempo alla preghiera, personale e comunitaria, che dà respiro alla nostra vita spirituale. Inoltre, la preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni, come sul Tabor avrebbe voluto fare Pietro, ma l’orazione riconduce al cammino, all’azione”. Nel volto di Benedetto XVI, nelle sue espressione e nei presenti era evidente la commozione. Tanti gli striscioni a testimoniare l’ affetto al “Cristo in terra”, come quello che portava scritto: “Noi ti abbiamo capito e continueremo ad amarti”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Benedetto

Lunedì 18 Febbraio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Domenica 17 febbraio piazza San Pietro era gremita di fedeli: tanta gioia e commozione per un Angelus davvero particolare, il penultimo di papa Benedetto XVI. Ricollegandosi al Vangelo domenicale delle tentazioni di Gesù nel deserto ed al significato della Quaresima ha sottolineato che la Chiesa, madre e maestra, “chiama tutti i suoi membri a rinnovarsi nello spirito”. La Quaresima è un “tempo di conversione e penitenza” che deve riorientarci “decisamente verso Dio, rinnegando l’orgoglio e l’egoismo per vivere nell’amore”. Nell’anno della fede la Quaresima si offre come “un tempo favorevole per riscoprire la fede in Dio come criterio-base della nostra vita e della vita della Chiesa. Ciò comporta sempre una lotta, un combattimento spirituale, perché lo spirito del male naturalmente si oppone alla nostra santificazione e cerca di farci deviare dalla via di Dio”.
Gesù vince le tentazioni che “sono anche false immagini dell’uomo, che in ogni tempo insidiano la coscienza, travestendosi da proposte convenienti ed efficaci, addirittura buone”, il cui “nucleo centrale consiste sempre nello strumentalizzare Dio per i propri interessi, dando più importanza al successo o ai beni materiali.” Così “Dio diventa secondario, si riduce a un mezzo, in definitiva diventa irreale, non conta più, svanisce”; infatti “in ultima analisi, nelle tentazioni è in gioco la fede, perché è in gioco Dio. Nei momenti decisivi della vita, ma, a ben vedere, in ogni momento, siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio? L’interesse individuale oppure il vero Bene, ciò che realmente è bene?”
Poiché Gesù è “la mano che Dio ha teso all’uomo, alla pecorella smarrita per riportarla in salvo”, non bisogna avere “paura di affrontare anche noi il combattimento contro lo spirito del male: l’importante è che lo facciamo con Lui, con Cristo, il Vincitore. E per stare con Lui rivolgiamoci alla Madre, Maria: invochiamola con fiducia filiale nell’ora della prova, e lei ci farà sentire la potente presenza del suo Figlio divino, per respingere le tentazioni con la Parola di Cristo, e così rimettere Dio al centro della nostra vita”.
Alle tre tentazioni di Gesù aveva fatto riferimento anche nell’udienza generale di mercoledì 13 febbraio, parlando anche della sua decisione di lasciare il ministero petrino “in piena libertà per il bene della Chiesa”, nella consapevolezza “di non essere più in grado di svolgere” quel servizio “con quella forza che esso richiede.” Il “nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù” sta nella “proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?”.
Ora nessuno è immune dalla tentazione di mettere Dio “in un angolo”, nemmeno i cristiani in quest’epoca in cui domina “l’eclissi del senso del sacro”. “Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei”.
Oggi “non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita”.
Citando il caso il caso di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che scopre Dio nell’inferno di Auschwitz o dell’americana Dorothy Day, militante marxista che scopre che entrare in chiesa e “piegare la testa in preghiera” Benedetto XVI ricorda che “convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Benedetto

Martedì 12 Febbraio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Come un fulmine a ciel sereno lunedì 11 febbraio è ribalzata su tutti i media mondiali la notizia della rinuncia del Papa al ministero petrino a partire dalle 20 del prossimo 28 febbraio. “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”. Tuttavia, riconosce con franchezza, “nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”.
Domenica 10 febbraio, all’Angelus, ha invitato a non scoraggiarsi mai “nell’annunciare Cristo a tutti gli uomini fino ai confini del mondo”, senza scoraggiarsi per gli insuccessi e le difficoltà: “a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto”. E’ questa “la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede”. Infatti “è opera di Dio” la vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata: “l’uomo non è autore della propria vocazione, ma è risposta alla proposta divina; e la debolezza umana non deve far paura se Dio chiama. Bisogna avere fiducia nella sua forza che agisce proprio nella nostra povertà; bisogna confidare sempre più nella potenza della sua misericordia, che trasforma e rinnova”.
Nell’Udienza generale di mercoledì 6 febbraio Benedetto XVI ha proseguito la sua riflessione sulle parole iniziali del Credo, fermandosi ferma sulle sei parole del Credo che definiscono Dio “Creatore del cielo e della terra” e attraverso di esse sfogliando il Libro della Genesi, in confronto con la scienza e la tecnica. Ora la Bibbia “non è un manuale di scienze naturali” e “la verità fondamentale che i racconti della Genesi ci svelano è che il mondo non è un insieme di forze tra loro contrastanti, ma ha la sua origine e la sua stabilità nel Logos, nella Ragione eterna di Dio, che continua a sorreggere l’universo (…) Credere che alla base di tutto ci sia questo, illumina ogni aspetto dell’esistenza e dà il coraggio di affrontare con fiducia e con speranza l’avventura della vita”. La Genesi ci aiuta a “conoscere il progetto di Dio sull’uomo … fatto a immagine e somiglianza di Dio. Tutti allora portiamo in noi l’alito vitale di Dio e ogni vita umana – ci dice la Bibbia – sta sotto la particolare protezione di Dio. Questa è la ragione più profonda dell’inviolabilità della dignità umana contro ogni tentazione di valutare la persona secondo criteri utilitaristici e di potere”. Questa straordinaria identità (fatto “a immagine e somiglianza” di Dio) fa si che l’uomo debba “riconoscere il mondo non come proprietà da saccheggiare e da sfruttare, ma come dono del Creatore, segno della sua volontà salvifica, dono da coltivare e custodire, da far crescere e sviluppare nel rispetto, nell’armonia, seguendone i ritmi e la logica, secondo il disegno di Dio”. Non si può però dimenticare la “ferita” del “peccato originale” che Cristo ha sanato, riportando l’umanità alla piena unità con Dio. Rimane però sempre la tentazione “di costruirsi da soli il mondo in cui vivere, di non accettare i limiti dell’essere creatura, i limiti del bene e del male, della moralità”. Così l’uomo “rinnega la sua origine e dunque la sua verità; e il male entra nel mondo, con la sua penosa catena di dolore e di morte.” Di qui l’invito ad una vita di fede che “vuol dire riconoscere la grandezza di Dio e accettare la nostra piccolezza, la nostra condizione di creature lasciando che il Signore la ricolmi del suo amore e così cresca la nostra vera grandezza”.
Gian Paolo Cassano

La parola di Papa Benedetto

Mercoledì 6 Febbraio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“Dio è un Padre che non abbandona mai i suoi figli, un Padre amorevole che sorregge, aiuta, accoglie, perdona, salva, con una fedeltà che sorpassa immensamente quella degli uomini, per aprirsi a dimensioni di eternità”. Lo ha affermato il Papa nel corso dell’Udienza generale di mercoledì 30 gennaio, proseguendo nella sua riflessione sulla preghiera del “Credo”.
Ora dire di credere “in Dio Padre onnipotente” è ritenere che anche l’essere umano più piccolo possa sentirsi figlio dell’immensamente grande: un figlio amato come nessun padre umano potrà mai fare. Infatti “l’amore di Dio Padre non viene mai meno, non si stanca di noi; è amore che dona fino all’estremo, fino a sacrificio del Figlio (…) Noi possiamo affrontare tutti i momenti di difficoltà e di pericolo, l’esperienza del buio della crisi e del tempo del dolore, sorretti dalla fiducia che Dio non ci lascia soli ed è sempre vicino, per salvarci e portarci alla vita eterna”.
Benedetto XVI ha così tracciato le “qualità” dell’amore paterno di Dio per gli uomini: “Dio è un Padre che non abbandona mai i suoi figli, un Padre amorevole che sorregge, aiuta, accoglie, perdona, salva, con una fedeltà che sorpassa immensamente quella degli uomini, per aprirsi a dimensioni di eternità (…) L’amore di Dio Padre non viene mai meno, non si stanca di noi; è amore che dona fino all’estremo, fino a sacrificio del Figlio (…) Noi possiamo affrontare tutti i momenti di difficoltà e di pericolo, l’esperienza del buio della crisi e del tempo del dolore, sorretti dalla fiducia che Dio non ci lascia soli ed è sempre vicino, per salvarci e portarci alla vita eterna”.
La “certezza” di questa presenza paterna arriva dalla fede e dalla storia, segnata dall’incarnazione, dalla croce e risurrezione del suo Figlio. “Noi vorremmo certamente un’onnipotenza divina secondo i nostri schemi mentali e i nostri desideri: un Dio ‘onnipotente’ che risolva i problemi, che intervenga per evitarci le difficoltà, che vinca le potenze avverse, cambi il corso degli eventi e annulli il dolore (…) In realtà, davanti al male e alla sofferenza, per molti, per noi, diventa problematico, difficile, credere in un Dio Padre e crederlo onnipotente; alcuni cercano rifugio in idoli, cedendo alla tentazione di trovare risposta in una presunta onnipotenza ‘magica’ e nelle sue illusorie promesse”.
Domenica 3 febbraio, all’Angelus, nella Giornata per la vita, Benedetto XVI ha auspicato che “ogni essere umano sia tutelato nella sua dignità” ed ha sollecitato ad investire sulla famiglia “quale risposta efficace alla crisi attuale”. Riferendosi al Vangelo domenicale, ha poi ricordato che “Gesù non è venuto per cercare il consenso degli uomini” ma “per dare testimonianza di verità”.
Infatti “il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona” ed “è vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma anche l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio”. Accogliere Cristo, “credere in Dio significa rinunciare ai propri pregiudizi e accogliere il volto concreto in cui Lui si è rivelato: l’uomo Gesù di Nazaret. E questa via conduce anche a riconoscerlo e a servirlo negli altri!”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Lunedì 28 Gennaio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Credere in Dio vuol dire non aver paura di andare controcorrente “per vivere la propria fede, resistendo alla tentazione di ‘uniformarsi’”, in una realtà sociale in cui spesso “Dio è diventato il ‘grande assente’ e al suo posto vi sono molti idoli, diversissimi idoli e soprattutto il possesso e l’‘io’ autonomo.” Lo ha ricordato il Papa nell’ udienza generale di mercoledì 23 gennaio, iniziando una serie di catechesi attorno sul “Credo”.
Il primo riferimento è ad Abramo, il “padre” dei credenti che accetta di compiere, per fede, quel “paradossale cammino” che Dio gli chiede. “Si tratta, infatti, di una partenza al buio, senza sapere dove Dio lo condurrà; è un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, a cui solo la fede consente di accedere. Ma il buio dell’ignoto – dove Abramo deve andare – è rischiarato dalla luce di una promessa; Dio aggiunge al comando una parola rassicurante che apre davanti ad Abramo un futuro di vita in pienezza: ‘Farò di te una grande nazione’”.
Credere, come Abramo, significa “sentire sempre la propria povertà, vedere tutto come dono. Questa è anche la condizione spirituale di chi accetta di seguire il Signore, di chi decide di partire accogliendo la sua chiamata, sotto il segno della sua invisibile ma potente benedizione”.
Allora “dire ‘Io credo in Dio’ significa fondare su di Lui la mia vita, lasciare che la sua Parola la orienti ogni giorno, nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di me stesso (…) ‘Credo’, perché è la mia esistenza personale che deve ricevere una svolta con il dono della fede, è la mia esistenza che deve cambiare, convertirsi.”
Con il credere in Dio, i cristiani si rendono “portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento”, adottando criteri ed assumendo “comportamenti che non appartengono al comune modo di pensare”.
Domenica 27 gennaio, all’Angelus, Benedetto XVI ha ricordato le tante vittime dell’“immane tragedia” della Shoah affinché “non si ripetano gli orrori del passato, si superi ogni forma di odio e di razzismo e si promuovano il rispetto e la dignità della persona umana”. Un pensiero è andato anche ai malati di lebbra ed ai ragazzi dell’ACR con la loro Carovana della pace.
Ha quindi parlato del modo cristiano di vivere la domenica, che è il “giorno del riposo e della famiglia”, ma prima ancora” è “giorno da dedicare al Signore, partecipando all’Eucaristia”. E’, infatti, “prima di tutto un giorno per Lui”, in un’attenzione capace di ascolto: “prima di poter parlare di Dio e con Dio, occorre ascoltarlo, e la liturgia della Chiesa è la scuola di questo ascolto del Signore che ci parla”.
Per il cristiano “ogni momento può diventare un oggi propizio per la nostra conversione”; per questo occorre sapere cogliere “l’oggi in cui Dio ti chiama per donarti la salvezza”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 22 Gennaio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’Udienza generale di mercoledì 16 gennaio il Papa ha dedicato la catechesi ad evidenziare la ricerca del volto di Dio, che potrebbe essere considerata la madre di tutte le ricerche.
Ricercare il volto divino: “da una parte si vuole dire che Dio non si può ridurre ad un oggetto, come un’immagine che si prende in mano, ma neppure si può mettere qualcosa al posto di Dio; dall’altra parte, però, si afferma che Dio ha un volto, cioè è un ‘Tu’ che può entrare in relazione, che non è chiuso nel suo Cielo a guardare dall’alto l’umanità. Dio è certamente sopra ogni cosa, ma si rivolge a noi, ci ascolta, ci vede, parla, stringe alleanza, è capace di amare”.
Ora nel Nuovo Testamento questa ricerca “riceve una svolta inimmaginabile, perché questo volto si può ora vedere: è quello di Gesù, del Figlio di Dio che si fa uomo. In Lui trova compimento il cammino di rivelazione di Dio iniziato con la chiamata di Abramo, Lui è la pienezza di questa rivelazione perché è il Figlio di Dio, è insieme ‘mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione’, in Lui il contenuto della Rivelazione e il Rivelatore coincidono. Gesù ci mostra il volto di Dio e ci fa conoscere il nome di Dio”.
Infatti Gesù “inaugura in un nuovo modo la presenza di Dio nella storia, perché chi vede Lui, vede il Padre, come dice a Filippo. Il Cristianesimo – afferma san Bernardo – è la ‘religione della Parola di Dio’; non, però, di ‘una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente’”. Per i cristiani vedere Dio si realizza nel seguire Cristo, vedendolo attraverso i volti del povero e del sofferente.
Ha concluso invocando da Dio “il grande dono dell’unità” tra tutti i cristiani, perché “la forza inesauribile dello Spirito Santo ci stimoli ad un impegno sincero di ricerca dell’unità, perché possiamo professare tutti insieme che Gesù è il Salvatore del mondo”.
Sull’impegno ecumenico è tornata domenica 20 gennaio, all’Angelus, incoraggiando “a camminare con decisione verso l’unità visibile tra tutti i cristiani e a superare, come fratelli in Cristo, ogni tipo di ingiusta discriminazione”, con l’appello a far sì che “nei diversi conflitti purtroppo in atto, cessino le stragi di civili inermi, abbia fine ogni violenza, e si trovi il coraggio del dialogo e del negoziato”.
Soffermandosi sul brano evangelico domenicale del miracolo delle “nozze di Cana”, ne ha evidenziato il significato profondo come manifestazione al mondo e segno sponsale verso la Chiesa, da Cristo resa “santa e bella”. Essa “formata da esseri umani, è sempre bisognosa di purificazione. E una delle colpe più gravi che deturpano il volto della Chiesa è quella contro la sua unità visibile, in particolare le storiche divisioni che hanno separato i cristiani e che non sono state ancora del tutto superate.”
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 15 Gennaio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Nell’Epifania si manifesta la “bontà di Dio e del suo amore per gli uomini”: lo ha affermato il Papa nella solennità dell’Epifania, con l’ordinazione di quattro nuovi vescovi, tra cui mons. Georg Gänswein, suo segretario particolare di Benedetto XVI e prefetto della Casa Pontificia. Nell’omelia, ha invitato i vescovi ad imitare i Magi, “uomini spinti dalla ricerca inquieta di Dio e della salvezza del mondo” che “non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale forse considerevole. Erano alla ricerca della realtà più grande”, volevano sapere se Dio esiste, se si cura di noi e come possiamo incontrarlo. “Erano ricercatori di Dio”. Così il vescovo “non dev’essere uno che esercita solamente il suo mestiere”, ma “deve essere soprattutto un uomo il cui interesse è rivolto verso Dio, perché solo allora egli si interessa veramente anche degli uomini. Potremmo dirlo anche inversamente: un vescovo dev’essere un uomo a cui gli uomini stanno a cuore, che è toccato dalle vicende degli uomini. Dev’essere un uomo per gli altri. Ma può esserlo veramente soltanto se è un uomo conquistato da Dio. Se per lui l’inquietudine verso Dio è diventata un’inquietudine per la sua creatura, l’uomo”.
Un inquietudine che “non deve dar pace al vescovo”, poiché “è chiamato ad avere il coraggio e l’umiltà della fede come i Magi”, nella ricerca della verità, “più importante della derisione del mondo, apparentemente intelligente”. Trovandosi “ripetutamente in conflitto con l’intelligenza dominante di coloro che si attengono a ciò che apparentemente è sicuro” (è l’agnosticismo imperante) dovrà avere “il coraggio di contraddire gli orientamenti dominanti”, restando costantemente fermo con la verità.
“Il criterio è Lui stesso: il Signore. Se difendiamo la sua causa, conquisteremo, grazie a Dio, sempre di nuovo persone per la via del Vangelo”, pur con il rischio di esser perseguitati.
All’Angelus, ha salutato i fedeli ortodossi che in questa occasione celebrano il Natale: “quel Bambino, nato nell’umiltà della grotta di Betlemme, è la luce del mondo, che orienta il cammino di tutti i popoli”. E’ una luce che “si rivela agli umili”, perché “la luce di Cristo è così limpida e forte che rende intelligibile sia il linguaggio del cosmo, sia quello delle Scritture, così che tutti coloro che, come i Magi, sono aperti alla verità possono riconoscerla e giungere a contemplare il Salvatore del mondo”. Nella Giornata dell’infanzia missionaria, il Pontefice ha poi incoraggiato i bambini a portare “a tutti l’amore di Dio”.
Mercoledì 9 gennaio Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’udienza generale all’evento iniziale della salvezza cristiana.
Dio ha preso carne umana, pensando come un uomo, amando come un uomo, avendo una madre, un padre e degli amici, un “grande mistero”, racchiuso nelle cinque parole “il Verbo si è fatto carne”. Tutto “questo per dirci che la salvezza portata dal Dio fattosi carne in Gesù di Nazaret tocca l’uomo nella sua realtà concreta e in qualunque situazione si trovi. Dio ha assunto la condizione umana per sanarla.” Occorre “allora recuperare lo stupore di fronte a questo mistero, lasciarci avvolgere dalla grandezza di questo evento:” ci ha donato la sua divinità, dando una nuova misura all’atto del donare. “Chi non riesce a donare un po’ di se stesso, dona sempre troppo poco; anzi, a volte si cerca proprio di sostituire il cuore e l’impegno di donazione di sé con il denaro, con cose materiali. … Troviamo qui il modello del nostro donare, perché le nostre relazioni, specialmente quelle più importanti, siano guidate dalla gratuità dell’amore”. Benedetto XVI ha poi considerato l’ “inaudito realismo” divino perché “non si accontenta di parlare, ma si immerge nella nostra storia”: così la nostra fede “non deve essere limitata alla sfera del sentimento, delle emozioni, ma deve entrare nel concreto della nostra esistenza, deve toccare cioè la nostra vita di ogni giorno e orientarla anche in modo pratico”.
Domenica 9 gennaio, nella festa del Battesimo del Signore ha battezzato 20 bambini nella Cappella Sistina, ricordando come si manifesti in questo sacramento
“la presenza viva e operante dello Spirito Santo”. Così “nel Battesimo i bambini sono uniti in modo profondo e per sempre con Gesù … immersi nel mistero della sua morte, che è fonte di vita, per partecipare alla sua risurrezione, per rinascere ad una vita nuova. Ecco il prodigio che oggi si ripete anche per i vostri bambini: ricevendo il Battesimo essi rinascono come figli di Dio, partecipi della relazione filiale che Gesù ha con il Padre, capaci di rivolgersi a Dio chiamandolo con piena confidenza e fiducia: “Abbà, Padre”.
All’Angelus il Papa ha affermato che “Gesù è l’uomo nuovo che vuole vivere da figlio di Dio, cioè nell’amore; l’uomo che, di fronte al male del mondo, sceglie la via dell’umiltà e della responsabilità, sceglie non di salvare se stesso ma di offrire la propria vita per la verità e la giustizia”. Infatti “essere cristiani significa vivere così, ma questo genere di vita comporta una rinascita: rinascere dall’alto, da Dio, dalla Grazia”, con l’auspicio che “possa ogni cristiano, in quest’Anno della fede, riscoprire la bellezza di essere rinato dall’alto, dall’amore di Dio, e vivere come suo vero figlio”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Mercoledì 9 Gennaio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

“In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale” e “la pace è il bene per eccellenza da invocare come dono di Dio e, al tempo stesso, da costruire con ogni sforzo”. Lo ho ricordato Benedetto XVI celebrando l’Eucaristia il 1 gennaio, nella solennità di Maria SS. Madre di Dio e XLVI Giornata Mondiale della Pace, ricordando che “nonostante il mondo sia purtroppo ancora segnato da «focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualistica espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato», oltre che da diverse forme di terrorismo e di criminalità, sono persuaso che «le molteplici opere di pace, di cui è ricco il mondo, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace.”
Se “l’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio” il suo fondamento sta nella “certezza di contemplare in Gesù Cristo lo splendore del volto di Dio Padre, di essere figli nel Figlio, e avere così, nel cammino della vita, la stessa sicurezza che il bambino prova nelle braccia di un Padre buono e onnipotente”.
All’Angelus il Papa ricorda che gli operatori di pace “sono tutti coloro che, giorno per giorno, cercano di vincere il male con il bene, con la forza della verità, con le armi della preghiera e del perdono, con il lavoro onesto e ben fatto, con la ricerca scientifica al servizio della vita, con le opere di misericordia corporale e spirituale. Gli operatori di pace sono tanti, ma non fanno rumore. Come il lievito nella pasta, fanno crescere l’umanità secondo il disegno di Dio.” Benedetto XVI affida a Maria il nuovo anno paragonandolo ad “un viaggio: con la luce e la grazia di Dio, possa essere un cammino di pace per ogni uomo e ogni famiglia, per ogni Paese e per il mondo intero.”
Nella prima udienza generale dell’anno (mercoledì 2 gennaio) ha riflettuto sull’origine di Gesù che è il Padre: “è il Figlio Unigenito del Padre, viene da Dio” che “per opera dello Spirito Santo, si è incarnato nel seno della Vergine Maria” come ripetiamo “ogni volta che recitiamo il Credo, la Professione di fede.” Per questo “chiniamo il capo perché il velo che nascondeva Dio, viene, per così dire, aperto e il suo mistero insondabile e inaccessibile ci tocca: Dio diventa l’Emmanuele, Dio con noi”.
E’ l’annuncio del Natale “che risuona sempre nuovo e che porta in sé speranza e gioia al nostro cuore, perché ci dona ogni volta la certezza che, anche se spesso ci sentiamo deboli, poveri, incapaci davanti alle difficoltà e al male del mondo, la potenza di Dio agisce sempre e opera meraviglie proprio nella debolezza”.
Se a volte “possiamo avvertire la nostra povertà, la nostra inadeguatezza di fronte alla testimonianza da offrire al mondo … dobbiamo avere fiducia in Dio, rinnovando la fede nella sua presenza e azione nella nostra storia, come in quella di Maria. Nulla è impossibile a Dio! Con Lui la nostra esistenza cammina sempre su un terreno sicuro ed è aperta ad un futuro di ferma speranza”.
E’ un messaggio di fiducia: “solo se ci apriamo all’azione di Dio, come Maria, solo se affidiamo la nostra vita al Signore come ad un amico di cui ci fidiamo totalmente, tutto cambia, la nostra vita acquista un nuovo senso e un nuovo volto: quello di figli di un Padre che ci ama e mai ci abbandona”.
Gian Paolo Cassano

La Parola di Papa Benedetto

Martedì 1 Gennaio 2013

LA PAROLA DI PAPA BENEDETTO
a cura di Gian Paolo Cassano

Benedetto XVI ha dedicato l’ultima udienza generale del 2012 (mercoledì 19 dicembre) alla riflessione sulla fede mostrata da Maria nell’arco della sua vita, a cominciare dall’annunciazione.
Nel saluto dell’Angelo c’è “un invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina. E’ un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella”.
Un annuncio che trova in Maria docilità, libera sottomissione “alla parola ricevuta” ed è caratterizzato dall’avere “una connessione vitale” con Dio. Chi “come Maria è aperto in modo totale a Dio, giunge ad accettare il volere divino, anche se è misterioso, anche se spesso non corrisponde al nostro proprio volere.”
Il Papa poi ha messo in parallelo la vicenda di Maria con quella di Abramo. Così “quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostra fiducia - come Abramo e come Maria - tanto più Egli ci rende capaci, con la sua presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa uscire da sé stessi e dai propri progetti, perché la Parola di Dio sia la lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni”.
Di fronte alle prove la fede della Vergine resta “salda”, perché “sa guardare in profondità, si lascia interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne, e acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire. E’ l’umiltà profonda della fede obbediente di Maria, che accoglie in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Dio ad aprirle la mente e il cuore”.
Domenica 23 dicembre, all’Angelus, il Pontefice ha invitato ad imitare “Maria nel tempo di Natale, facendo visita a quanti vivono un disagio, in particolare gli ammalati, i carcerati, gli anziani e i bambini.” Lo ha colto nella “scena della Visitazione” che “esprime anche la bellezza dell’accoglienza: dove c’è accoglienza reciproca, ascolto, il fare spazio all’altro, lì c’è Dio e la gioia che viene da Lui”.
Le due donne, entrambe incinta, incarnano l’attesa e l’Atteso: “l’anziana Elisabetta simboleggia Israele che attende il Messia, mentre la giovane Maria porta in sé l’adempimento di tale attesa, a vantaggio di tutta l’umanità.”
Un episodio che raffigura con grande semplicità l’incontro dell’Antico con il Nuovo Testamento. Se “nell’Annunciazione l’arcangelo Gabriele aveva parlato a Maria della gravidanza di Elisabetta come prova della potenza di Dio”, Elisabetta, accogliendo Maria, riconosce che si sta realizzando la promessa di Dio all’umanità. Di qui l’invito alla preghiera “perché tutti gli uomini cerchino Dio, scoprendo che è Dio stesso per primo a venire a visitarci”.
Il giorno di Natale Benedetto XVI con gli auguri natalizi in 65 lingue nel suo Messaggio Urbi et Orbi ha invitato alla pace in Medio Oriente (Terra Santa, Siria…) “perché cessi lo spargimento di sangue, si facilitino i soccorsi ai profughi e agli sfollati e, tramite il dialogo, si persegua una soluzione politica al conflitto” e ponendo “fine a troppi anni di lotte e di divisioni” si intraprenda “con decisione il cammino del negoziato”.
Così per l’Africa, dall’Egitto, “terra amata e benedetta dall’infanzia di Gesù”, al Mali e alla Nigeria “dove efferati attentati terroristici continuano a mietere vittime, in particolare tra i Cristiani” non dimenticando il Congo ed il Kenya “dove sanguinosi attentati hanno colpito la popolazione civile e i luoghi di culto”.
Quindi, l’Asia: Gesù Bambino “guardi con benevolenza ai numerosi popoli che abitano quelle terre e, in modo speciale, quanti credono in Lui”; ma anche l’America Latina “affinché Gesù Bambino sostenga in particolare gli emigrati e l’impegno dei governi allo sviluppo e alla lotta alla criminalità.”
“Questo amore – ha concluso il Papa - che l’odierna festa natalizia ci fa contemplare, favorisca lo spirito di collaborazione per il bene comune, induca a riflettere sulla gerarchia di valori con cui attuare le scelte più importanti, ravvivi la volontà di essere solidali e doni a tutti la speranza che viene da Dio”.
All’Angelus del 26 dicembre ha invitato a “dare una testimonianza convinta e coraggiosa”, come ha fatto santo Stefano. “Lasciarsi attirare da Cristo … significa aprire la propria vita alla luce che la richiama, la orienta e le fa percorrere la via del bene, la via di un’umanità secondo il disegno di amore di Dio”.
Stefano è un “modello per tutti coloro che vogliono mettersi al servizio della nuova evangelizzazione”, perché “dimostra che la novità dell’annuncio non consiste primariamente nell’uso di metodi o tecniche originali, che certo hanno la loro utilità, ma nell’essere ricolmi di Spirito Santo e lasciarsi guidare da Lui.”
Se si immerge nel mistero di Cristo “l’evangelizzatore diventa capace di portare Cristo agli altri in maniera efficace quando vive di Cristo, quando la novità del Vangelo si manifesta nella sua stessa vita”.
All’Angelus di domenica 30 dicembre ha rivolto un caldo appello perché la famiglia resti una “solida speranza per tutta l’umanità”: per questo “l’amore, la fedeltà e la dedizione di Maria e Giuseppe siano di esempio per tutti gli sposi cristiani, che non sono gli amici o i padroni della vita dei loro figli, ma i custodi di questo dono incomparabile di Dio”.
Così “ogni bambino venga accolto come dono di Dio, sia sostenuto dall’amore del padre e della madre, per poter crescere come il Signore Gesù «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52)”
Allora “imitando la santa Famiglia di Nazaret, i genitori si preoccupino seriamente della crescita e dell’educazione dei propri figli, perché maturino come uomini responsabili e onesti cittadini, senza dimenticare mai che la fede è un dono prezioso da alimentare nei propri figli anche con l’esempio personale”.
Gian Paolo Cassano